Andrea Laffranchi, il cronista della musica
Scritto da Gerardo Larosa
Giovedì 12 Febbraio 2009 00:00
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Andrea Laffranchi su PopOn Trentanove anni ancora per pochi giorni, comasco, appesa al muro la laurea in Bocconi si è infilato in testa delle cuffie e dal ’98 scrive di pop e rock per il Corriere della Sera. Ama viaggiare zaino in spalla, ma con tutti i comfort, non beve caffè ma senza il tè non comincia la giornata, potesse farne a meno brucerebbe la patente di guida, molti pensano che sia un rock-snob, ma ha anche lui qualche scheletro nell’armadio. Su PopOn c’è Andrea Laffranchi.

Come hai iniziato a fare il giornalista?
Inizialmente, ho collaborato con delle radio e delle tv locali a Como ma non scrivevo di musica: mi sono occupato per parecchio tempo della cosiddetta cronaca bianca cioè amministrativa, politica locale, sanità e scuola. Poi, dopo qualche anno, sono andato a lavorare a La Provincia di Como, che è il quotidiano più grande che c'è nella mia città, e da lì mi è stata offerta una sostituzione estiva al Corriere della Sera agli Spettacoli. Quando ho avuto questa opportunità, nonostante fossi il collaboratore più forte sulla cronaca, cioè quello che scriveva più pezzi, il direttore di allora, Alessandro Sallusti (oggi condirettore di Libero insieme a Vittorio Feltri, ndr), mi disse: “Vai tranquillo. Non ti posso certo togliere questa occasione. Se per caso le cose andassero male, ti terrò ancora come primo della lista”. Finito il primo contratto di sostituzione estiva, sono ritornato tranquillamente a La Provincia. Poi, dopo un mese circa mi hanno richiamato al Corriere della Sera; ho firmato un contratto di un anno e nel gennaio del 2000 sono stato assunto.

L'incontro con la musica, quindi, è avvenuto al Corriere della Sera?
Sì, ho iniziato subito a trattare di tre cose di cui mi occupo tuttora e precisamente musica, televisione e radio. Per quanto riguarda quest'ultima nei quotidiani l'attenzione è minima, però se c'è qualcosa da dire sulle radio, la scrivo io. Di televisione mi sono occupato molto di più all'inizio, poi, piano piano, mi hanno concesso più spazio e, siccome mi divertivo tanto a parlare di musica, è stato naturale dedicarmici. Successivamente, è arrivato un collega che era più legato alla televisione e diciamo che in redazione gli equilibri si sono creati naturalmente.

Com'è lavorare in uno dei più grandi quotidiani d'Italia?
È bello perché ti dà la possibilità di fare le cose bene. Il fatto di avere alle spalle una squadra e una macchina che sono fortissime ti dà la possibilità di concentrarti esclusivamente su quello che devi fare, cioè una bella intervista, un bel pezzo, una bella cronaca. Al resto ci pensa la macchina e questa è la differenza che vedo soprattutto nei momenti “più complicati e più tesi” nei confronti della concorrenza. Facciamo un esempio: il Festival di Sanremo è un evento e io ci andrò, sicuro di avere una macchina dietro che sa dove stiamo andando tutti, cioè non devo spiegare loro nulla. Porto le mie idee e loro sanno come valorizzarle. Non devo stare a lottare, litigare. L'importanza della macchina la noto soprattutto nei confronti degli altri colleghi che perdono tempo a spiegare ai loro giornali, alle loro testate che cosa c'è da fare. Da me lo capiscono e a volte arrivano dei buoni suggerimenti e questa è la cosa più bella. Certo, ora c'è la crisi in tutto il settore ma la libertà di poter scegliere, di poter dire “Sì, questa cosa voglio farla” e poi la fai, perché un grande giornale economicamente ti permette di poterla realizzare, è fondamentale.

Insomma, ti si aprono automaticamente delle porte...
Esatto. Questo ti permette di dover fare solo il tuo lavoro e devi farlo benissimo, perché poi non ci sono scuse.

Entrare in una realtà così grande come quella del Corriere può spaventare all'inizio. Quando sei arrivato tu, come ti sei sentito e qual è stato il tuo rapporto con i “veterani” del giornale?
È stato buono. Certo, qualche volta dei colpi sotto la cintura sono arrivati, però ci stanno tutti. Si accettano e via. Non c'è stato però mobbing (ride, ndr). C'è da dire una cosa: all'interno della redazione Spettacoli ho trovato dei caporedattori che hanno sempre capito quali erano il mio valore e le mie potenzialità. E così hanno saputo deviare certi colpi bassi e hanno capito come andavano le cose.

Come si prepara un giornalista musicale?
Si prepara facendo cose per altri e per divertimento. Capisco che questo crei un'invidia pazzesca nei miei amici (ride, ndr). Un giornalista musicale si prepara ascoltando dischi, ascoltandone tanti, e curiosando dappertutto perché poi un bravo giornalista non deve essere tecnico, soprattutto se lavori per un quotidiano e non per una rivista musicale. E poi devi essere molto curioso, ma la cosa vale in generale sia se fai il giornalista, sia se fai il critico. Se sei concentrato troppo sulla musica, finisci per parlare solo agli addetti ai lavori e questo è la morte del giornalismo. Se si finisce per parlare di cose che la gente non capisce, alla fine hai perso un tuo lettore. Bisogna saper raccontare le cose, anche se sono più tecniche, il tutto con un linguaggio e dei riferimenti che tutti possono capire.

Quindi, la specializzazione è importante, ma il giornalista deve saper scrivere con un linguaggio universale...
Assolutamente sì ed è per questo che a me piace continuare a scrivere di altri argomenti, non solo di musica. E poi, secondo me, c'è una distinzione che pochi fanno. Tutti puntano a voler fare il critico; a me piace di più fare il cronista. Certo, mi diverto a fare anche le recensioni dei dischi e quando le scrivo mi metto il “cappello” del critico, ma quando faccio un'intervista il cappello del critico se ne deve andare e lasciare il posto a quello del cronista, di colui che deve cercare di raccontare una storia, un personaggio, una vicenda. In un'intervista non devono emergere degli aspetti tecnici, non interessa se nel disco c'è un assolo di chitarra o di piano, a meno che non sia di un artista che ha sempre suonato la chitarra e per la prima volta in un disco mette un pianoforte. Io cerco nelle interviste di non toccare certi argomenti; voglio che l'artista mi racconti la sua storia, quella del suo disco e delle sue canzoni, del perché le fa. Non penso che solo la critica musicale sia giornalismo di serie A. Bisognerebbe imparare a fare anche il cronista culturale e musicale.

Andrea Laffranchi su PopOn Se dovessi consigliare a un giovane alle prime armi l'approccio alla professione, gli diresti di iniziare dalla cronaca?
Sì, secondo me sì. Certo, non sono uno di quelli che dice “il giornalista si deve consumare le suole delle scarpe”, però ci vuole un minimo di esperienza che non sia esclusivamente quella di un settore specifico come gli Spettacoli, dove tra l'altro il rapporto tra il giornalista e la notizia è molto mediato dalle fonti ufficiali. Credo che la cronaca, non necessariamente “nera”, abbia lasciato professionalmente la possibilità di ricerca della notizia, il saper scovare qualcosa che non ti viene messo su un comunicato stampa, altrimenti diventa un esercizio di bella scrittura: per essere un bravo giornalista non devi saper solo scrivere bene.

Cercando su Internet ho trovato alcuni tuoi articoli su Corriere.it. Come ti poni nei confronti del giornalismo online?
La maggior parte di quei pezzi sono ripresi dalla carta stampata. A volte, però, ho anche scritto direttamente per l'online. Il web ti dà sicuramente delle possibilità in più perché non è vincolato a una rigidità di spazi. È chiaro che non puoi inserire mille notizie al giorno, però di sicuro qualcosa in più rispetto a quelle del giornale. Su Internet non ti trovi davanti a una gabbia rigida come quella delle pagine, che sono limitate. Inoltre, mi è capitato di recente di realizzare due tipologie diverse di intervista: per il giornale ho fatta una selezione dei passaggi più interessanti e li ho inseriti in un articolo; nell'online, dove ho avuto la possibilità di caricare dei video e della musica, e certe cose non dovevo starle a spiegare, ho pubblicato proprio l'intervista integrale. Era un'intervista con Antony di Antony and the Johnsons.

Hai affermato che la maggior parte dei tuoi articoli vengono riportati su Corriere.it come sono stati pubblicati sul cartaceo, non rispettando i canoni del giornalismo online. Pensi che in Italia siamo ancora un po' indietro rispetto all'America sotto questo punto di vista?
In parte credo di sì, ma anche perché la diffusione di Internet in Italia è ancora bassa e quindi ci sono meno risorse sull'online. Dall'altro lato, però, vedo che nel nostro giornale l'online sta crescendo molto di più e, dopo un esperimento che era stato fatto anni fa, quest'anno a Sanremo noi del Corriere della Sera, nonostante la crisi abbia tagliato la presenza di alcuni colleghi di altre testate, avremo una persona in più, che sarà esclusivamente per l'online, un collega che scriverà e realizzerà video e interviste solo per Corriere.it. Mi sembra che sia un bel segnale.

In base alla tua esperienza personale, quali pensi siano i lati negativi della professione di giornalista?
Mamma mia! Faccio fatica. Forse perché a me piace farlo. L'unica cosa negativa, per me che sono un lavoratore dipendente, è che a volte si lavora anche il fine settimana. Bisogna essere più flessibili nella gestione dei tempi, però dall'altro lato può essere un vantaggio. Certo, a volte, anche nei week end può capitare che succeda qualcosa di rilevante, come la morte di un artista, e ti tocca fare gli straordinari. Il tuo lavoro è in funzione dei ritmi del mondo, non dei tuoi ritmi. Però, vivaddio! Fossero tutti i lavori ad avere questi lati negativi...

Parlando delle recensioni musicali, quanto bisogna saper mediare davanti a un disco che merita una critica negativa?
Per quanto mi riguarda, lo spazio che ho per la critica musicale è di assoluta libertà, nel senso che non ho alcuna costrizione o richiesta da parte della direzione e non ho nessuno a cui rispondere di questo, perché che io faccia la recensione di un disco o di un altro importa poco, perché si fidano di quello che io propongo. In un articolo, invece, ci deve essere una notizia: un cantante in un'intervista deve dirmi qualcosa per avere uno spazio sul giornale. Nella critica cerco di portare in luce dei dischi che a me piacciono e che non hanno un altro spazio di visibilità sul quotidiano. Per esempio, non puoi intervistare un gruppo esordiente americano che fa bella musica e basta, perché non funzionerebbe a livello di notizia e allora gli dai visibilità nella recensione. Per quanto riguarda i grandi artisti, invece, ci possono essere recensioni positive e negative. Purtroppo, spesso, ahimè, vedo molte persone che parlano male di un artista e al dunque nelle recensioni sono tutti bravi.

Ti sei mai trovato in difficoltà durante un'intervista?
Sì, due volte ho realizzato delle brutte interviste. Una con i Fun Lovin' Criminals, che rispondevano a monosillabi e perciò quell'intervista non è mai uscita, e l'altra con i Velvet Revolver. Per quest'ultimo gruppo mi proposero un'intervista a Slash, che a me interessava molto, e la feci. Poi mi chiamarono e mi dissero che per motivi di equilibri interni alla band anche il cantante Scott Weiland aveva piacere di essere intervistato. Mi ricordo che nella cartella stampa si leggeva che lui andava in studio, non si capiva bene se accompagnato dalla polizia o altro, insomma non era ben chiaro. Gli feci una domanda e lui glissò, poi gli dissi che non avevo capito bene chi fossero gli uomini che lo accompagnavano e lui rispose: “Un'altra domanda così e ti puoi ficcare la cornetta su per il culo”. Al che io gli ho risposto: “Per me l'intervista può anche finire qui. Vedo che sei una persona molto maleducata”. Diciamo che quella volta non avevo bisogno di portare a casa l'intervista, perché il mio interesse era Slash, un personaggio che mediaticamente vale dieci volte Scott Weiland. Tante altre volte, invece, ho avuto sorprese positive: è il caso di Ben Harper. Con lui ero partito prevenuto e la cosa più bella è quando un artista ti sorprende e rovescia magari un cliché che tu hai. Questa cosa mi è capitata anche con Fabri Fibra, che non mi aveva convinto del tutto, in base alla presentazione che me ne avevano fatto. Quando l'ho intervistato mi aspettavo di trovarmi davanti a un artista che non aveva niente da dire, invece a ogni domanda che facevo, lui rispondeva spiegando benissimo il suo pensiero e questo mi ha colpito moltissimo. Riguardo Fabri Fibra, ho litigato di brutto con alcuni colleghi, perché ci sono dei giornalisti che vivono ancora nel 1970.

Andrea Laffranchi su PopOn Parliamo di musica italiana. Martedì prossimo inizierà il Festival di Sanremo. Pensi che questa manifestazione nel 2009 sia ancora la vetrina della musica nostrana?
A dire il vero non so se lo sia mai stata veramente. Forse negli anni '80 o agli inizi, ma sempre a corrente alterna. Se pensiamo agli anni '70, sicuramente non lo era e adesso forse non lo è. A me fa ridere quando di Sanremo si dice “da lì sono passati Vasco Rossi e Zucchero”. Ok, ma bisogna vedere come ci sono passati. Poi, non so neanche se ha senso pretendere che Sanremo sia una vetrina della musica italiana, perché tanto oggi cosa può essere una vetrina? Il “negozio musica” è talmente diversificato che non solo ci trovi la maglietta bianca e quella blu, ma ci trovi la maglietta bianca, la pastasciutta, il telefonino. In altre parole, la musica è diventata talmente un mondo composito che pretendere di avere una vetrina è difficile. Certo Sanremo non è capace neanche di rappresentarne bene una parte. Mi sembra che dal punto di vista musicale, il Festival dica molto poco. I grandi non ci vanno ma purtroppo non ci vanno più neanche i medi, che commercialmente hanno un loro pubblico ma che non rappresenta il pubblico televisivo. Probabilmente è da rivedere tutto; forse c'è troppa roba. Se fossi anch'io un artista direi: “Perché devo andarci?”. Non tanto per la gara, perché uno potrebbe dire “non vinco, ma potrei fare la fine di Vasco Rossi, diventando il numero uno”, quanto per il fatto di essere buttati in un mercato dove la settimana dopo Sanremo ti trovi davanti a sedici prodotti, o venti come negli anni passati, messi allo stesso livello. Sono troppi! Magari meno e facciamo cantare allo stesso artista almeno tre canzoni. Una volta, agli inizi, era così perché Sanremo era il Festival “della canzone”. Certo adesso sarebbe anacronistico, però far sì che il cantante possa presentare, magari in una serata, quello che diventerà il primo singolo dell'album e poi un paio di altre sue canzoni, diminuendo il numero dei partecipanti, renderebbe Sanremo una vera vetrina della musica, un mega showcase di presentazione del disco. Non solo un singolo mischiato con altri sedici in una serata dalla visibilità pazzesca, ma per tre minuti e basta. Un pezzo per entrare nelle orecchie della gente ci mette di più e se vuoi conquistare il pubblico televisivo, che è diverso da quello radiofonico o da quello di Internet, forse devi scegliere un'altra strada.

Visto che ti occupi anche di televisione, cosa ne pensi dei programmi musicali in tv? Cito, per esempio, X Factor, che sta avendo un riscontro decisamente positivo...
A me X Factor piace. Mi sembra che sia fatto bene. Io ci ho trovato degli artisti che avrei voluto ascoltare, piuttosto che tanti di cui mi arrivano i dischi a casa negli ultimi tempi. Trovo che, a differenza di tanti altri programmi, X Factor faccia fare al concorrente il cantante. Punto e basta. Non lo fa litigare, non gli fa fare scenette strane. Che poi io preferisca qualcuno che, oltre ad avere una bella voce, sappia anche scrivere una canzone, o non abbia una voce bellissima ma sappia scrivere benissimo, questo è un altro paio di maniche. Se siamo, però, alla ricerca di talenti vocali, penso che X Factor li valorizzi e non li faccia fare le liti “da cortile”. Le liti ci vogliono, altrimenti il programma in tv non funziona, però le fanno i giudici e il loro staff, ed è giusto così. I cantanti vengono tenuti al riparo e la polemica c'è solo nei confronti dell'esibizione.

Secondo te, potrebbe uscire qualche talento da questo programma?
Sì. Certo dipende molto dal gusto personale. Faccio un esempio: Giusy Ferreri è un bel segnale per X Factor, ma è anche un brutto segnale per la discografia.

In che senso?
Voglio dire che se ci deve essere un programma televisivo che mi fa scoprire la novità discografica dell'anno, vuol dire che i discografici hanno perso di vista qualcosa, perché non era la prima volta che la Ferreri si presentava, erano anni che ci provava. Forse la discografia deve porsi un quesito: “Perché non siamo in grado di scoprire una Giusy Ferreri?”. Io sono molto critico nei confronti della discografia, in particolare con quella italiana. Se noi pensiamo ai casi discografici degli ultimi dieci anni, che cosa è rimasto? I Lùnapop? Un prodotto rifiutato da tutte le case discografiche, che ha poi venduto un milione di copie, e forse all'epoca non le vendeva neanche Vasco Rossi. Poi che altri casi ci sono stati? Le Vibrazioni, anche se hanno venduto molto meno dei Lùnapop, e infine Giusy Ferreri. Se non riusciamo a vedere più i talenti, è grave. Si sentono certe “porcate” di dischi, a volte. Si produce di tutto e non si producono i Lùnapop? Attenzione, forse c'è qualcosa che non funziona più.

C'è anche da dire, però, che la Ferreri era stata rifiutata perché si era presentata in veste di cantautrice e questo, secondo i discografici, non avrebbe generato vendite...
Sì, però capisci che, se hai in mano un'artista che si presenta come cantautrice ma con quel tipo di voce, devi riuscire a confezionarle delle canzoni, per esempio quelle di Tiziano Ferro, come poi è successo, ma dopo anni e grazie a un programma televisivo. È facile fare il discografico con un talento che arriva da te e dice: “Ho una bella voce, scrivo delle belle canzoni e me lo produco come farebbe Brian Eno”. Il discografico deve sapere riconoscere o la grande penna o la grande voce o il genio musicalmente rivoluzionario, e creargli attorno ciò che gli manca.

Si potrebbe fare un paragone con il lavoro di un giornalista al Corriere della Sera. Come dicevi tu prima, è importante avere alle spalle una macchina potentissima, che ti permette di fare al meglio il tuo lavoro. X Factor potrebbe essere come il Corriere della Sera per chi aspira a diventare un cantante oggi...
Sì. Poi, a dire il vero, in Italia il problema non è solo dei discografici ma anche dei media (televisione in primis, e giornali poi). La cosa che io non perdono ai giornali e ad alcuni dei miei colleghi è il non credere nelle novità. È possibile che ogni volta che esce un disco di alcuni cantanti consolidati come Gianni Morandi e Lucio Dalla, questi ottengano degli spazi smodati sui giornali e non si abbia mai il coraggio di puntare sulle novità? Perché i Baustelle non hanno spazio sui giornali? In Inghilterra, un gruppo come i Baustelle finirebbe sui quotidiani o in televisione. Quando lì esce un disco di Rod Stewart, per esempio, questo ha lo stesso spazio di quello di un giovane. Qui in Italia, invece, si gioca un po' troppo sul sicuro. Chi dovrebbe capire le novità non le vuole vedere. Non ti piace un artista? Hai a disposizione la recensione per stroncarlo, ma non puoi non parlare di un fenomeno che arriva al numero uno in classifica. La pigrizia dei giornalisti italiani è tutta qui: “Non ne parlo perché non mi piace”. Non stai facendo il tuo lavoro. Ed è per questo che io personalmente voglio rimanere cronista, più che critico. Il cronista deve capire i fenomeni e quello che gli succede intorno; il critico se ne sta lì.

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