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Di Venanzio
Massimo Cotto, più di un giornalista Stampa E-mail
Scritto da Paola De Simone   
Lunedì 26 Maggio 2008 22:01
Massimo Cotto
Massimo Cotto è per molti un riferimento importante nella musica. E’ innanzitutto un giornalista, ma da tempo questo titolo non riesce a racchiudere più il suo vasto mondo di esperienza lavorativa. Massimo è anche scrittore, direttore artistico di eventi, Presidente della Commissione di SanremoLab, presentatore e speaker. In lui sono dunque racchiusi i mille mondi che costeggiano e attraversano la musica, per questo rappresenta per tanti un punto d’arrivo. Noi abbiamo scelto di incontrarlo perché attraverso le sue parole si possa rischiare di incontrare la musica.

Massimo, cosa vuol dire oggi fare il giornalista musicale?
Vuol dire intanto essere perfettamente consapevoli che tutto, dal mercato della musica al mondo che ti circonda, è cambiato e che continuare ostinatamente a concepire il mestiere di giornalista di musica o di critico, che ormai è un termine in via di estinzione, come si faceva una volta sarebbe un errore. Oggi il giornalista che si occupa di musica è consapevole che la crisi è sempre più evidente, che non vuol dire guardare al futuro con pessimismo, ma con realismo e il realismo impone di fare pochi voli pindarici e di andare al cuore delle cose. E il cuore delle cose suggerisce che oggi la centralità purtroppo non è più nel Cd e questo, per uno che ha già nostalgia del vinile, in qualche modo è un piccolo choc.

Che tipo di sacrificio comporta il mestiere di giornalista musicale?
I sacrifici da fare sono quelli di chi comunque lavora, anche se rispetto a tanti altri, il nostro è un mestiere certamente da privilegiati. Il sacrificio più grande, però, credo sia quello di accettare con consapevolezza e maturità che ci si deve occupare non soltanto di musica, ma di tutto ciò che fino a poco tempo fa era solamente contorno e che oggi è diventato principale, quindi i vari gossip e tutto quello che non fa parte dell’universo canzone.

Questo può voler dire che oggi non serve una grande preparazione per fare questo mestiere?
Purtroppo è così, anche se per la verità la grande preparazione ci dovrebbe essere in tutti i campi in cui ci confrontiamo, sia che si faccia l’operatore scientifico sia che ci si occupi di musica. Purtroppo la musica essendo da sempre considerata una forma di intrattenimento, prima ancora che di cultura, autorizza qualcuno a pensare che ci possa essere una certa dose di improvvisazione. Già quando ho iniziato io c’era un notevole gruppo di giornalisti musicali, di cui non faccio nomi, che pensava che il rock fosse nato negli anni ’80, con tutti i vari movimenti figli del punk e della new wave, e in Italia con i Litfiba e la scuola fiorentina. In realtà il rock è nato nel ‘54, quindi la disinformazione era presente anche quando ho iniziato io. Oggi diciamo che è molto più difficile riuscire a trovare dei giornalisti seri e preparati. Per trovarli forse bisogna andare in Rete.

Che ambiente è quello del giornalismo musicale?
E’ un ambiente dove c’è sicuramente un pizzico di frustrazione, perché ci si rende conto che la pacchia sta finendo. Io sono un po’ una mosca bianca, perché concepisco questo mestiere come la più grande fortuna che può capitare a un essere umano. E’ un privilegio incredibile poter parlare di musica e poter raccontare il mondo di confine che c’è tra un’espressione artistica come quella musicale e altre espressioni artistiche contigue al rock e che a volte si intersecano con il rock, come il cinema, il teatro, un certo tipo di letteratura, i viaggi visto che ormai ci sono i luoghi della musica, che sono anche simbolici. Chi fa questo mestiere dovrebbe intanto avere chiaro il senso di privilegio che ha. Poi, detto ciò, c’è anche chi fa il critico come ripiego, perché avrebbe voluto fare il musicista o lo scrittore, e lì alla frustrazione di vivere in un mondo in crisi si aggiunge la frustrazione di chi avrebbe voluto essere in un altro mondo.

Hai sempre saputo che avresti fatto questo mestiere?
Io ho imparato a leggere e a scrivere a cinque anni, un anno prima di andare a scuola, e mia madre diceva che durante il primo anno di scuola, cioè quando avevo sei anni, già battevo a macchina delle recensioni finte, non di musica, ma di tutto quello che succedeva intorno a me. Quindi io ho sempre voluto scrivere, poi ho focalizzato tutti i miei interessi intorno ai sedici anni e ho capito che avrei voluto parlare e scrivere di musica. L’arte in genere, e non soltanto la musica, ha un meraviglioso dono che è la capacità di raccontare storie. Pensiamo alla Bibbia, che si può apprezzare anche senza essere religiosi, perché la si può vedere, sì, da un punto di vista cristiano, ma anche da un punto di vista letterario. La sua lingua, incredibilmente simbolica e ricca di allegorie, di parabole e di metafore, è insuperabile, così come la lingua che si parla nel rock, fatta di sogni, di disperazioni, di avventure, di frustrazioni, di continue cadute, di risalite, di inciampi, di passaggi in verticale, di cieli nuvolosi che improvvisamente si squarciano ed esce un raggio di sole, per me è una delle storie più belle che si possano narrare. Ecco, questo è quello che ho sempre voluto raccontare, a me stesso prima che agli altri.

Scrivi libri solo per questo gusto del racconto o anche perché cominciano a starti strette le mille regole imposte dal giornalismo?
Sì, anche, ma fondamentalmente a me sta stretta la necessità deontologica di raccontare la verità. Il giornalista deve raccontare le vite degli altri, però vite esistenti, io invece volevo inventare, le mille vite che io vedo intorno a me sono così affascinanti che mi sembrava brutto non poterle raccontare. Sin da quando ero bambino e andavo a messa o camminavo per strada, incontravo gente e facevo quello che penso facciano tutte le persone al mondo, non necessariamente giornalisti o autori o scrittori, cioè provare a entrare nei loro panni. Dopo un po’ mi sono accorto che scrivere un libro di pura fiction, anche se poi dentro inavvertitamente ci metti tutta la tua vita, proiettata o realmente vissuta, significa anche consentire a tanti personaggi di venire a bussare alla tua porta e tu devi semplicemente aprirla o meglio ancora lasciarla socchiusa, in modo tale che poi entrino e prendano possesso della casa. Perché un’altra magia della scrittura, nel caso di romanzi e racconti, è che tu pensi di dare a un personaggio un ruolo, ma poi alla fine scopri che lui se ne costruisce uno tutto suo. Esattamente come per i figli, per i quali tu puoi immaginare una vita particolare e poi alla fine loro decidono di fare quello che vogliono e anziché studiare filosofia vanno a fare i filosofi in Nepal.

Capita a tutti di sbagliare una recensione o una critica, a quale stai pensando?
Io non soffro della sindrome di Brian Epstein, che colpisce molti giornalisti amici miei, che vogliono sempre scoprire i nuovi Beatles e non penso di aver fatto grossi errori, ma probabilmente perché diventando vecchio la memoria cade e io non mi ricordo. Onestamente non mi viene in mente nulla, quello che invece mi è capitato tante volte è di pensare che qualcuno avesse tutte le carte in regola per sfondare, per diventare bravo e colpire la gente, ma poi in realtà non succedeva niente. Quando facevo parte della commissione che sceglieva i ragazzi per Sanremo ero assolutamente convinto che Virginio sarebbe esploso oppure quest’anno puntavo molto su Valeria Vaglio, ma questo forse è un altro discorso, perché il successo non dico che è un incidente di percorso, ma spesso è un capriccio del caso. In fondo se ognuno di noi possedesse la formula per avere successo, la vita sarebbe noiosissima, basterebbe andare da un alchimista per essere tutti fortunati.

Da sempre il tuo lavoro ti dà l’opportunità di entrare in contatto con artisti emergenti, non ultima la tua esperienza come direttore artistico di Sanremo Lab, questo vuol dire che hai gli strumenti per immaginare il futuro della musica italiana. Come lo vedi?
Il futuro della musica italiana è nella contaminazione, ma vorrei mettere un trattino tra “contamin” e “azione”, perché è importante che ci sia un dinamismo continuo, che non manchi mai la curiosità. In un film che ho amato molto, intitolato "Jules et Jim", a un certo punto uno dei protagonisti dice che l’avvenire è dei curiosi di professione. Se tu mantieni sempre viva la curiosità, hai già un passaporto, forse non per il successo, ma per vedere le cose con gli occhiali giusti, con le lenti adatte. I giovani di oggi hanno una difficoltà terribile, che è proprio quella di non poter sbagliare, se sbagli può darsi che non avrai più una seconda possibilità perché il mercato non te la dà. Oggi però c’è una sensibilità nuova di chi si avvicina alla musica, che è quella di poter prendere in mano la propria vita, oltre che la propria carriera. Quindi con tutti gli spazi che ci sono in Rete o nei vari portali si può provare a costruirsi il proprio percorso, il proprio box per fare in modo che se per caso domani non si accenderanno le luci dell’autostrada, si avrà sempre una bella stradina di campagna che può portare lontano.

In tanti anni di carriera tra i cantanti hai seminato più amici o detrattori?
Penso di avere seminato entrambe le cose e di questo vado fiero. A tal proposito mi fa piacere ricordare l’ultimo incontro che ho avuto con Fabrizio De André, perché poi nei mesi della malattia non andai in ospedale a trovarlo: il giorno prima era uscito Anime salve ed eravamo in un ristorante a cena, lui aveva radunato un po’ di amici per festeggiare, perché ogni volta che esce un disco è un piccolo miracolo, se poi il disco è bello è un miracolo doppio, ma già il fatto che esca è una cosa meravigliosa. Io gli andai vicino e gli dissi: “Non riesco a immaginare niente di più straordinario di quello che ti è successo, sono uscite le recensioni e tutti parlano di questo disco come di un capolavoro”. Lui, stupendomi non poco, mi disse: “No Massimo, è sbagliato quando tutti parlano bene di te, perché la prima cosa che devi temere è il plebiscito”. Questa cosa mi rimase in mente a lungo, soprattutto nei periodi difficili che ho passato quando mi hanno costretto a lasciare la Rai, è stato per me un momento di grande dolore, così mi sono aggrappato un po’ a quelle parole e ho capito che non si può essere un uomo per tutte le stagioni, se piaci sempre a tutti vuol dire che hai accettato troppi compromessi, mentre un uomo deve avere anche le palle per dire “non ci sto!”.

Allora te lo chiedo in maniera ironica: chi ti ha aiutato a scongiurare il pericolo di un plebiscito?
Ci sono diverse persone che non amo e che non mi amano, perché non faccio nulla per farmi amare. Non amo Pino Daniele, perché è una persona disonesta, uso questo termine nel senso che è una persona che si rimangia spesso le sue parole e se c’è una categoria che proprio non amo è quella di chi ti vuol far passare per ciò che non sei. Per fortuna con lui siamo tutti abituati e registriamo quello che dice, però il senso di sgradevolezza rimane. Non ho neanche un’amicizia particolare nei confronti dei Subsonica, perché anche in questo caso c’è stato un episodio: loro mi hanno rinfacciato di aver fatto bene il mio lavoro, cioè di aver annunciato in anteprima quello che avevo scoperto, ovvero che loro erano passati da una piccola casa discografica indipendente come la Mescal a una major come la EMI e mi hanno sputtanato sul loro sito. Ecco definirli nemici è una parola grossa, ma avere la disistima di Pino Daniele e dei Subsonica non dico che sia un motivo di vanto, ma è una di quelle cose che certamente non mi toglie il sonno. Però ho anche molti amici veri, come Francesco Renga, che è il mio testimone di nozze, e tanti altri che sento normalmente anche al di fuori del lavoro e non necessariamente per palare di musica, ma anche per fare dei viaggi insieme o per uscire a cena e godere insieme di questo meraviglioso viaggio che è la vita, fino a quando dura.

E tra i colleghi, quali stimi di più?
Il rispetto c’è per tutti coloro che fanno questo lavoro seriamente, e sono tanti. Da un punto di vista stilistico, però, io ho molto amato e tuttora amo Riccardo Bertoncelli, ma ho usato il passato prossimo perché è stato importante per me nel momento in cui volevo diventare giornalista, lui mi piace perché unisce una prosa visionaria e bellissima a un’approfondita conoscenza della materia musica. Poi amo molto Marco Mangiarotti e Cesare Romana, per rimanere nell’ambito dei quotidianisti, perché sono due persone che hanno una profonda cultura e non trattano la musica soltanto come un disco di cui raccontare le canzoni. Però ci sono molti personaggi che osservo con attenzione, mi viene in mente per esempio Andrea Scanzi, che ha un indubbio talento, ma che non vorrei si innamorasse troppo della sua veste di polemista e di bastian contrario, perché alla fine secondo me non paga, e comunque lui è molto bravo, ha una bella visione delle cose ed è anche sincero il giusto. Il consiglio che gli do, anche se è adulto abbastanza da non accettare consigli da nessuno, è di non cercare il fioretto a tutti i costi perché a volte è anche divertente la piuma.

Sei diventato padre da poco, ma se un domani tuo figlio ti svelasse di voler fare il tuo stesso mestiere, cosa gli diresti?
Mio figlio ha appena compiuto quindici mesi e io e mia moglie abbiamo constatato che già da un po’ fa quello che vuole, è così dolce, meraviglioso e fantastico che alla fine gliele dai sempre vinte. Quindi anche se io mi opponessi al suo eventuale desiderio di fare il giornalista, non sortirei nessun effetto, anzi, come tutti i figli che a un certo punto si ribellano ai padri, probabilmente gli aumenterei la voglia di farlo. Comunque io ne sarei fiero, felicissimo, fermo restando che la più grande soddisfazione di un padre è vedere il proprio figlio felice, qualsiasi cosa faccia, dall’operatore ecologico all’operatore turistico. Certo se io riuscissi a trasmettergli il valore e l’importanza della musica, sarei ancora più felice.

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Le recensioni di Popon“Raro è trovare una cosa speciale nelle vetrine di una strada centrale” recitava una canzone di Niccolò Fabi. Mai versi sono più adatti per presentare Solo...".

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Le interviste di PoponDoppia intervista di Simone Arminio alla Leggenda New Trolls e al Mito New Trolls, due costole di una stessa storia divise da una sentenza del Tribunale.

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