Marti Jane Robertson, il fonico in gonnella
Scritto da Paola De Simone
Giovedì 04 Settembre 2008 14:41
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Marti Jane Robertson su PopOn Uno dei lavori imprescindibili del mondo musicale è quello del fonico. Una parola maschile che rimanda al concetto di suono e che difficilmente viene abbinata alla sensibilità di una donna. Eppure sono anni che in molti dischi di artisti italiani affermati leggiamo il nome di Marti Jane Robertson. Così l’abbiamo contattata per farci raccontare cosa significa avere la gonna in uno studio di registrazione.

Marti, da quanti anni fai il lavoro di fonico?
Devo proprio dirlo? (sorride, nrd) Una trentina!

Non sei italiana, dove hai iniziato a fare questo mestiere?
No, io sono di Seattle e ho iniziato lì, dove ho lavorato solo un anno. In realtà volevo fare musica e lì c’era più lavoro di post produzione per radio e spot pubblicitari, così dopo un anno mi sono trasferita a New York per lavorare proprio nella musica.

E come sei arrivata in Italia?
Casualmente. Sono venuta in vacanza con delle amiche che erano qui per lavoro e ho avuto un vero colpo di fulmine per questo paese. Mi stavo già stufando di stare a New York e avevo voglia di allargare i miei orizzonti, culturalmente parlando, perché ho iniziato molto giovane a fare questo lavoro quindi mi sentivo un po’ ignorante rispetto al mondo e ho pensato: quale occasione migliore che venire in un paese bellissimo, dove poter continuare a fare questo mestiere ampliando anche le mie esperienze personali? Così ho aspettato finché non ho trovato lavoro qui e presto mi hanno chiamato per sostituire un fonico in uno studio di Milano. Alla fine la cosa si è prolungata fino al punto che ho deciso di lasciare New York e trasferirmi in Italia definitivamente. Era il 1986.

In cosa consiste il tuo lavoro?
Se si parla della sala di incisione, che è proprio il luogo che mi è più vicino e congeniale, consiste, dal punto di vista teorico, nel catturare le idee che ha un musicista e tradurle in un qualcosa di concreto. Partendo dalla sua idea musicale e dal suo stile, bisogna riprendere i suoni con i microfoni, e questo è uno dei lati più tecnici, che comporta la scelta dei posizionamenti dei microfoni stessi e la loro combinazione tra ambienti finti, ovvero quelli che noi chiamiamo riverberi, condizionamenti nello spazio, e così facendo avvicinarsi più possibile a quell’idea sonora che aveva l’artista in partenza. Piazzati i microfoni, si passa alle riprese attraverso il mixer, di quelli che hanno visto tutti in un qualsiasi concerto, perché il mixer usato nei live è molto simile a quello che è in uno studio. Poi si registra, una volta lo si faceva su nastro, oggi su computer, e alla fine si prendono tutti questi suoni registrati separatamente, si abbinano e si sceglie se farli stereo o, se si fa un lavoro per il cinema, si fa quello che si chiama surround o 5.1, che significa avere cinque fonti diverse ecc. Alla fine collaborando con l’artista, con il produttore e con l’arrangiatore, si arriva a mettere insieme questi suoni in modo tale che corrispondano il più possibile all’idea di partenza della scrittura del brano.

Ci vorrà senz’altro talento nel tuo mestiere, ma la tecnica richiede anche preparazione. Che studi hai fatto, Marti?
Io sono tra quelli che ritengo i più fortunati, perché ho fatto l’apprendista, come si faceva una volta per imparare a lavorare l’oro, il vetro o il legno. Facendo l’apprendista fonico ho lavorato con dei fonici grandi, importanti e talentuosi, sia a Seattle che ha New York. Ho imparato quindi guardando, chiedendo e lavorando proprio sul campo.

Marti Jane Robertson su PopOn Hai detto di preferire il lavoro in studio, ma come ti poni davanti al lavoro live?
Lavorare nei concerti mi piace moltissimo e mi stressa moltissimo, perché sono una perfezionista e l’idea di una cosa che mi sfugge, che non mi piace e che non posso correggere mi scombussola un po’, però è un lavoro che appaga. E’ bello stare in mezzo al pubblico e creare un’emozione per me e di conseguenza per tutti gli altri. Il lavoro tutto sommato è anche simile a quello in studio, ma il contesto è diverso, ci sono delle problematiche differenti, però l’obiettivo finale è quello di rappresentare anche in questo caso l’idea dell’artista.

Non tutti sanno che nei concerti, oltre ai fonici di sala, ci sono dei fonici nascosti e sono quelli di palco. E’ un lavoro che ti piace anche questo?
No, e per fortuna non lo faccio. Ogni tanto, in situazioni un po’ più piccole, mi può capitare di fare sia il fonico di sala che di palco, però faccio entrambe le cose dall’esterno. E’ un lavoro molto complesso e non fa per me. In realtà i fonici di palco bravi sono una razza eccezionale, perché il loro è un compito molto difficile, fanno dieci volte il lavoro che fanno i fonici di sala. Il fonico di palco è il fonico personale di ogni musicista che c’è sul palco, e ovviamente se un musicista o l’artista ha una brutta giornata, chi passa i guai per primo è proprio il fonico di palco. Io l’artista ce l’ho a quaranta metri di distanza (ride, ndr), quindi per me è più facile.

Come sei arrivata a conquistarti un posto in prima fila in un ambito così fortemente maschilista? Te lo hanno fatto pesare?
Certo! Ho ricevuto tanti sguardi di sospetto, anche se mi è capitato per fortuna raramente che una persona scegliesse a priori di non lavorare con me, e dico ‘per fortuna’ per gli altri, perché mi sembra un atteggiamento un po’ stupido, non perché abbiano perso l’occasione di lavorare con me. Comunque in generale ho trovato un’apertura mentale notevole, una grande curiosità, ecco, secondo me un vantaggio che ho avuto è stato proprio quello di incuriosire la gente. Lavorare dal vivo, però, è stato un po’ più complicato, perché quello davvero è un ambiente molto maschilista.

E così anche in America?
Io penso di sì, ma sono talmente tanti anni che lavoro qui, che non so. In America ho lavorato molto poco dal vivo, giusto nei locali facendo delle cose magari per amici, ma proprio tournée le ho fatte solo in Italia, solo con gli italiani.

E quante donne colleghe hai conosciuto?
Le conto su una mano.

Da cosa dipende secondo te?
Uno: probabilmente molti pensano che sia un lavoro troppo tecnico. Due: è un lavoro che richiede molti sacrifici personali rispetto all’orario e agli spostamenti. Io per esempio all’inizio lavoravo molto di più in studio, per cui se stavo a Milano, lavoravo a Milano e la sera tornavo a casa, ma adesso che ho la mia attrezzatura, lavoro dove mi chiamano, se non sono in tournée. Quindi sono molto poco a casa e questo per la vita privata è un po’ pesante, visto che molte donne vogliono la famiglia.

E tu non la vuoi?
Sì, anch’io avrei voluto la famiglia, però la spinta di fare il fonico evidentemente era più forte e in questo lavoro si arriva quasi a dire o l’uno o l’altro.

Però oggi sono tanti i lavori che pongono davanti alla scelta ‘o l’uno o l’altro’. Non sarà più un problema di informazione, cioè non è possibile che questo lavoro sia poco conosciuto dalle donne?
Effettivamente io ho iniziato per puro caso: sono andata a trovare un amico che lavorava in uno studio, sono entrata in questa regia e ho scoperto l’esistenza di un mondo. Il mio primo colpo di fulmine è stato proprio in quel momento e ho capito che poteva essere l’abbinamento perfetto tra la musica e un lavoro stabile, forse stabile è una parola grossa, ma almeno non era fare il musicista professionista, perché davvero non volevo farlo. Quindi sì, è probabile che non si sappia neanche dell’esistenza di questo lavoro.

Si potrebbe fare qualcosa di più per spronare le donne a fare questo mestiere?
Io amo questo lavoro, ho proprio dato tutta la mia vita a farlo, ma so quanto mi è costato ed è quasi difficile per me consigliarlo a qualcuno, perché i sacrifici sono stati molti. Forse perché oggi come oggi ho l’idea che i ragazzi non vogliano fare qualcosa che costa molto, vogliono fare la cosa che costa poco e gli porta tanti soldi, questo lavoro promette esattamente il contrario: costa molto e non porta tanti soldi. Per questo evito di consigliarlo.

Marti Jane Robertson su PopOn Per quali e quanti artisti hai lavorato in Italia?
Moltissimi. Lavoro con Ivano Fossati da diciassette anni, abbiamo appena finito l’ultimo suo disco e abbiamo fatto, credo, otto album insieme, poi dal ’93 anche tante tournée, non mi ricordo neanche quante. Ho lavorato inoltre con Claudio Baglioni, ho avuto il privilegio di lavorare con Mina, con Mango, con i Casino Royale, con Vasco…

E come si lavora con Vasco?
Bene, lui è una persona molto schietta e con l’esperienza che ha, capisce subito se una cosa gli piace o no. Ho lavorato davvero molto bene con lui.

Non per fare una graduatoria, ma ce n’è qualcuno che ti è rimasto nel cuore di fonico?
Sia dal punto di vista umano che musicale, sicuramente Ivano Fossati. Il suo modo di lavorare mi è proprio congeniale, forse ho anche contribuito in qualche modo all’atmosfera che c’è nel suo studio, ma la cosa bella è che ci sono sempre persone per bene, si lavora bene, seriamente.

Il disco di Fossati lo stiamo aspettando e sappiamo che uscirà in autunno. Non ti facciamo domande in merito ai contenuti perché non sarebbe carino, ma riusciamo a strapparti qualche anteprima per quel che riguarda il tuo lavoro, dunque i suoni che troveremo nel disco?
Posso dirvi che è un lavoro totalmente suonato, ci sono molte bellissime chitarre elettriche e devo dire che stavolta Ivano ha dimostrato di essere un grande chitarrista. Ha un chitarrismo di una volta, con un grandissimo senso ritmico e in questo disco si è proprio dato da fare.

Quindi è rimasto fedele allo stile musicale che noi conosciamo?
Sì, anche se questo disco è un po’ più solare, più accessibile, ma senza deludere, non è un disco leggero, perché Ivano non fa dischi leggeri, per cui rimane un lavoro importante.

Da parte di questi grandi artisti hai mai notato un atteggiamento diverso in funzione del tuo essere donna?
Onestamente non ci ho mai pensato e se non ci ho pensato è perché non è successo. Forse a loro fa anche piacere avere una presenza femminile in studio. Certo, un po’ cambia l’atmosfera al mio arrivo, spesso mi sembra di entrare nel film “Animal house” dei Blues Brothers, trovo un’atmosfera molto cameratesca, liceale, poi appena entro io tutto si addolcisce e loro si comportano un po’ meglio.

Ma tu, Marti, hai lavorato anche con artisti molto giovani. Uno su tutti: Ivan Segreto. Con gli artisti emergenti le responsabilità di un fonico aumentano?
Certo, il primo disco di Ivan, per esempio, non l’ho prodotto io, sono stata solo il fonico. C’era un produttore e arrangiatore in gamba, ma molto giovane, era il suo primo lavoro in realtà. Così finché si trattava di registrare strumenti, non c’erano problemi, ma dal punto di vista del rapporto con i musicisti ha contribuito molto la mia esperienza. Bisogna saperli trattare e non farli sentire esclusi, se sono dall’altra parte del vetro. Anche nel seguire le voci, che forse è il momento più delicato, ci vuole esperienza e, più ne hai, più capisci come trattare il cantante e metterlo in condizioni di fare la sua performance migliore.

Quali saranno i tuoi prossimi passi?
Il lavoro più imminente sarà il tour di Fossati, iniziamo le prove il primo ottobre e mi sembra che debuttiamo il 4 novembre. E’ sempre una bella cosa portare il lavoro fatto in studio dal vivo, per vedere se piace al pubblico quanto è piaciuto a noi.

Se dopo quest’intervista qualche fonico donna ti prendesse a esempio, ti farebbe piacere se si avvicinasse a te durante i concerti?
Moltissimo, io ho già un po’ di ragazze su Myspace che mi hanno contattato e mi rendo sempre disponibile per domande, dubbi e incoraggiamenti.

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