Essere Red Ronnie
Scritto da Simone Arminio
Martedì 06 Aprile 2010 11:30
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Red Ronnie su PopOn Giornalista, talent scout, precursore di nuove forme mediatiche, inventore di programmi cult come il rimpianto “Roxy bar”, Red Ronnie in realtà all’anagrafe si chiama Gabriele Ansaloni, ha un remotissimo passato da impiegato di banca e la musica, ammette a PopOn, lo ha "salvato dalla solitudine”. Lo abbiamo incontrato nella speranza che sappia spiegarci il segreto di un “mestiere” poliedrico come il suo.

Quando è nato Red Ronnie, l'appassionato conoscitore di musica?
Sono così da sempre. Vedi, io abitavo in campagna, in un luogo distante dal centro abitato. E già allora, per chiamare i miei amici che stavano giù al bar a due chilometri da casa mia, mettevo a palla il mio amplificatore che mi aveva confezionato a mano Maurizio Montanari, figlio del proprietario di Montarbo (storica azienda produttrice di amplificatori, ndr). Dal bar i miei amici dicevano: "Ha acceso la musica, andiamo a sentire”, e venivano a trovarmi. Perciò la musica è sempre stata importantissima per me. Tant’è vero che delle 5mila lire di paghetta che ricevevo da mio padre, 3mila le spendevo puntualmente nell'acquisto di un LP, seicento lire andavano in benzina per il motorino, e il resto, cioè niente, in divertimenti. Ero, per dire, uno di quelli che al bar diceva di non avere mai fame, salvo poi divorare tutto quello che i miei amici mi lasciavano! Poi, finita la ragioneria, mio padre mi ha chiesto di andare a lavorare in banca. Ma già allora frequentavo le prime radio libere. E pur lavorando in banca ho cominciato a scrivere per il Resto del Carlino, poi per Popster, Rockstar e tante altre riviste. Perciò a un certo punto mi è toccato di fare il giornalista. E quando nel 1983 Bibi Ballandi mi chiese un'idea per un locale che aveva affittato, e che si chiamava “Terme della Galvanina”, io scelsi il nome Bandiera Gialla e la musica degli anni ‘60. Da lì a breve sarebbe venuto il momento della televisione...

In questo percorso lungo ed eterogeneo, quando ha capito per la prima volta che la musica sarebbe stata il lavoro della sua vita?
Ma in realtà io non mi sono mai reso conto che è un lavoro! Tant'è vero che economicamente sono un disastro. Tutto quello che faccio è mosso dalla passione. Mi spiego: un'attività diventa un lavoro quando la priorità di scelta è basata sul 'quanto guadagno'. Ecco, siccome io questa priorità non l'ho mai avuta, e spero di non averla mai, da più di trent’anni faccio solo quello che amo fare, ciò per cui sono stato disegnato.

A contraddistinguerla da sempre è anche un infallibile fiuto per gli esordienti. Quando ha capito di essere un potenziale scopritore di talenti?
Beh, uno dei miei primi articoli parlava di un gruppo che si chiamava The Clash, e l'editore mi disse: “Guarda che questi gruppi si mettono insieme solo per te, perché nessuno li ha mai sentiti!”. Così quando i Clash riempirono Piazza Maggiore di Bologna e diventarono star mondiali, io ho capito che dovevo spostare la mia attenzione verso gli sconosciuti, e ho intrapreso il mio lavoro con gli emergenti. Da allora ho sempre alternato le interviste a grandi star come Keith Richards, Mick Jagger, Paul Mc Cartney, Ringo Starr, Jimmy Page, Eric Clapton etcetera, a quelle fatte a gruppi sconosciuti.

C’è una filosofia dietro a questa scelta?
Ho sempre diviso il mio spazio in due, dando la stessa importanza ai mostri sacri come agli emergenti perché per me gli appassionati di musica sono tutti degni di rispetto. Era un po’ questa la caratteristica del Roxy bar, dove arrivavano musicisti come Elvis Costello - che sono i più difficili da trattare - e subito dopo degli esordienti sconosciuti che impazzivano di gioia solo per il fatto di essere lì.

Infatti Roxy Bar è tuttora un programma 'cult' nella storia della tv. Ma quali difficoltà ha dovuto affrontare per arrivarci?
Le difficoltà ci sono sempre, perché io in genere credo nel progetto, non in tutte le cose collaterali. Mi spiego meglio: se ti devi preoccupare della musica devi fare solo quello, non puoi pensare a quanti soldi servono, come far funzionare il tutto, e che giri costruirci dietro. Io ho scoperto per caso di avere delle edizioni musicali. Ma tutte le volte che un gruppo, grato per quello che ho fatto per loro, mi ha proposto in cambio delle edizioni di loro brani, io ho sempre detto no. A me interessa solo la musica.

Red Ronnie su PopOn Fra le sue mille anime professionali, giornalista radiofonico, presentatore televisivo, autore, critico musicale, talent-scout, direttore artistico, quale la rappresenta di più?
Non saprei, perché soprattutto oggi non c'è più nessun ruolo e nessun media che sia fine a se stesso. Tutto vive in un amalgama di svariate forme. Oggi, ad esempio, la tv musicale per me non esiste più. Io lo avevo stabilito già nel 1995 quando - mi dicono primo al mondo - avevo iniziato a interagire con Internet in diretta televisiva, portando in tv una chat, e la gente parlava con gli ospiti facendo domande e commenti in tempo reale. Perciò tutto quello che ho fatto è stato far interagire i nuovi media, senza mai tenere separate le varie anime. Un po’ quello che si fa ora con Internet.

Ha anche fatto il docente di Semiologia dello spettacolo all'Università di Siena.
Sì, ma ho dovuto lasciare la cattedra e ho smesso di farlo stabilmente, anche se ho appena fatto una lezione alla Cattolica e insegno in un master. A Siena è stata una bella esperienza, ma ho smesso, perché non riuscivo a stare dietro agli impegni accademici. Anche perché mi avevano fregato! (ride, ndr) Ovvero, quando mi hanno parlato del mio impegno, mi hanno detto: “Vieni qui il mercoledì sera, fai due ore di lezione, dormi qui, fai altre tre ore il giovedì mattina, e te la cavi in due giorni a settimana. Però non mi avevano detto che dopo c'erano gli esami, e i ricevimenti, e i consigli! Io, non avendo fatto l'università, tutte quelle cose non le sapevo. Perciò alla fine si è rivelato un impegno troppo gravoso, e ho dovuto mollare.

Beh, da ex professore di Semiologia e ideatore di Roxy Bar, almeno saprà dirci: cosa fa di un format mediatico un vero e proprio cult?
La credibilità. Per dire: oggi il Grande Fratello è famosissimo, ma se domani non lo faranno più, nessuno dirà che gli manca. Il Roxy Bar invece è entrato nel cuore della gente, e ancora oggi manca a moltissimi, ed è questo a farne un cult. Cosa che non può avvenire con il Grande Fratello né con X-Factor.

Dietro al Roxy Bar si aggirano vari spettri e leggende. La prima che mi viene in mente è un bar che a Bologna si spaccia di essere il luogo reale che ha ispirato Vasco, e di conseguenza lei.
In quel posto Vasco c'è stato una sola volta perché ce l'ho portato io, nel 1993, per un servizio fotografico che poi fece il giro dei giornali. Dopo di allora non c'è più tornato! E loro purtroppo, in maniera disonesta, continuano a dire che quello è il bar preferito di Vasco. Se ci vai, e chiedi di lui, ti risponderanno che fino a qualche minuto prima è stato lì! Il problema è che Vasco non leggerà mai le scritte che ci sono nei bagni, perché lui quel posto non lo conosceva nemmeno. Sostiene, piuttosto, di aver preso quel nome da una canzone di Fred Buscaglione che a un certo punto nomina “quella bionda del Roxy Bar”.

E lei perché hai scelto questo nome per il suo programma?
Il mio nome è figlio del concetto che Vasco ha enunciato in quella canzone: “Poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar”. Ma in realtà io non servivo alcolici, quindi avrei voluto che lui cambiasse il testo in "ci troveremo come le star a bere insieme al Rossi Bar" (ride, ndr) Però mi interessava il concetto: il bar che racconta Vasco è quello della provincia, di Zocca o di Pieve di Cento, dove ci si ritrova tutti a bere ogni sera. Ed è il luogo dove tutti sono uguali, come nella “Livella” di Toto. Perché ci arriva sia l’industriale in Ferrari che l’operatore ecologico con la sua Cinquecento scassata. E dopo un po' uno dice “ieri il Milan ha giocato male”, e l’altro risponde “cosa dici, non capisci niente, è stata tutta colpa dell’arbitro”. Ecco: se ti estranei per un attimo e guardi la scena dall’esterno, vedi uno spazzino che ha appena dato del deficiente a un industriale. Ed è questo il concetto di cui parlavamo prima: per me il divo della musica americana e l'esordiente italiano sono sullo stesso piano.

Red Ronnie su PopOn Torniamo agli emergenti allora: fra i tanti che vede, cosa la colpisce? Cos’è che fa scattare in lei quella molla che la fa credere nelle loro potenzialità artistiche?
Questo non lo so: non esistono trucchi del mestiere. So soltanto che quando nel 2001 vidi i Negramaro capii che dovevano vincere il Tim tour, e mi battei per loro contro il parere dei discografici. E grazie a quella vittoria hanno abbandonato la loro condizione di band pugliese emergente per diventare i Negramaro.

E adesso chi le piace?
L’ultima che ho portato alla Sugar è una ragazza che si chiama Erika Mou. È molto brava. Ma non so se avrà le spalle forti per crescere. Per farcela non basta il talento: bisogna avere abnegazione, e sentirsi liberi.

Un buon trampolino potrebbe essere suonare su di un palco nella Metropolitana di Milano... come accade con LiveMI, la sua nuova creatura?
Il Live MI, se lo guardi in apparenza, è una rassegna per artisti emergenti voluta dal Comune di Milano e Atm. Ma in realtà è molto di più. È un modo per essere filmati da tre telecamere e avere poi un video da riutilizzare. È un modo per andare su Youtube, sul circuito video della metro, e un domani anche in un programma televisivo. Soprattutto un modo per vendere la propria musica su iTunes a delle condizioni convenientissime, e senza cedere edizioni o fare contratti che ti portano via tutto.

Questo è ciò che fa per i musicisti esordienti. E per quelli che le chiedono: "Come si diventa Red Ronnie", a loro cosa risponde?
La gente è sempre abituata a vedere solo la punta dell'iceberg. Quando vedi un atleta che vince i cento metri alle olimpiadi, dici “caspita che bello sarebbe esser come lui!”. In realtà non sai che quello si è allenato ogni giorno duramente per anni per poi giocarsi tutto in cinque giorni di Olimpiadi. Perciò quando la gente mi chiede come si fa a fare il mio lavoro, io rispondo semplicemente: “Ci si fa un culo così”, e comincio a enumerare tutte le cose che ho fatto. Se guardo la mia biografia sul sito di Roxy Bar mi viene voglia di andare a dormire, perché mi torna in mente tutta la fatica e i sacrifici fatti: ogni giorno prendere, andare, partire, trasmettere a Bologna, inventarsi una radio, andare in televisione a Zola Predosa (BO)... e se contassi anche tutti i progetti proposti e non passati, o quelli non andati a buon fine! Poi a fare la differenza sono i ‘no’ che dici, le rinunce. Ecco, direi che per diventare Red Ronnie la decisione più facile quasi mai è quella giusta… si tratta di fare sempre la scelta più scomoda!

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