Che Pippo Rinaldi, in arte Kaballà non fosse uno dei tanti giovani artisti in circolazione furono in molti a capirlo già dai primissimi anni Novanta. In quegli anni uscì il suo primo album, Pietra lavica, che al dialetto siciliano seppe donare una raffinata ricerca letteraria e un inedito (per quei tempi) spessore world. Ma la svolta vera avvenne l’anno dopo, quando Kaballà incontrò il maestro Nino Rota, e sulla sua musica firmò uno dei
testi più celebri del cinema mondiale: Brucia la terra, colonna sonora del film “Il Padrino III”. Parte da lì un percorso che lo ha portato ad abbracciare tutta la musica pop italiana e diventare uno degli autori più raffinati del panorama italiano, con brani firmati per Eros Ramazzotti, Antonella Ruggiero, Mario Venuti, Anna Oxa, Carmen Consoli e molti altri. Ma ecco come Kaballà racconta se stesso e il suo lavoro a PopOn...Come nasce artisticamente Kaballà, e qual è la formazione che l’ha portato a diventare prima un cantautore, poi un autore? Gli inizi, paradossalmente sono molto più simili all’attualità che agli esordi. Perché ho iniziato per prima cosa a scrivere canzoni pop. Era un po’ un gioco, voglia di confrontarmi con la mia passione musicale e di cercare di scimmiottare i miei miti. Poi, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, un po’ per le emozioni del mio ritorno in Sicilia, dopo aver vissuto tanti anni a Milano, un po' perché fulminato sulla via di Damasco da un album che per me è stato una stella polare, Creuza de ma De André, ho cominciato a lavorare sulla composizione e soprattutto sull’uso del dialetto. Da quel primo esordio cantautorale, come è arrivato al lavoro di autore? Beh, c’è da dire innanzitutto che cominciai a cantare in prima persona un po’ mio malgrado: furono alla Cgd, dove firmai il mio primo contratto, a convincermi che solo io avrei potuto interpretare alla perfezione le cose che scrivevo. Così è stato per molti anni, attraversando difficoltà e momenti di grande entusiasmo. La svolta avvenne verso la fine degli anni Novanta quando, essendo stato per anni un autore e un cantautore dialettale di nicchia, intrapresi la scrittura pop quasi come una sfida: volete che vi mostri come so scrivere? Bene. Fu così che approdai al pop in italiano. Ma senza mai dimenticare il dialetto e la ricerca, i miei primi amori. Com’è cambiata la sua scrittura da quel momento in poi? E qual è la differenza tra un testo scritto per l’impellenza di raccontarsi e la sfida di scrivere per la voce di qualcun altro? Beh avendo, come cantautore, fatto una scelta molto precisa, incentrata sulla musica d’autore e per buona parte sul dialetto, mi rendo subito conto quando una canzone la sto scrivendo per me e non per altri. La musica che scrivo per gli altri si muove anche su esigenze di mercato, popolarità e radiofonicità, anche se si tratta elementi dai quali in genere sto molto attento a non farmi dominare. La mia sfida, anzi, è tentare di dare sempre qualità aggiunta alla musica, anche nella sua espressione più popolare. Altre volte invece la scrittura è guidata da esigenze legate al personaggio e alla sua vocalità. Ciò può anche significare dover pensare al femminile, ovvero immaginare una sensibilità o una sensazione diversa dalla propria, come mi è capitato molte volte scrivendo per la Ruggiero o più recentemente per Nina Zilli. Scrivere per altri, insomma, è sempre una sfida.
Molte volte, nonostante l’impegno degli autori, il testo viene scavalcato da troppa attenzione nei confronti della musica o dell’interpretazione. Qual è secondo lei il giusto equilibrio fra questi elementi?Come dice Guccini, la canzone è fatta di tre elementi principali: il testo, la musica e l’interpretazione. La regola è percio che i tre elementi devono sembrare inscindibili e uno non deve mai prevalere sugli altri: una buona canzone non deve farti mai capire cosa sia stato pensato per primo, se il testo, la musica o l’interpretazione. Quali sono le difficoltà e i trucchi del mestiere di autore? Bisogna essere prima di tutto un po’ psicologi. Perché scrivere per gli altri comporta anche la conoscenza della persona che canterà il brano, bisognerebbe tentare di interpretare il mondo come se fosse lui a vederlo. Poi c’e l'esigenza di conoscere in pieno lo stile dell'interprete, e i generi che percorre. Il resto è un lavoro di maieutica: cercare di estrarre dall’interprete le sue idee, anche collaborandoci attivamente, fino a consegnargli una canzone che non è più tua, ma sua. E tenendo conto che subito dopo averla cantata non sarà più nemmeno sua, ma del pubblico! Questo è il giusto percorso che dovrebbe seguire una canzone. Le capita più spesso di avere un brano e pensarlo adatto a qualcuno, o di scriverlo sapendo già chi lo canterà? Capitano ambedue le cose. Succede che scrivi una canzone e subito la senti adatta a un artista piuttosto che a un altro. Oppure succede che circola la voce su un dato artista impegnato a realizzare un nuovo album, perciò, scrivendo, pensi alla sua interpretazione. Poi magari succede che quel brano pensato per un cantante in realtà finisca cantato da un altro, perché la musica è fatta di infinite strade. E infine, quando l’autore ha un minimo di notorietà, può capitare di essere chiamati direttamente dall’interprete che ha avuto modo di apprezzare i suoi testi e il tuo stile, e perciò lo vuole come autore. L’autore ha avuto un’importanza capitale nei decenni scorsi, in cui la musica era appannaggio principalmente degli interpreti. Ma sono sempre di più i musicisti che scrivono da sé i loro testi, spesso con risultati deludenti. Perciò qual è il ruolo dell’autore oggi? Effettivamente negli anni appena passati molti artisti hanno creduto, forse a torto, di poter essere anche autori. Ciò senza rendersi conto che l’autore è un mestiere diverso. Da qualche tempo, invece, una nuova attenzione nei confronti della voce e dell’interpretazione ha ridato importanza alla categoria degli autori. Una tendenza rafforzata anche dai talent show, che con tutti i loro pregi e i loro difetti hanno contribuito a questo ritorno. Si sentirebbe di consigliare ai giovani di intraprendere la carriera di autore piuttosto che di cantautore? E se sì, quali consigli si sentirebbe di dare? Scrivere è sempre una cosa affascinante, perciò perché no. Sui consigli: ogni tanto faccio dei corsi di scrittura, ma in genere mi presento dicendo che non esistono in questo campo né metodi né tantomeno guru o maestri. Esiste un mestiere di autore, ed esiste in primo luogo la voglia di emulare il meglio che la nostra cultura musicale ci abbia dato, non dimenticando mai di aggiungere un tocco della nostra creatività, per poter dire qualcosa di bello e di diverso, e soprattutto per rinnovare la nostra cultura popolare. Perché, ricordiamolo sempre: la canzone è di tutti, è arte popolare per eccellenza. Ci vogliono poi tanta umiltà e tanta pazienza, perché le difficoltà sono molte. Ma se un autore ha talento, prima o poi uscirà fuori, come dimostrano i tanti nuovi autori che stanno sbocciando negli ultimi anni. Ha recentemente annunciato di stare lavorando a un suo nuovo disco. Può già svelarci qualcosa di questo ritorno alla canzone in "prima persona"? Il disco in realtà è già pronto, ed è ostacolato solo dalla mia pigrizia e dal troppo lavorare per gli altri. Perché ormai troppo spesso antepongo il lavoro di autore a quello di cantautore. In ogni caso, questo nuovo disco riprenderà trasversalmente il mio mondo degli esordi, attraverso nuovi incroci tra dialetto, poesia, e spunti letterari. Il riferimento è una Sicilia non attuale, bensì più letteraria e senza tempo, che cerco di raccontare attraverso suoni e testi particolarmente evocativi.
Qual è stata la sua più grande soddisfazione in tutti questi anni di attività?Le mie più grandi soddisfazioni sono sempre piccole cose. In genere le più strane: quelle cose che sembrano avvenire quasi per miracolo, come i piccoli riconoscimenti, oppure un critico che parla del mio stile su un giornale. Nonostante questo non nascondo che i premi della critica a Sanremo, o il successo di una canzone che arriva all’estero ed è tradotta in altre lingue rappresentano per me una grande gratificazione. C’è qualcosa in cui vorrebbe ancora cimentarsi? Vorrei fare più colonne sonore per il cinema, oppure mi piacerebbe fare una piccola operetta moderna. Ma in realtà non lo so: sono sempre molto attirato dalla curiosità, e mi piace mettere le arti insieme. Perciò le possibilità, a non essere pigri, sarebbero infinite. E un artista con cui non ha mai collaborato e per il quale vorrebbe scrivere? Sono molti gli artisti che apprezzo, anche se molti di loro scrivono da sé i loro pezzi. Però ad esempio mi piacerebbe molto scrivere per Mina, la troverei una cosa molto bella e divertente da fare. E scriverei volentieri anche per Fiorella Mannoia, perché la reputo un personaggio molto importante, sia come artista che come donna. Lei è compositore di testi e musiche, attento osservatore della realtà contemporanea, autore di successo per molti artisti italiani e stranieri, infine cantautore. Ma se dovesse presentarsi con una sola di queste facce, come si descriverebbe? Io resto sempre il Kaballà degli esordi, e la parte più preponderante per me resta il palco. Perché più di un testo o di un disco, è il palco che ti da la possibilità di rappresentare maggiormente te stesso, con la tua vocalità, la tua cifra stilistica, tutti i tuoi pregi e i difetti. Ciò che mi interessa è rappresentare un mondo che mi sono costruito brano dopo brano, nel tempo, e che per un po’ di anni ho lasciato da parte. Forse è il momento di farlo rivivere. Vai alle altre interviste ai professionisti della musica italiana Condividi |
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Scritto da Simone Arminio
Sabato 19 Giugno 2010 00:00
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Che Pippo Rinaldi, in arte Kaballà non fosse uno dei tanti giovani artisti in circolazione furono in molti a capirlo già dai primissimi anni Novanta. In quegli anni uscì il suo primo album, Pietra lavica, che al dialetto siciliano seppe donare una raffinata ricerca letteraria e un inedito (per quei tempi) spessore world. Ma la svolta vera avvenne l’anno dopo, quando Kaballà incontrò il maestro Nino Rota, e sulla sua musica firmò uno dei
testi più celebri del cinema mondiale: Brucia la terra, colonna sonora del film “Il Padrino III”. Parte da lì un percorso che lo ha portato ad abbracciare tutta la musica pop italiana e diventare uno degli autori più raffinati del panorama italiano, con brani firmati per Eros Ramazzotti, Antonella Ruggiero, Mario Venuti, Anna Oxa, Carmen Consoli e molti altri. Ma ecco come Kaballà racconta se stesso e il suo lavoro a PopOn...
Molte volte, nonostante l’impegno degli autori, il testo viene scavalcato da troppa attenzione nei confronti della musica o dell’interpretazione. Qual è secondo lei il giusto equilibrio fra questi elementi?
Qual è stata la sua più grande soddisfazione in tutti questi anni di attività?