Mogol, parola d'autore
Scritto da Massimo Giuliano
Venerdì 07 Novembre 2008 11:21
Stampa E-mail
Mogol su PopOn Incontrare Mogol è l’occasione per fare un viaggio all’interno della storia musicale italiana, in compagnia di un autore che ne ha sicuramente scritto importanti pagine. Con Giulio Rapetti, PopOn ha voluto approfondire quali sono i processi di scrittura di una canzone, ma ha anche parlato del suo rapporto con il tempo e con il ruolo quasi “defilato” che l’autore di un brano riveste rispetto all’interprete. Senza dimenticare l’attuale mercato discografico e le opportunità che oggi i giovani hanno.

Nella sua carriera ha scritto centinaia di canzoni, ma c’è qualcosa che non ha ancora raccontato e che vorrebbe scrivere?
Io, per dire la verità, non ho fame di racconto, non ho nessuna premura di raccontare niente a nessuno, nessuna ansia. Ascoltando la musica, attraverso la sua suggestione, scrivo solo quello che penso. Il mio non è un pensiero fatto per la canzone, è un pensiero fatto durante la vita, che poi riprendo quando scrivo. Ma non vivo in funzione della canzone.

Come giudica le canzoni di oggi?
Sono come le sentite, io non ho orecchie diverse. Ascolto le canzoni esattamente come le ascoltate voi. E siccome siete voi i giornalisti e i critici, dovete pensare voi a dare, semmai, un responso a questo quesito, perché io posso dire che non le canzoni, ma tutta l’arte nel mondo, dagli anni ’70 e ’80, è cambiata. Ci sono stati momenti d’oro, di altissima poesia… Gli italiani hanno offerto opere meravigliose, con artisti straordinari che hanno fatto il giro del mondo e che, malgrado molti siano morti, oggi sono vivissimi. Quindi c’è stata una regressione, non dovuta certamente a una diminuzione di capacità creativa, quanto alle esigenze dei mercati. Ci sono il profitto e i soldi che incidono negativamente sull’arte.

Qual è il suo rapporto con il tempo che passa?
Nel tempo mi smarrisco, nel senso che non ho un’idea precisa del tempo. Ricordo tutto quello che riguarda la mia adolescenza, la mia infanzia, le cose di quando avevo quattro o cinque anni… ecco, di quel periodo ricordo molti particolari, mentre molti anni e molte fisionomie recenti non li ricordo bene. Non ho tanta memoria per i nomi e, quindi, anche gente che magari ho conosciuto, oppure i fatti e gli eventi, a volte li smarrisco. Certe cose sono limpide nella mia memoria, poi accade che qualcuno mi dice: “Ti ricordi quando abbiamo…?” e io non mi ricordo niente, ho un muro bianco! Non so se riguarda solo me, perché io come esempio ho solo la mia testa, ma penso che tutta una vita non si possa contenere nella propria mente. Io sono anche un po’ distratto, ma penso che ricordarsi tutto non sia possibile. E poi io ho avuto anche una vita molto intensa: mi sono buttato da tutte la parti, con viaggi, esperienze, avventure, ho fatto tutto quello che si poteva legittimamente fare… Quindi ho avuto una vita traboccante e, quando trabocca, qualcosa cade per terra.

Tra i suoi ricordi ci sarà sicuramente il tanto chiacchierato viaggio a cavallo fatto con Lucio Battisti da Milano a Roma nel 1970?
Sì, è stato un viaggio autentico: io avevo cominciato ad andare a cavallo, ero arrivato a galoppare anche per due giorni, però avevo voglia di andare oltre. E allora decisi di fare un grande viaggio. L’ho proposi a Lucio, lui non sapeva andare a cavallo, ma mi rispose: “Va bene, proviamo!”. Accettò per farmi piacere. Esiste un reportage di questo viaggio, perché c’è stato un unico fotografo che ha scattato le immagini: non so come l’abbia saputo, ma ricordo che aveva una Volkswagen e che lo trovammo da solo in cima a un monte degli Appennini. Quando arrivammo ci disse: “Vi posso offrire un caffè?”.

A proposito di Lucio Battisti: è vero che ebbe un contratto discografico solo grazie a lei?
Beh, “grazie a me”… Io insistetti perché la Ricordi gli facesse un contratto, e, siccome non voleva farlo, minacciai le mie dimissioni. Io, all’epoca, per la Ricordi ero più importante come promoter che come autore; così loro decisero di tenerlo, ma non avevano poi così torto perché la Rai lo aveva bocciato e riteneva che lui non fosse un cantante da trasmettere. Battisti era stato messo all’indice, perché non aveva la cosiddetta “voce zuccherina”.

Mogol su PopOn Lei soffre del fatto che spesso le persone associno le canzoni agli interpreti e non a chi le scrive?
No, guardi, se dovessi soffrirne sarei già morto! Questi sono errori veniali, anche perché qualche volta sono i mass-media che dicono: “E adesso la canzone di Mina!”. Certo che il buoncostume dovrebbe essere quello, come accade per i libri, di segnalare il nome dell’autore. Io personalmente non mi posso lamentare. Si possono lamentare coloro che magari non hanno avuto successo nella vita e sentono il nome di un cantante al posto del loro. È ingiusto. È una forma di barbarie quella di trascurare chi non appare, anche se ha scritto la canzone. È un po’ il cammino di una cultura che si perde per strada.

Nelle sue canzoni, lei cita spesso luoghi e paesaggi. Ne sono un esempio il mare de La canzone del sole cantata da Lucio Battisti e la stazione de La fila degli oleandri cantata da Gianni Bella. Sono luoghi che ha vissuto?
Io, nelle mie canzoni, spesso parlo della mia vita. La canzone del sole contiene due riferimenti: uno è rivolto al mare in generale, l’altro è il ricordo di un’acqua tersa, limpida, trasparente, nella quale ci immergevamo, e precisamente è il mare di Silvi (località in provincia di Teramo che il 21 agosto ha conferito a Mogol la cittadinanza onoraria, ndr). La fila degli oleandri è una canzone che mi è tanto cara e che era anche, a mio parere, molto carina. La stazione che citavo nel testo era quella di Lambrate: quando parlo delle ferrovie parlo della mia casa natale, che era in via Clericetti. Era l’ultima casa della città e la prima della campagna. Anche lì sono stato fortunato, perché ho vissuto per strada, ma non era una strada, come si può intendere, di teppisti, era una strada di bambini, che l’attraversavano per andare nei prati a giocare. Noi vivevamo all’aperto. Io ho sempre vissuto all’aperto.

Ci tolga una curiosità: come avvenne la scelta del nome Mogol?
Alla Siae mi avevano chiesto di mandare una trentina di pseudonimi, ma, quando li inviai, mi sentii rispondere che non ce n’era uno che andasse bene. Allora gliene mandai centoventi, che feci scrivere a tutti quelli che arrivavano nell’ufficio, inviai pagine intere di nomi che non ricordo neanche più. E loro mi mandarono una letterina dove c’era questo nome cinese: Mogol. E così…

Come ogni anno, in tema Festival di Sanremo, ci siamo trovati nuovamente a leggere di incomprensioni tra Rai e Comune. Cosa bisogna fare, secondo lei, per rilanciare questo grande evento musicale e mettere tutti d’accordo?
Posso solo dire che è importante che, tutti insieme, si trovi una formula nuova; io non so se l’abbiano trovata. Secondo me il Festival deve cambiare completamente, perché così come si svolge è diventato un’abitudine stanca e perde sempre più spettatori, spendendo anche un mare di soldi. Sanremo è secondo me recuperabile, ma con delle idee nuove sull’impostazione.

Lei ha mostrato molta attenzione verso i giovani, dedicando alla loro formazione una scuola come il CET (Centro Europeo di Toscolano). Quanto c’è da imparare da loro?
Al CET abbiamo diplomato oltre mille e cinquecento allievi, e si impara sempre qualcosa da tutti. Si ha il dialogo, il discorso di gruppo… E’ chiaro che c’è differenza di travaso dei saperi, però c’è sempre qualche cosa che si scopre e c’è sempre da apprendere. Io credo che nel dialogo ci sia un pezzo di verità.

Mogol su PopOn C’è un erede di Mogol?
Ma no, non c’è mai un erede di qualcuno. Ci sono nuovi nomi, ci sono artisti nuovi, magari anche più grandi, però io direi che sono fisionomie diverse, giustamente. Sono mondi diversi. Certamente ognuno ha assorbito la cultura precedente. Non è neanche giusto parlare di eredi. Quando qualcuno viene da me e mi dice “canta come Mina”, io rispondo: “No, guardi, di Mina ce n’è già una”. Criticare e valutare non è facile, specialmente quando si è all’inizio del proprio percorso artistico, perché non si può mai sapere quali saranno gli sviluppi. La crescita non è ipotizzabile nemmeno dal soggetto che si esamina, non è mai ipotizzabile, nessuno di noi sa quello che potrebbe essere artisticamente. Non sto parlando di chi comincia un’attività, ma di tutti, nessuno può dire cosa sarebbe stato facendo il regista, l’attore, il pittore… Il mondo è pieno di talenti inespressi, e questo è matematico. Può sembrare strano, ma il talento arriva, non c’è. Non bisogna pensare che uno abbia talento perché si mette al pianoforte, magari da bambino, e suona un po’: è solo perché ha imparato prima, ha fatto più lezioni. Il talento si può misurare dopo vent’anni che uno si è dedicato all’arte con la stessa passione e con le stesse ore di studio.

Nel suo nome è nato un Premio, che nella sua prima e recente edizione è andato alla canzone Fango di Jovanotti. Quanto c’è di suo?
Il Premio Mogol è un’idea della Regione Val D’Aosta, che ha amministratori giovani, appassionati sia alla tradizione che a un discorso innovativo. Mi hanno pregato di fare questo Premio e io ho imposto delle condizioni. Una di queste era che il Premio fosse consistente, che non fosse una targa, ma qualcosa di importante: c’è un giocattolo, che è un cavallo con le rotelle, e io gliel’ho fatto fare di oro massiccio, quindi con un valore di almeno ventimila euro (si riferisce al Tatà, antico giocattolo valdostano che raffigura un cavalluccio su due ruote, ndr). Poi gli ho chiesto dei collaboratori giurati, che erano persone importanti, come Aldo Cazzullo, Linus e Barbara Palombelli… e mi hanno accontentato anche in questo. Poi hanno fatto una serata al Forte di Bard, che è un luogo da vedere perché è una città fortificata su un monte e che loro hanno rimesso a posto. Quindi diciamo che c’erano tutte le condizioni favorevoli. Il Premio Mogol è un premio che si basa unicamente sul livello dello scritto, per cui non c’è dubbio che non può esserci pressione di alcuna natura, perché ovviamente tradirei me stesso. Indubbiamente, i testi che noi abbiamo citato erano, a mio parere, i migliori, e Fango di Jovanotti era da brividi. Io, quando l’ho letto, mi sono detto: “Questa volta gli è proprio riuscita una ciambella di quelle da fuoriclasse”. E’ un testo sincero, si capisce. O almeno, io capisco quando un testo è sincero.

Vai alla pagina di Mogol
Vai alle altre interviste ai professionisti della musica italiana

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna