E’ come se Dario Salvatori ci fosse sempre stato. E’ nei filmati che spesso la Tv ripropone all’interno di programmi nostalgici, è tuttora il volto di trasmissioni televisive che trattano di musica, la sua voce ci arriva dalle frequenze di Radio2 ed è Responsabile artistico del progetto Radio Scrigno. Per non parlare dei numerosi libri che scrive da oltre trent’anni. Critico, opinionista e uomo di spettacolo, Dario si è raccontato a PopOn, dagli esordi ai sogni di domani, con ampie riflessioni sul mondo lavorativo musicale, ricco di vizi e di virtù.Tutti sanno chi sei, ma pochi conoscono la tua storia. Ci racconti i tuoi primi passi? Ho iniziato in un’epoca lontanissima, gli anni Sessanta addirittura. Ero, e sono, un appassionato di musica. In quegli anni c’era un ambiente musicale che non prevedeva specializzazione. Tutto ciò che era cultura pop, rock e musica d’autore, che all’epoca nemmeno si chiamava così, era assolutamente ignorato dai quotidiani e anche dalla radio. Finché ci fu una rivoluzione. Nelle radio fu cavalcata dal giro di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, e fu piuttosto rapida. Nacquero allora programmi come “Bandiera Gialla” nel ’65, “Per voi giovani” nel ‘66 e altre trasmissioni minori dal ‘67 in poi. Nei giornali, invece, questa trasformazione fu più lenta. I quotidiani per esempio non parlavano di rock, qualcosa si cominciò a leggere con l’arrivo dei Beatles e dei Rolling Stones, ma poca cosa. Dietro le prime trasformazioni c’era, dunque, un gruppo di appassionati che premeva per inserirsi in queste realtà editoriali, non tanto per questioni lavorative, quanto per passione, perché c’era troppa incompetenza da parte della stampa. E tu facevi parte di questo gruppo? Sì, io facevo parte di questo drappello di appassionati. Facevamo capo a un paio di riviste specializzate: “Big” a Roma e “Ciao Amici” a Milano, tra loro c’era una rivalità asprissima, tipo Panorama ed Espresso di oggi o ancora di più. Questi giornali cavalcarono con grande entusiasmo l’epopea beat, arrivando fino a vendere 400mila copie a testa. Io cominciai proprio con queste riviste, che poi nel ‘68 si fusero e divennero “Ciao Big”. Fu una rivoluzione importante, perché c’erano Milano e Roma che si univano, accadde che uno degli editori andò in galera e l’altro prese il sopravvento e fusero queste due testate. L’anno seguente, nel ’69, “Ciao Big” divenne “Ciao 2001”, per il quale ci fu un venticinquennio davvero buono e tutt’oggi rimane l’unico settimanale di cultura pop che abbia avuto una storia in Italia. Da lì sono arrivato poi alla radio, alla televisione e anche alla stampa non specialistica. Hai detto che all’epoca non c’era specializzazione, e quindi studio. Questo vuol dire che anche tu sei stato uno dei tanti improvvisatori? Io sono stato, insieme ad altri, qualcuno che con la sua passione ha premuto affinché in questi giornali ci fosse qualcosa di più attendibile dal punto di vista della passione, ma anche dell’informazione, affinché ci fosse uno spazio dedicato alla musica che ci piaceva. Quindi in realtà la nostra era voglia di affermare quello che piaceva a noi, perché avesse dello spazio. Questo prima nei giornali specializzati e poi nei grandi quotidiani. Rispetto a quegli anni, oggi è più facile o più difficile arrivare a fare il critico musicale? Questo è un tema su cui si dibatte ferocemente, perché secondo alcuni giovani colleghi di oggi era più facile all’epoca, secondo me non è proprio così. Ricordo la prima volta che entrai in un giornale, mi presentarono dicendo: “Questo sostiene che, se tu gli metti un disco, riesce a riconoscere i Beatles dai Rolling Stones”, e tutti si misero a ridere. Io ero serissimo e molto rigoroso, per cui per me fu un episodio molto offensivo, ma all’epoca il livello era questo, salvo pochissime eccezioni. Avevamo davanti dei vecchi quarantenni, che non sapevano assolutamente niente, nessuno di questi leggeva un giornale straniero, nessuno sapeva nulla di musica e noi premevamo con il nostro entusiasmo e la nostra competenza. Quindi da questo punto di vista era forse più facile, perché la scena era meno affollata, però dall’altra era più difficile perché c’erano poche porte: i giornali erano due, i quotidiani erano pochissimi, le radio private non esistevano, perché stiamo parlando di un’epoca di pre-emittenza privata, pre-‘76, quindi esisteva solo la Rai e la Rai era un organo assolutamente tradizionale e rigoroso. Quindi non c’erano tutte le possibilità che ci sono oggi, ce le siamo un po’ costruite, pressando, rompendo. Oggi se vuoi fare radio, la fai, se vuoi aprire un sito, lo apri, se vuoi fare televisione, la fai. Ecco, dal punto di vista degli squarci di possibilità credo sia più facile oggi, però è anche vero che oggi ovunque vai ci sono posti in piedi, all’epoca naturalmente no. Forse, però, era più facile inventarsi qualcosa di nuovo e quindi fare la differenza, rispetto a oggi. Questo è vero, basta pensare che Arbore e Boncompagni ebbero successo trasmettendo i dischi inglesi e americani che stavano nelle classifiche internazionali, non è che fu una trovata proprio geniale, ma nel ‘65 poteva bastare, perché c’era una situazione talmente arcaica, ingessata e vecchia che bastava parlare di quello che succedeva altrove per sfondare. Quindi la nostra intuizione fu proprio quella di proporre cose che non c’erano, oggi invece tutti propongono cose che già ci sono, anche perché c’è una cultura dell’omologazione che ammazza tutto. Questo discorso, però, non vale soltanto per i colleghi, perché anche nella musica prevale quello che già c’è e questo è un segnale di conformismo che a me spaventa molto. Quali sono le difficoltà che Dario Salvatori incontra nel suo lavoro? Le mie difficoltà sono principalmente due. Lavoro in Rai dal ‘70, non ho mai lavorato in Mediaset o in emittenti private, io sono aziendale da questo punto di vista, pur essendo un uomo libero e un cane sciolto. Negli anni cui stiamo facendo riferimento c’era l’Istituto della proposta; un autore, un regista, un conduttore andava lì, proponeva la sua idea e dipendentemente dall’autorevolezza del proponente, dalla bontà della proposta e da qualche altro fattore, si aveva una buona percentuale di possibilità di vedere realizzata l’idea. Oggi l’Istituto della proposta è morto di morte naturale, anche perché non avrebbe senso, nessuno più propone nulla, ci sono dei meccanismi di produzione che non prevedono la proposta, non tanto da parte mia che sono un mediano, ma neanche da parte di gente più celebrata, e questo è molto triste, anche questa è omologazione. Ecco, questo è uno dei miei problemi. Il secondo? L’altro è di non avere interlocutori. Nei giornali, nei settimanali, alla Rai.. si avvicendano dei direttori e dei capistruttura che non sanno assolutamente nulla di quello di cui si dovrebbero occupare. Questa è una grande difficoltà che io vivo personalmente, perché mi capita spesso di andare a parlare con persone che non mi conoscono o sanno di me superficialmente, non sono tecnici del settore, non vengono dalla comunicazione e nemmeno dallo spettacolo, quindi mi ritrovo a parlare con persone che non sanno la mia lingua. Questo è molto grave. Un po’ come avviene anche nella discografia? Esattamente. Nella discografia prima c’erano i direttori artistici che in un certo senso erano degli artisti anche loro, oggi i direttori delle case discografiche, e si è visto la fine che hanno fatto, provengono dall’alimentare o da qualsiasi settore manifatturiero e quindi non hanno una competenza specifica, così trattano il disco come un tondino. Questi sono i miei problemi principali: non avere degli interlocutori pre-sensibilizzati alla specializzazione e agli incarichi di eccellenza dei quali sono stati chiamati a rispondere e questo è molto serio. Io per esempio invidio moltissimo il mio amico quarantennale Roberto D’Agostino, che è riuscito a fare un sito che gli ha consentito di mandare a quel paese tutti i capistruttura e i direttori di giornale.
Hai lavorato in Tv, in radio, nei giornali, alla stesura di libri. Riesci a distinguere il lavoro in ognuno di questi settori o per te ormai è tutto un unico mestiere? Io ho avuto la fortuna di cominciare quasi in simultanea, perché ho iniziato come giornalista, ma già l’anno dopo facevo radio e l’anno dopo ancora televisione. I primi libri, infine, li ho scritti prima del ’72. C’è stato quindi un biennio fondamentale per me, in cui si sono aperte tutte queste strade, anni in cui tra l’altro sono riuscito anche a evitare il servizio militare dimostrando di essere il mezzo di sostentamento della famiglia, ed era vero. Ognuno di questi ambiti, però, lo distinguo dall’altro, perché tutti hanno dei linguaggi molto differenti. Credo che la radio mantenga una scansione fortemente diversa e lontana dalla televisione, forse per questo affascina meno i giovani, visto che non promette visibilità e celebrità. Sembra molto lontano, ma c’è stato un periodo in cui la radio creava dai miti, oggi sfido a indicare un personaggio creato dalla radio, che non provenga ovviamente da altre notorietà televisive o di altro genere. Non ne conosco neanche uno. C’è stato un momento in cui non era così, si diventava celebri anche con la radio. Non che sia una riflessione importante quella della celebrità, però in questo mestiere qualche volta aiuta. E in questo distinguo in quale ambito ti senti più a tuo agio? Mi ritengo un cane sciolto, anche se ormai da nove anni sono responsabile artistico di Radio Scrigno, che è un gruppo di lavoro piuttosto numeroso all’interno della Rai e quindi ho anche questa funzione di organizzazione del lavoro. Dentro di me, però, continuo a essere uno che nel lavoro ama la solitudine, perché forse promette più riflessione e più concentrazione. Ho rifiutato parecchie offerte da direttore, per non trasformarmi in un caporale di giornata che deve controllare il lavoro altrui, perché a fare questo non sono bravo. E’ fin troppo lungo l’elenco dei colleghi, che magari per rabbiosità di carriera, hanno appeso la penna al chiodo per diventare dei capi o capetti e per dare ordini, sono fortunato a non essere portato per queste cose. Per questo fai difficilmente squadra? Ho fatto parte di una squadra che mi ha dato tanta gioia, tanto divertimento e tanta crescita: quella di Arbore. Renzo mi ha aiutato molto in questo ambiente, perché è anche un grande amico ed è la persona che mi ha influenzato di più. E la sua è l’unica squadra di cui ho fatto parte. Nella tua professione non si guarda mai l’orologio, non si chiude bottega, non si stacca mai e si finisce con l'accavallare il lavoro alla vita privata. Hai sofferto questo scotto? E’ verissimo, è una cosa che si sconta e io l’ho sofferta. E trovo che da questo punto di vista oggi le cose siano cambiate molto, nel senso che la mia generazione affrontava con spirito ribelle, tipico degli anni ‘60/’70, questo tipo di cambiamento anche nel privato. Ricordiamoci che lo slogan “Il privato è politico” nacque proprio in quel periodo. Oggi le nuovissime generazioni non ne vogliono sentir parlare, sanno ben distinguere la vita privata dal lavoro e sul tasto sacrifici non ci sentono granché. Credo che gran parte della disoccupazione e della sottoccupazione di questo lavoro derivi proprio dalla mancanza di sacrificio e, visto come gira il Paese, oggi dovrebbe forse essercene di più. Tornando a te… Nel mio caso, forse il fatto che io a 56 anni non abbia costruito una famiglia, non abbia moglie non abbia figli, forse deriva anche dal mio carattere, dalla mia indole, ma sicuramente anche da questo mondo che è rapinoso. Non ho nulla in contrario alla famiglia e ai figli e non appartengo a quelli che le hanno rifiutate, però è andata così. Se sia colpa del lavoro che faccio non ne sono totalmente sicuro. Certo è vero che per avere una famiglia deve esserci una sinfonia assoluta tra interessi privati, hobby e professione, se tutto questo si mischia in un crogiuolo creativo allora ce la fai, altrimenti è dura, perché in questo lavoro il senso dello staccare non esiste. Riesci a immaginare la tua vita avendo fatto altre scelte? Onestamente no. Io per altro non ho neanche completato gli studi e non ho intrapreso altri lavori, a differenza dei colleghi della mia generazione tra i quali sono numerosi i bancari. Red Ronnie e Roberto D’Agostino, per esempio, lavoravano in banca. Quasi tutti hanno un passato da un’altra parte, io sono un uomo senza passato. Andavo a scuola con i giornali e facevo da solo le classifiche, poi il caso ha voluto che su quelle classifiche scrivessi tre libri. Io ho fatto solo questo nella vita. Certamente non sono mai stato portato per le cose pratiche e manuali, quindi escludo lavori di questo genere. E potendo essere ancora in tempo per cambiare, cosa faresti? Ci sono due possibilità che mi intrigano. La prima è aprire un’edicola, mi piacerebbe vendere giornali e aggiungo che sarei anche un edicolante competente. Odio gli edicolanti incompetente. Provate ad andare in un’edicola dalle 14 alle 16, che viene considerato un po’ l’orario morto e in cui a servirvi c’è sempre la moglie o la cognata dell’edicolante, non c’è quasi mai il titolare, e provate a chiedere “Mondo sommerso” o “Musica Jazz”, potete morire sepolti, perché quelli non sanno cos’è. Io invece sarei un edicolante grandioso e ancora non ho abbandonato l’idea di farlo, però purtroppo c’è lo svantaggio che se hai un pizzico di notorietà e ti ficchi dentro un’edicola prima o poi arriva qualcuno che ti dice: “Ma lei sta qua, non l’hanno chiamata più, eh?”. E questo ripetuto venti volte al giorno non è che sia proprio esaltante. La seconda possibilità qual è? Forse è un po’ banale, ma io ho una squadra di ballerini di Lindy Hop, che è un ballo afro-americano molto indisciplinato di fine anni Venti. La comunità nera lo chiamò così in onore di Charles Lindberg, che fu il primo trasvolatore atlantico. Questo ballo ha influenzato tutta la cultura musicale degli anni Quaranta e Cinquanta. Un esempio di Lindy Hop è nel film “Helzapoppin”, dove dei ballerini neri vengono spiati dai padroni bianchi mentre si scatenano. Il coreografo e ballerino principale di quel film è Frankie Manning, che è ancora vivo, ha 94 anni e fa dei camp di perfezionamento di Lindi Hop ai quali noi andiamo. Mi piacerebbe farlo anche professionalmente, mi rendo conto che forse è tardi, ma è una delle poche cose al mondo che mi appassionano. Vai alle altre interviste ai professionisti della musica italiana |
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Scritto da Paola De Simone
Lunedì 04 Agosto 2008 08:00
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E’ come se Dario Salvatori ci fosse sempre stato. E’ nei filmati che spesso la Tv ripropone all’interno di programmi nostalgici, è tuttora il volto di trasmissioni televisive che trattano di musica, la sua voce ci arriva dalle frequenze di Radio2 ed è Responsabile artistico del progetto Radio Scrigno. Per non parlare dei numerosi libri che scrive da oltre trent’anni. Critico, opinionista e uomo di spettacolo, Dario si è raccontato a PopOn, dagli esordi ai sogni di domani, con ampie riflessioni sul mondo lavorativo musicale, ricco di vizi e di virtù.
Hai lavorato in Tv, in radio, nei giornali, alla stesura di libri. Riesci a distinguere il lavoro in ognuno di questi settori o per te ormai è tutto un unico mestiere?