Il maestro Fio Zanotti ha la musica nel dna. Lo si percepisce dai racconti delle sue esperienze professionali durante questa nostra chiacchierata telefonica. Musicista, arrangiatore, direttore d'orchestra, produttore: tante professionalità in una sola. Le emozioni che arrivano al grande pubblico passano anche grazie al lavoro dietro le quinte di professionisti seri e meticolosi come lui.
Qual è stato il suo primo approccio con la musica? È stato un contatto maledettamente naturale. Ho cominciato a suonare a quattro anni grazie a mio nonno, che mi regalò un'armonica a bocca. Poi, a cinque anni mi comprò una fisarmonica. Dopo un'ora sapevo già suonare le melodie che ascoltavo in radio e al Festival di Sanremo. Fu sempre mio nonno a spingermi su un palcoscenico mentre suonava un'orchestrina di liscio. Così il maestro Leonildo Marcheselli mi prese come allievo e mi insegnò le prime nozioni musicali. Da adulto poi si è iscritto al Conservatorio... Suonando in lungo e in largo per l'Italia con dei gruppi, ho sentito il bisogno di entrare in Conservatorio per imparare la tecnica musicale. Sentivo l'esigenza di scrivere per l'orchestra e mi rendevo conto che, senza una preparazione adeguata, questo non sarebbe stato possibile. Ho studiato perciò armonia e contrappunto con il maestro Noferini e orchestrazione con il maestro Ettore Ballotta: quest'ultimo mi ha insegnato le prime psicologie di un arrangiamento. Solo parlandomi, mi faceva capire quanto fosse importante dare i pesi giusti in ogni momento del brano. L'arrangiamento è il vestito di una canzone. Che conseguenze ci sono se la si riveste di un abito sbagliato? Con un buon arrangiamento puoi far sì che un pezzo di media caratura possa diventare bello e molto godibile. Di contro, puoi anche rovinare un capolavoro se sbagli i pesi, la ritmica e la velocità. Io intendo una canzone come piena di dinamica. È importante avere un feeling umano con essa e questo spesso vale di più della preparazione. Cosa intende per feeling umano? È il cuore. Questo serve a portate avanti una canzone e a guidarti fino alla fine della composizione, per fare in modo di muovere la sensibilità altrui in ogni momento del pezzo. Mantenere costante l'emozione per tutta la durata del brano... Bravissimo. Molto volte mi sono trovato a sbattere la testa contro il muro perché qualcosa non quadrava o perché cercavo di dare un'emozione nuova, che la composizione stessa in origine non aveva. Invece, altre volte mi sono trovato di fronte a pezzi come L'emozione non ha voce, cantata da Adriano Celentano. In questo caso sono stato attentissimo a non rovinarlo perché era già in sé un capolavoro di musica e testo (musica di Gianni Bella e testo di Mogol, ndr). Che rapporto si crea tra l'arrangiatore e chi scrive la musica? Il rapporto con tutti i grandi musicisti con cui ho avuto l'onore di lavorare è sempre stato straordinario. E lo stesso vale con cantautori e interpreti. La musica ha un linguaggio solo e, guarda caso, chi è arrivato a certi livelli ha delle doti tali da sostenere quello di cui la musica stessa ha bisogno.
Che gusto musicale deve avere l'arrangiatore?Piuttosto elevato. Deve essere a conoscenza di quello che accade nel mondo. Certi suoni oggi sono stati ripescati: è il caso delle atmosfere anni '80. In quegli anni io, per esempio, studiavo i dischi di Bill Evans e dei grandi jazzisti per carpirne le emozioni e tramutarle negli arrangiamenti. Per Catch the fox (Den Harrow, ndr) fui ispirato da Béla Bartók. Cosa le ha lasciato il lavoro fatto negli anni '80? Quel periodo è padre di tantissimi successi. Io iniziai a lavorare con i Pooh, Fiorella Mannoia e Anna Oxa. Tutti i brividi del mondo è un arrangiamento di cui vado molto fiero: in quel pezzo fu creato uno special che ancora oggi mi dà una grande emozione. Purtroppo ti accorgi sempre dopo delle cose belle che hai fatto. Oggi sto molto più attento quando lavoro e cerco di improvvisare meno ma alla fine è sempre il cuore che comanda. Cosa sceglierebbe tra un suono più classico e l'elettronica? La mia passione è lavorare con e per l'orchestra. Amo gli strumenti e i suoni: una viola che ti fa una bellissima melodia, un violoncello, la forza degli strumenti a fiato. Mi piace fondere l'elettronica con la verità assoluta. Oggi purtroppo c'è molta sintesi: il suono digitale ha fatto fare passi da gigante ma allo stesso tempo ha anche tolto il cuore che pulsa in ogni momento. Io stesso posseggo uno studio di registrazione all'avanguardia ma sto bene attento a non farmi prendere la mano per “non perdere il cuore”. Parliamo dell'orchestra. Quando ha iniziato a dirigerla? Nei primissimi anni '80 realizzai delle sigle televisive come Cicale (sorride, ndr). Dirigevo l'orchestra ed ebbi modo a Milano di lavorare con grandi musicisti come Gianni Basso e Oscar Valdambrini, gente che ha fatto la storia della musica italiana. Quelle produzioni mi piacevano. Ritengo fondamentale ancora oggi guardarsi negli occhi. I dischi fatti così si sentono perché sono suonati in diretta e carpiscono l'emozione di quel momento. Quando lavoravo con la Baby Records partecipai poi, quasi in pantaloni corti, all'Eurofestival del 1985 con Al Bano e Romina Power (Magic oh magic, ndr). Lei è molto legato al Festival di Sanremo, avendo partecipato a numerose edizioni. Quali esperienze le sono rimaste nel cuore? Io difendo Sanremo a spada tratta. Tutte le volte che sono salito su quel palco è successo qualcosa di importante. Con Anna Oxa siamo arrivati primi con Senza pietà e abbiamo centrato un secondo posto con Storie. Ricordo poi Il mare più grande che c'è (I love you man), cantata da Fiordaliso: sono molto legato a questo brano. Quest'anno altra vittoria, a mio parere meritata, con Tony Maiello, giovane di ottime aspettative. L'orchestra ha più volte cambiato disposizione sul palco dell'Ariston. Lei come la preferisce? Di fronte è meglio perché puoi dirigere il cantante. Magari è sovrappensiero e puoi dargli l'attacco come avviene per i musicisti. Io comunque vorrei tutti sul palco alla vecchia maniera. Il separare comporta una maggiore pulizia e perfezione del suono ma le corde vibrano di meno, c'è meno armonia tra gli strumenti. Errori del cantante o imprevisti tecnici durante un'esecuzione in diretta: come cerca di cavarsela il direttore d'orchestra? Ci vuole freddezza. Se l'orchestra è avanti di una battuta rispetto al cantante o viceversa, fare dei segnali per rimettere tutto in pari sarebbe la cosa più giusta. A me a Sanremo capitò di dover rinunciare a una sequenza elettronica per una distrazione del programmatore. La feci togliere con un solo gesto e nessuno se ne accorse. Non è da tutti dirigere l'orchestra: il vero direttore si riconosce soprattutto in queste circostanze.
Episodi curiosi legati al Festival?Nel 2008, quando accompagnavo Loredana Berté, decidemmo all'ultimo momento di aggiungere una parte rap alla canzone Musica e parole. Lei non fu avvisata e durante le prove iniziò a preoccuparsi ma capì subito e, come al solito, fu straordinaria. In quello stesso anno proprio Loredana Berté fu esclusa dalla gara perché il brano risultava già edito. Deluso? Io ci rimasi malissimo perché do l'anima per una canzone. Tra l'altro fui chiamato all'ultimo momento e in tre giorni scrissi l'arrangiamento ma nessuno di noi sapeva che il brano fosse già stato pubblicato. Oltre al Festival, ha avuto anche altre esperienze televisive. Cosa ricorda del reality “Music Farm”? “Music Farm” la porto nel mio cuore. Era una macchina da guerra. Per quella trasmissione furono scritti 140 arrangiamenti. Ho fatto cose belle con tutti i cantanti di quell'edizione. Abbiamo dato l'anima per la musica. Oggi, invece, c'è “X Factor”. Io un talent show lo vedrei fatto con l'orchestra alla maniera di “Music Farm”. So che è più difficile e dispendioso ma così si danno ai giovani molte più possibilità rispetto al canto su una base preparata in fretta. A cosa sta lavorando in questo momento? C'è un progetto straordinario che sta nascendo in questi giorni ma per scaramanzia non ne parlo. Ho un grande entusiasmo a riguardo ma se capisco che non va bene, divento cattivissimo con me stesso e sono intrattabile. Se vedo che ci siamo, posso anche andare a giocare a calcio come farò oggi. Per Fio Zanotti, dove sta andando la musica leggera italiana? Penso che questo sia un momento di transizione. Il primo lavoro fatto con sentimento e con delle corde tali da far vibrare nuovamente le radio potrà vendere tanti dischi e far sì che la musica italiana possa ripartire. Forse sono un sognatore, però ci credo ancora. Vai alle altre interviste ai professionisti della musica italiana Condividi |
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Scritto da Gerardo Larosa
Giovedì 29 Aprile 2010 00:00
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Il maestro Fio Zanotti ha la musica nel dna. Lo si percepisce dai racconti delle sue esperienze professionali durante questa nostra chiacchierata telefonica. Musicista, arrangiatore, direttore d'orchestra, produttore: tante professionalità in una sola. Le emozioni che arrivano al grande pubblico passano anche grazie al lavoro dietro le quinte di professionisti seri e meticolosi come lui.
Che gusto musicale deve avere l'arrangiatore?
Episodi curiosi legati al Festival?