Guido Guglielminetti, capobanda e non solo
Scritto da Paola De Simone
Martedì 21 Ottobre 2008 13:38
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Guido Guglielminetti su PopOn Il suo nome appare nei booklet e nelle tournée di alcuni dei più importanti cantautori italiani, Francesco De Gregori e Ivano Fossati tra tutti. Musicista, produttore, arrangiatore, capobanda e ora anche cantante: Guido Guglielminetti è un uomo che vive di musica e la musica ci ha portato da lui, per offrire a voi lettori una storia artistica che merita di essere raccontata.

Guido, ci racconti come hai iniziato il tuo percorso artistico?
E’ una storia molto lunga, dobbiamo risalire a tanti anni fa. Ho iniziato come credo inizino molti ragazzi: suonando in parrocchia e poi con dei gruppi. Nel quartiere dove abitavo, a Torino, c’era infatti una parrocchia dove andavo spesso a sentire alcuni gruppi che suonavano, e in uno di questi, che a me piaceva, c’era Umberto Tozzi come chitarrista, chiaramente non era ancora noto, era solo un ragazzino come me. Il caso volle che cercassero un chitarrista e io mi presentai, così iniziai a suonare con loro. In quel periodo il fratello di Umberto, Franco Tozzi, aveva da poco avuto un buon successo con un 45 giri, I tuoi occhi verdi, e così andammo a suonare con lui nelle balere, quando ancora non c’erano le discoteche.

Di che anni stiamo parlando?
Mi metti un po’ in imbarazzo (sorride, ndr), stiamo parlando di quando avevo sedici anni e quindi di quarant’anni fa. Dopo quest’esperienza con il fratello di Umberto, andammo a lavorare con un cantante che allora era molto famoso nelle sale da ballo: Patrick Samson, che era più che altro noto perché già presentava uno spettacolo con le luci, l’impianto e tutto il resto. E finalmente riuscimmo a fare un salto di qualità, cominciammo a fare attrazione e quindi non suonavamo più tutta la sera, ma facevamo uno spettacolo di un’ora ed era già un notevole passo avanti per noi che arrivavamo dalla sala da ballo. Fu un’esperienza interessante, perché nel gruppo c’erano anche i fiati e musicalmente era tutto molto curato dal fratello di Patrick Samson, che si occupava degli arrangiamenti. E poi oltretutto avevamo la possibilità di presentare pezzi musicali che non erano conosciuti in Italia, loro compravano dischi negli Stati Uniti e noi li presentavamo dal vivo, quindi avevamo la possibilità di confrontarci con della musica che non conoscevamo, era veramente molto interessante.

Guido Guglielminetti su PopOn E con loro che sei approdato in prima linea nel mondo discografico?
Sì, andammo a fare un provino a Milano, perché cercavano un gruppo di quel tipo, numeroso e con i fiati, per realizzare un disco di un cantante nuovo che volevano lanciare. La casa discografica era la Numero Uno di Battisti e il cantante era Adriano Pappalardo, con il quale realizzammo il suo primo disco, E’ ancora giorno. Stiamo parlando del periodo in cui Joe Cocker aveva molto successo e Adriano Pappalardo ricalcava quel mondo lì, così realizzammo questo disco interamente suonato dal vivo con dodici musicisti e poi andammo a fare la tournée successiva. Questo mi permise di entrare in contatto con la Numero Uno, all’interno della quale iniziai a lavorare. Realizzai il disco di Lucio Battisti Il mio canto libero e da allora sono nell’ambiente.

Che ricordi hai di Lucio Battisti?
Ricordo un grande musicista, di grande talento. Tieni presente che Il mio canto libero lo abbiamo realizzato dal vivo in studio, lui ha suonato la chitarra e ha cantato tutto in diretta. Era davvero una persona con grandissimo talento, con delle idee vere, geniali, che metteva in pratica con grande capacità. Era, inoltre, una persona puntale che lavorava con grande attenzione, molto seria, anche se di carattere piuttosto scontroso in quanto, credo, timido. Poi c’è anche da dire che, all’epoca, io ero molto giovane, avevo diciotto, diciannove anni, per cui mi era anche abbastanza difficile avere un rapporto che non fosse solo professionale, così non facevo altro che stare lì, ascoltare e assorbire. Per cui non ho mai avuto modo di avere un dialogo con lui, anche quando andavamo a tavola io ero in grado solo di ascoltare. Lui non era una persona molto espansiva, per cui non è che ci fosse alla fine un grande dialogo tra noi. Però comunicava una grande preparazione, sicuramente era un grandissimo musicista.

Prima di approdare al mondo De Gregori, con il quale lavori tuttora, con quanti altri artisti hai collaborato?
Dopo il disco di Battiti ho lavorato con una miriade di altri artisti, però entravo in studio, facevo un pezzo e me ne andavo, di questo tipo di collaborazioni ne ho avute davvero tante e di molti neanche ricordo il nome. Ci sono altri artisti con i quali, invece, ho lavorato in modo serio e continuativo, perché il rapporto è andato anche un po’ al di là del fatto professionale, diventando un rapporto di collaborazione musicale e di amicizia.

Guido Guglielminetti su PopOn Ci fai qualche nome?
Sicuramente Mia Martini, con la quale ho lavorato circa sei anni. Umberto Tozzi, che nel frattempo aveva avuto successo con il singolo Ti amo e con il quale ho realizzato il disco d’esordio; con lui abbiamo fatto anche tournée negli Stati Uniti ed è stata un’esperienza molto bella. Con Pappalardo la collaborazione è andata avanti due, tre anni. Grazie al lavoro con Mia Martini, poi, ho conosciuto Oscar Prudente, con il quale ho realizzato un disco, e attraverso Prudente ho conosciuto Ivano Fossati con il quale ho iniziato a collaborare, lui ha prodotto Mia Martini per un periodo. Poi ho collaborato con Loredana Berté e nel frattempo ho lavorato molto con Marcella Bella.

Hai lavorato con Mia Martini anche nell’ultimo periodo?
No, nell’ultimo periodo no. Ho lavorato con lei solo fino a un certo punto e purtroppo io ho anche poca memoria di quei periodi e spesso li confondo, per cui non so fino a quanto tempo prima io ci abbia collaborato. Era già da un po’, però, che ero passato a lavorare con Loredana Berté e avevamo perso un po’ i contatti. Per cui, immaginando che la tua domanda vada un po’ verso quella direzione, mi è difficile riuscire a formulare delle ipotesi su quanto le sia successo. Sicuramente io credo che soffrisse di depressione e poi non è stato certo di aiuto quello che si diceva di lei, cosa che io e gli altri musicisti abbiamo sempre contestato con tutte le forze, perché lei era una persona veramente molto sensibile e vulnerabile, e ha sofferto di questa campagna denigratoria nei suoi confronti. Viveva molto male quella situazione e ultimamente mi sembra avesse anche problemi a lavorare. Per cui come sia arrivata a quel punto è abbastanza comprensibile.

Ci racconti com’è avvenuto il fortunato incontro con Francesco De Gregori?
Insieme a Ivano Fossati ed Elio Rivagli abbiamo realizzato l’album Ventilazione, la caratteristica principale di questo lavoro è stata la sperimentazione, nel senso che abbiamo cercato di esplorare terreni di ripresa sonora abbastanza nuovi e abbiamo messo in atto delle riprese microfoniche particolari. Cose che ora si fanno normalmente, ma allora erano abbastanza futuristiche e la caratteristica principale di quel disco, al di là della bellezza indiscutibile dei pezzi, era proprio la particolarità del suono. Quando è uscito, in qualche modo, ha suscitato la curiosità di molti addetti ai lavori e una delle persone che fu incuriosita da questo suono fu proprio Francesco, che contattò Ivano per chiedergli di partecipare con questo team alla realizzazione di un disco a cui stava lavorando, che era Scacchi e tarocchi. Allora noi andammo e realizzammo alcuni pezzi. Iniziò così la nostra collaborazione e amicizia. All’uscita di questo disco seguì una tournée invernale nei teatri, alla quale partecipammo tutti, Ivano compreso, che all’interno del concerto aveva uno spazio tutto suo; io ed Elio suonavamo per entrambi. Alla fine di questa tournée ognuno dei due artisti riprese la propria strada e in quella circostanza io ed Elio rimanemmo con De Gregori, perché Ivano si sarebbe fermato e Francesco avrebbe continuato per conto suo. La mia collaborazione nei confronti di Francesco non si limitò più a suonare solo il basso, ma nacque una partecipazione molto più attiva.

Guido Guglielminetti su PopOn Nel tempo sei diventato, infatti, anche produttore, ti va di spiegare ai lettori di PopOn cosa voglia dire produrre un disco?
Faccio una piccola premessa: non mi risulta che esista una scuola che formi i produttori, quindi in linea di massima credo che ognuno si comporti a seconda del proprio carattere e io posso parlare per me. La produzione di un disco concerne nel cercare di aiutare l’artista, attraverso la propria esperienza musicale, a esprimere al meglio la sua personalità artistica. Chiunque si mette nella posizione di essere artista ha bisogno di avere un produttore, perché il produttore permette di essere più obiettivi, soprattutto se la persona cui affidi questo incarico è una persona di cui ti fidi e che stimi. Il compito del produttore, quindi, è cercare di capire la personalità dell’artista e di conseguenza cosa intende esprimere in quel momento specifico. Quasi tutti gli album partono più o meno con dei progetti, il progetto di Amore nel pomeriggio, per esempio, fu un input mio: “Con questo album - dissi a Francesco - vorrei che comunicassimo che tu non sei solo uno che scrive bei testi, ma sei uno che canta”, perché Francesco è anche un cantante. Per cui incentrammo il lavoro di quel disco sulla qualità della voce di Francesco, cercando per una volta di allontanare l’obiettivo dal testo, preoccupandoci più della qualità del suono. E riuscimmo a raggiungere l’intento, perché le critiche incentrate sul disco erano in quella direzione. Quindi il produttore deve stare dall’altra parte del vetro e aiutare l’artista a raggiungere l’obiettivo, secondo la propria esperienza e a volte anche facendo l’avvocato del diavolo, succede così di avere anche degli scontri, ma il produttore deve difendere il prodotto per quello che si è deciso debba essere.

E succede di farlo anche a scapito del proprio gusto musicale?
Assolutamente sì, non sempre le scelte che io faccio in favore della realizzazione di un lavoro di Francesco coincidono con i miei gusti musicali, ci sono cose che, se io avessi deciso per conto mio, avrei fatto in un altro modo. Ma nella veste di produttore di un artista bisogna tener conto dei gusti e delle preferenza dell’artista stesso, a volte a discapito anche dei propri. Da lì, a un certo punto, può nascere l’esigenza di un musicista-produttore di esprimere in modo più libero i proprio gusti musicali.

E in te questa esigenza è nata?
Sì. Io devo considerarmi assolutamente soddisfatto, e lo sono, perché ho la fortuna di lavorare con un artista che stimo molto, sia artisticamente che umanamente, per cui mi diverto anche a lavorare con lui. Il fatto, però, di dover rispettare alla lettera, come è giusto che sia, i suoi gusti musicali per aiutarlo a realizzarli, è chiaro che un po’ limita la mia creatività, per cui ora sento l’esigenza di realizzare delle cose che esprimano completamente la mia personalità musicale. E’ un’esigenza vera, non è una semplice curiosità, io sono assolutamente appagato del lavoro che sto svolgendo, ma io, Guido Guglielminetti, sono anche altro.

Guido Guglielminetti su PopOn E questa tua personalità quanto si discosta da quella che riesci a esprimere attraverso il tuo lavoro con De Gregori?
Chiaramente non molto, però in qualche modo è diversa. Così per soddisfare questo tipo di esigenza sto realizzando dei prodotti, uno dei quali riguarda proprio me in prima persona, anche come cantante. Sto lavorando a delle canzoni in lingua occitana, una sorta di dialetto che deriva dal francese. Dove abito io, vicino a Cuneo, è la culla della cultura occitana, ci sono parecchi gruppi che fanno musica in dialetto. Ma in realtà il fatto che io sia approdato a questa lingua deriva solamente da un fatto sonoro: ho scritto un pezzo che richiedeva di essere cantato con un suono che fosse vicino al francese, infatti inizialmente avevo pensato proprio al francese, poi vivendo da quelle parti ho realizzato che fosse più particolare usare questo dialetto.

A che punto sei con questo lavoro?
Ho realizzato un pezzo, che poi è quello che ha dato l’avvio all’intero progetto, e tra l’altro a detta di Francesco stesso e anche di Ivano, a cui ho avuto modo di farlo sentire, è un pezzo molto bello e senza tempo, per cui non soggetto alle mode del momento. E’ già da più di un anno che ci sto lavorando, ma con ritmi molto blandi, anche perché il tempo che ho a disposizione per dedicarmici non è molto. La cosa che non mi preoccupa, però, è proprio il tempo, perché è un prodotto che, se fosse uscito cinque anni fa o se uscisse tra cinque anni, sarebbe sempre recepito nello stesso modo, proprio perché non è soggetto alle mode del momento. E’ un progetto che sto portando avanti e non voglio avere la fretta di realizzarlo e non voglio subire interferenze, ma voglio farlo così come mi piace, altrimenti viene a mancare lo scopo di questa iniziativa.

Hai già trovato un’etichetta?
Ho dei contatti con persone che devo incontrare, ma con le quali non ho ancora approfondito il discorso, semplicemente per ragioni di tempo, ma queste persone mi conoscono, sono a conoscenza del mio curriculum, per cui si sono già dimostrate disponibili all’ascolto. E quando sarà opportuno lo faremo. In ogni caso sto realizzando un sito serio, che non sia semplicemente il MySpace, sul quale poi potrò mettere la musica che produco. Da lì a pensare che questo possa diventare un fatto commerciale, mah, sono abbastanza scettico, e visto che questo progetto nasce dall’esigenza di far ascoltare le cose che faccio, per il momento sono contento così. E poi parallelamente a questo lavoro, ho formato anche un gruppo con Elio Rivagli, il chitarrista Lucio Bardi, il pianista Alessandro Arianti e Dario, che è l’assistente personale di Francesco e che ha una bellissima voce. Abbiamo iniziato proprio in questi giorni a realizzare un prodotto fatto di canzoni scritte da noi e cantate da Dario. Nei tempi che il nostro lavoro ci permetterà, lavoreremo anche a questo progetto, ognuno di noi ha il suo studio in casa e realizzeremo così il disco finito, dopo di che cercheremo una distribuzione.

Ma quanto lavori, Guido?
E non è finita, perché parallelamente a questi ci sono altri lavori che faccio: sottofondi, colonne sonore, mi piace anche molto scrivere per archi… insomma io vorrei rendere pubblica tutta questa attività, senza pensare al lato commerciale della cosa. Sento l’esigenza di far conoscere alle persone che possono essere interessate, che questo signore fa queste cose, perché la soddisfazione più grande per chi fa musica è farla sentire. Anzi, è anche un dovere.

Se qualcuno fosse interessato alle cose che produci?
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