Critico musicale, conduttore radiofonico e firma storica del Mucchio Selvaggio, John Vignola è uno di coloro cui la vulgata affibbia, in genere, la definizione semplicistica e omnicomprensiva di “uno che di musica ne sa”. A lui abbiamo perciò assegnato un compito ben difficile: fare critica sulla critica musicale, e sull’utilità di occuparsi professionalmente di musica oggi in Italia. Ecco le sue risposte. John, lei fa il mestiere di critico musicale ormai da vent’anni. Le farò subito una domanda a bruciapelo: si è fatto un’idea di come sta la nostra musica? La musica sta come stiamo noi. È un periodo strano, in cui ci sono moltissime produzioni musicali che non hanno quasi seguito, e soprattutto è in corso un cambiamento epocale per tutto ciò che riguarda i mezzi di diffusione della musica. Il cd vive un’agonia che può darsi duri ancora molto, ma che sicuramente è un’agonia. E la produzione di supporti e di canzoni è incredibilmente superiore a quello che oggi il ritmo umano può sostenere in termini di attenzione. Ne conseguono una dispersione di energia e un gigantismo produttivo enormi, a fronte di una perdita progressiva dell’incidenza che la musica ha nella quotidianità e nel sociale. La musica, ovvero, è sempre più di sfondo. Ma la scena attuale non ha solo ombre. Poiché se da un lato c’è tutto quello che ho appena detto, dall’altro c’è che la musica in Italia oggi ha molta più dignità di ascolto, soprattutto rispetto ad alcuni generi che una volta venivano emarginati dal mercato della visibilità, ovvero il cosiddetto underground, che ormai è musica al pari delle altre. Oggi poi c’è un continuo travaso di generi, e questa è una cosa altamente positiva. Il mercato musicale si sta contraendo ma, beh, non tutto è perduto. E' in atto un cambiamento di cui non possiamo renderci conto, semplicemente perché lo stiamo vivendo, e quando si vive in prima persona una cosa è molto difficile riuscire ad analizzarla in modo soddisfacente. In questo magma in continuo movimento, che ruolo assume il critico musicale? Il critico musicale è uno di cui ci sarebbe bisogno se facesse coscienziosamente una critica, ovvero un discernimento: questo vuol dire critica, no? Cioè trovare le vie per muoversi nel mondo delle produzioni musicali e provare a comunicare all’esterno l’esistente. Un ruolo complesso da ricoprire adesso, perché la musica è sempre più difficile da afferrare e perciò il critico oggi ha una sua impotenza che dovrebbe aggirare, cercando di arrivare al cuore della musica.
Lei come sceglie i dischi di cui occuparsi?Come sempre in base al colore e all’odore (ride, ndr) Pensa sia ancora possibile, o utile, diventare critici musicali? E se sì, che formazione consiglierebbe di seguire? Se uno proprio non riesce a evitarlo, buona fortuna! (ride, ndr) Ma c’è da dire che io non conosco nessuno che voleva fare il critico musicale quand’era bambino. Conosco gente che aveva una grande passione per la musica e voleva divulgarla. Il critico musicale, per quello che riguarda la musica popolare, è una figura assai strana, che non ha delle qualifiche molto precise. Voglio dire: se devi fare il critico letterario, o il critico teatrale, il tuo corredo essenziale è una formazione universitaria di un certo tipo e un apparato ben calibrato di nozioni fondamentali. Colui che si occupa di musica popolare non deve neanche conoscere necessariamente la scrittura musicale, o la teoria, e questo è il paradosso. Quello che conta è l’impatto estetico, sociale e culturale di un brano. Ne consegue che il critico musicale debba essere semplicemente un eclettico, e che perciò non esiste una vocazione vera a farlo, ma una serie di circostanze favorevoli. Ovvero un interesse e una curiosità che devono avere dei tagli necessariamente extramusicali e spaziare molto. Il suo percorso personale qual è stato? La mia storia personale (e non so quanto possa essere interessante) è quella di una persona che aveva una grande passione per la lettura e per la musica. Una passione così forte che mi ha portato a scrivere fino a trovarmi, quasi per caso, di fronte alla grande possibilità di comunicarla. Dico che è successo per caso non perché uno vada per caso a fare delle cose, chiariamo, ma perché mi riconosco una vocazione comunicativa e musicale e non avevo il sogno o il mito del critico musicale e del conduttore radiofonico. Credo infatti che chi viva con questo tipo di sogni rischi sempre di essere mangiato dal sogno stesso. Voglio dire: quella del critico musicale è una professione come un’altra, e per certi versi ancora più miserabile. Chi la fa, la fa perché si sente in grado di farlo e perché gli è semplicemente capitato. È molto aleatorio dire di voler fare il critico musicale, tant’è vero che le scuole che riguardano la formazione di questo tipo hanno dimostrato di avere dei limiti notevolissimi. Senza parlare dei DAMS, che stanno sfornando una forma di disoccupazione atroce su cui direi che non c’è molto altro da dire. Il critico musicale è prima di tutto un giornalista che si trova a occuparsi di musica, ecco, ed è questa la strada più corretta che consiglierei di seguire a chi volesse farlo: un bel praticantato in un quotidiano. Così intanto ci si rende conto di cosa voglia dire fare il giornalista, comunicare. Poi, beh, quello che capita, capita.
Lei oltre al critico fa anche molta radio. Perciò le chiedo: che ruolo ha il mezzo radiofonico nei confronti della musica e del giornalismo musicale?Ciò che faccio in radio è sempre legato alla musica (ma anche ai libri e al cinema) ed è cercare di aprire delle finestre: muovere un po’ l’attenzione. Paradossalmente la radio è oggi uno spazio più libero rispetto alla tv. Uno spazio ancora non completamente colonizzato da quella forma di sciatteria che spesso notiamo sul piccolo schermo. La radio dà ancora delle possibilità di movimento, e investe colui che la fa di una responsabilità maggiore e un senso di gestione diretta del mezzo comunicativo. Poi se incontri ascoltatori che ti stanno a sentire, allora il tuo lavoro diventa opera di comunicazione. Non so dire francamente qual è lo stato attuale della radio nei confronti della comunicazione musicale, e mi sembrerebbe anche presuntuoso farlo. Ma posso dire che la radio ha ancora una buona forza di penetrazione nella società. Lei ha seguito direttamente anche alcune collane editoriali legate alla saggistica musicale. Ma ha ancora un senso secondo lei, di fronte ai cambiamenti avvenuti, scrivere libri sulla musica popolare? Il settore dell’editoria musicale è in crisi da tanto tempo, e scrivere libri sulla musica oggi è una pratica che uno scrittore, o un giornalista, prima di intraprendere dovrebbe valutare bene, per capire in primo luogo a chi debba essere rivolta la sua opera. Ciò perché tante volte viene l’impressione che non ci sia un vero destinatario, e che i libri di critica musicale siano degli oggetti che cadono nel vuoto. L’editoria musicale è innegabilmente l’anello più debole di tutta la catena che abbiamo finora delineato insieme. Ed è difficile, in un momento in cui la saggistica in generale ha la sua forma di recessione, capire quanto possa essere interessante leggere le solite considerazioni a posteriori su di una band musicale, di cui si raccontano vita morte e miracoli che oggi si possono trovare con facilità estrema su internet. Bisognerebbe allora reinventare un modo per scrivere i libri musicali. Scriverne meno, forse, ma renderli più particolari, interessanti e accattivanti di quello che banalmente si può trovare in rete. L’ultima domanda riguarda una curiosità: il suo nome è legato a un radiodramma realizzato dalla band dei Mariposa e intitolato, per l’appunto, Essere John Vignola. Di che si tratta, e come e nato? Non ne ho la più pallida idea! So solo che i Mariposa – che sono persone a cui voglio bene – qualche anno fa al Premio Tenco cominciarono a registrare gli interventi dei giornalisti musicali. Ora, io non so se in quell’occasione dissi qualcosa di particolarmente stupido così da convincerli senza volerlo a dare il mio nome al loro radiodramma. Ho preferito di non indagare. In ogni caso credo che John Vignola sia stato per loro semplicemente il nome bizzarro di un critico musicale a cui intitolare questo assemblaggio di parole, suoni e suggestioni riguardanti la cultura e la critica musicale. Secondo me il mio nome c’entra solo perché suona bene: ho questo nome che io trovo orribile ma che qualcun altro trova, come dire, cool, ed ecco che ogni tanto mi ritrovo ad essere un personaggio dei Wu Ming o magari il titolo di un radiodramma dei Mariposa... Vai alle altre interviste ai professionisti della musica italiana Condividi |
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Scritto da Simone Arminio
Mercoledì 06 Ottobre 2010 08:00
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Critico musicale, conduttore radiofonico e firma storica del Mucchio Selvaggio, John Vignola è uno di coloro cui la vulgata affibbia, in genere, la definizione semplicistica e omnicomprensiva di “uno che di musica ne sa”. A lui abbiamo perciò assegnato un compito ben difficile: fare critica sulla critica musicale, e sull’utilità di occuparsi professionalmente di musica oggi in Italia. Ecco le sue risposte.
Lei come sceglie i dischi di cui occuparsi?
Lei oltre al critico fa anche molta radio. Perciò le chiedo: che ruolo ha il mezzo radiofonico nei confronti della musica e del giornalismo musicale?