Scritto da Marco Medaglia Tra gli album che ascolteremo (Maya permettendo) nel 2012, c’è particolare attenzione intorno a quello di Joe Barbieri. Dopo la “svolta” musicale di In parole povere, a 3 anni dall’exploit di Maison maravilha, Joe sta per entrare in studio di registrazione. Lo abbiamo cercato, chiedendogli se gli andasse di condividere con i lettori di PopOn le sensazioni della vigilia, e, generoso come sempre, si è fatto trovare. Ci ha dato appuntamento al 33 di Piazza del Gesù, storico palazzo del centro storico di Napoli (set de “L’oro di Napoli”!) e sede del MAD Entertainment Recording Studio. Ad accoglierci troviamo, insieme a Joe, il maestro Antonio Fresa il quale, da buon padrone di casa, ci tiene a farci fare un giro del nuovissimo e attrezzatissimo studio. Finito il tour lasciamo il maestro Fresa al suo banco mixer Neve 8232 (progettato alla fine degli anni 70 da Rupert Neve e finito di costruire nel 1984!) e ci andiamo ad accomodare a un tavolino del Trinity Bar, a goderci questo scampolo d’estate. Allora, Joe, ci siamo quasi, ancora poche settimane, e si schiuderanno le porte dello studio di registrazione, le sensazioni sono sempre le stesse o ogni lavoro ha una storia completamente diversa dagli altri? Le sensazioni sono puntualmente le stesse: vertigini, farfalle nella pancia, euforia, una sana preoccupazione… tutte cose che – malgrado il tempo passi e l’esperienza dovrebbe darmi qualche appiglio di serenità in più – non riesco mai a contenere, e disco dopo disco tornano a presentarmi il conto. Ma ben vengano. Lavorare, creare, così, a “cuore aperto”, mi stimola, e mi mette in circolo quell’adrenalina che spinge le tue risorse verso il loro massimo. Mi impongo solo di mettermi in condizione di poter dire alla fine “più di così, non potevo fare”. “Maison maravilha” ha festeggiato le 20.000 copie vendute nel mondo, è un’eredità scomoda per l’album che lo seguirà… Un po’ direi, soprattutto se sei un indipendente, che quindi si paga – prima per necessità, ora per scelta – dalle corde della chitarra allo studio di registrazione. Nella musica moderna, nella quale si consumano cose con una velocità vertiginosa e troppo spesso non si ha il tempo di affezionarsi ad un artista e di seguirne in profondità il percorso che propone, questa “bandierina” tangibile è un premio che mi piacerebbe si confermasse. Ma c’è da dire che io ho un piccolo segreto, che è costituito dalla qualità e dalla curiosità di moltissime delle persone che seguono la mia musica: nel passare degli anni ci siamo via via scelti vicendevolmente, e posso dire che in una percentuale molto alta ho conosciuto persone piene di interessi, di senso critico, di grande gusto, di ideali. Ora non so con il prossimo album se avremo ancora il conforto dei numeri, ma questo legame umano che si è sviluppato con molte persone è la mia garanzia più grande, che mi dà un’intima e gratificante sensazione che quel che faccio, in un modo o nell’altro, non andrà mai sciupato.
Parlando di “In parole povere”, lo avevi definito un disco “registrato crudamente”, senza l’ausilio di riverberi e elettronica, mentre di “Maison maravilha” avevi detto che ti eri concesso il “lusso” di una ricca strumentazione. Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo album? Rispondere adesso è difficile. Perché i dischi (i miei almeno, fatti attraverso un processo “per condivisione”), per quanto puoi decidere prima, si autodeterminano nel farli. L’unica cosa che posso dire adesso, buttando un occhio alle canzoni che giacciono da qualche parte ancora nude, è che c’è in atto un piccolo processo personale di sguardo che da “interno” si rivolge all’esterno, un maggior desiderio di inclusione, di condivisione. Saranno i quaranta che a grandi passi si avvicinano, ma in parte mi vien voglia un po’ meno di starmene da solo… Di solito si è restii ad anticipare troppo dei lavori futuri, ma qualche altra anticipazione vorremo rubartela. Per esempio, chi saranno i musicisti che ti accompagneranno in questa nuova avventura? Racconterei volentieri di più, ma in questo momento il lavoro è davvero un cantiere aperto. Ci sono tante ipotesi, tutte percorribili, che a breve si determineranno. La certezza, visto che nel lavoro come nell’amicizia sono uomo tendenzialmente da rapporti lunghi, è che potrò contare sul nucleo dei miei musicisti di sempre. Su professionisti e su persone che, e questo mi inorgoglisce profondamente, si avvicinano ad ogni mia nuova proposta – che sia un nuovo tour o un nuovo album – con una luce negli occhi che per me è benzina pura. Tra noi parliamo tanto, e quel che non ci diciamo è un potenziale che puntualmente loro trasformano, non so come facciano, in assoluta magia. Dopo Mario Venuti e Omara Portuondo, nel nuovo album darai “asilo” ad altri colleghi? Forse alla fine ci spingeremo anche oltre. Ormai non è più un segreto, visto che l’ha sveltato lui stesso in una recente intervista, che Stefano Bollani ha voluto mettere del suo in un brano per me molto importante. Ma, per riprendere il discorso di prima, sulla vocazione “partecipativa” di questo nuovo album, posso dire che qualche altro amico ha desiderato esserci. E per me, queste, sono testimonianze che mi fanno sentire profondissimamente felice di fare questo mestiere.
Dunque, abbiamo parlato dei musicisti che ti accompagneranno, degli amici che ospiterai, ma questa nuova avventura musicale rappresenta una svolta, nel panorama musicale italiano, per quanto riguarda la “produzione”. Ci vuoi spiegare come nasce e come funziona l’idea di chiamare a raccolta i tuoi “fans” e proporre loro di contribuire alla nascita del tuo prossimo album con una sorta di “azionariato popolare”. Questo, è vero, è un esperimento nuovo per il nostro Paese. Una pratica che potrebbe consentire a molti artisti di svincolarsi tanto dal condizionamento dei “media” che spesso non ti offrono spazi se non a carissimo prezzo, quanto da sedicenti “case discografiche” che vincolano ancora troppo la vita di tanti bravi musicisti. Essendo però già da qualche tempo discografico di me stesso, io l’ho fatto per la semplice volontà di coinvolgere simbolicamente e in maniera diretta chi ama la mia musica, aprendogli le porte dello studio, facendoli comparire come novelli mecenati tra i crediti del disco, offrendo qualche piccola “esclusiva”. Torna ancora insomma quel desiderio di partecipazione che, a più livelli, è alle fondamenta di questo nuovo progetto. Per tua stessa ammissione, il tuo successo è frutto del “passaparola”. Per la realizzazione del videoclip di “Wanda”, tu hai messo la voce, e loro la faccia. Ora li vuoi coinvolgere nella realizzazione dell’album. E’ un rapporto molto speciale, che va ben oltre l’essere “fan”. Esattamente. Io la immagino come una cerchia che si è formata per empatia, per volontarietà, per affetto. Non smetto di stupirmi quando sento di persone che fanno centinaia di chilometri per venire a un mio concerto, io li vorrei abbracciare tutto il tempo per dir loro “grazie”. E la cosa bella è che tante, tantissime di queste persone ora sono amici tra di loro, si incontrano, si organizzano, si sentono. E questo è per me un premio inestimabile. La manifestazione del potere aggregativo che la musica ancora oggi, e forse più che mai, ha. Abbiamo parlato prima di Stefano Bollani. Domenica sera sarai suo ospite nel programma “Sostiene Bollani”, in onda su RaiTre. Ecco questo è uno di quei rapporti personali che ti ritrovi tra le mani come uno scrigno di delizie. Come quando incontri qualcuno, e senti che il dialogo parte da dentro; spontaneo, libero, senza il vincolo delle parole. Con lui è stato così sin dall’inizio e domenica aggiungeremo un piccolo altro capitolo a questa bella conversazione intima, sebbene stavolta davanti a qualche centinaio di migliaia di telespettatori. Desidero aggiungere anche la mia voce al coro di consensi su questa nuova vittoria di Stefano che, a mio avviso, si basa sul fatto che Bollani non solo è un artista straordinario ma è anche una persona semplice, trasparente e ben in contatto coi propri umani limiti; che ha saputo sfrondare il suo modo di essere e di far musica dai pericolosi condizionamenti di una meritatissima popolarità, e va dritto per la strada che solo il suo gusto ed il suo istinto gli suggeriscono. Sono felicissimo per lui. La tv generalista offre sempre meno spazio alla musica, quando lo fa, si tratta di talent show o dei soliti noti. Lo stesso programma di Bollani, relegato in terza serata, sulla terza rete, di domenica, ne è un esempio lampante. Credi che il web sia in grado di colmare queste lacune? Non so. C’è da dire che almeno di questi tempi in televisione non è nemmeno più una questione di numeri: programmi come quello di Stefano meriterebbero una fascia con più pubblico, stando anche soltanto agli ascolti che sta registrando. Ma se al suo caso aggiungiamo quello della Dandini, di Santoro e di altri (tutti format che, anche su un puro piano della convenienza, si sarebbero guadagnati sul campo il diritto a esistere) il quadro che ne viene fuori è quello di una tv che ci vuole piuttosto sedati e consumatori accondiscendenti. Il web per ora è la voce fuori dal coro, e sebbene sia sideralmente meno “performante” della televisione per poter fare o diffondere certe cose, è quantomeno libero (vedi iniziative per imbavagliarlo) e permette alle persone di scegliere sia cosa proporre sia di cosa fruire, con qualche caso di eccellente risultato commerciale. E mi pare una buona freccia da aggiungere alla propria faretra se fai arte.
Tu sei anche un produttore. La tua casa discografica, la Microcosmo, si è ritagliata uno spazio ben definito nel panorama italiano. Oltre a distribuire gli album del Premio Oscar Jorge Drexler, può vantare una scuderia di tutto rispetto con veri e propri cavalli di razza come Toni Melillo e i Kantango. Quanto è difficile nell’Italia di oggi, in una città complicata come Napoli, produrre musica indipendente? Soffrono anche le case discografiche milanesi o le romane ormai, da tempo non è più un fatto geografico; anzi, se proprio devo dire qualcosa, chi fa arte e impresa al sud è più abituato a trattare con bastoni di vario tipo che intralciano ruote ed ha certamente più anticorpi. Fatta questa piccola digressione, allo scoccare dei quasi sette anni come discografico ho capito che per sopravvivere e – perché no, proliferare… io ci credo ancora – nel mercato musicale c’è bisogno di avere qualcosa di forte da dire. Non basta il talento, non basta una voce. C’è bisogno di un sincero mondo da poter regalare, di un profumo, di un’ideale da condividere. Poi bisogna anche essere bravi a proporlo, ed avere parecchia pazienza e capacità di soffrire. Infine, ma ci tengo a dirlo visto che lo penso, ci vuole cultura da parte di chi la musica la ascolta e (pensate un po’) la compra. Io sono stanco di questa speciosa polemica sui costi dei dischi fatta da chi si lamenta e poi si prende – per carità, giustamente – un panino e una birra il sabato sera e spende dieci euro senza pensarci granché. Bisognerebbe sapere che (soprattutto) nel mercato indipendente un disco non dà da mangiare all’artista, che si mette in tasca i nostri quindici euro; proprio no. In quel disco ci sono i negozi, i distributori, i promoter, i musicisti, gli spedizionieri, i fotografi, gli artisti visuali, gli studi di registrazione, le fabbriche che stampano i dischi, i folli discografici che provano a produrre musica, tanta altra gente e, si, anche gli artisti: tutta gente che paga bollette, qualcuno un mutuo, ma molti “bollette”. Credetemi. Quindi ciascuno sia onesto con sé stesso e faccia la propria scelta, ma – vi prego – non nascondiamoci dietro a un dito. Oggi l’immagine musicale di Napoli è legata soprattutto al cliché del cantante neomelodico. Sembrerebbe essersi affievolito il fermento musicale che era sorto intorno ai centri sociali negli anni ’90 (anche se i 99 Posse, dopo una clamorosa reunion, stanno per uscire con un nuovo album e Meg ha da tempo, e con successo, intrapreso la strada della sperimentazione elettronica). C’è la speranza che Napoli torni a essere capitale musicale del paese? Non so, in un’ottica nazionale (ma anche internazionale) il panorama cambia così rapidamente da sembrare tutto statico e una considerazione sulle capitali non so esprimerla. Certo Napoli ha l’inclinazione a fare arte nel dna, se giri in città ci sono mille angoli, artisti, strapuntini, occasioni dove le cose si reinventano, si cambiano, anche involontariamente e senza rendersene conto. Come un magma perenne. Qui vedo difficile che possa mancare il guizzo che solo l’arte sa produrre, è una cosa che appartiene naturalmente alla mia gente. Si respira un’aria nuova a Napoli. Sembrerebbe che i napoletani abbiano preso coscienza del fatto che il riscatto sociale e culturale della città debba necessariamente partire da loro: può essere un nuovo inizio per Napoli? Assolutamente. Io credo in questa nuova amministrazione e mi indigno se andando in giro vedo qualcosa di “storto”. E credo che questa rinnovata capacità di indignarsi sia il primo, prezioso segnale di una volontà di riscatto che nasce dal basso e che bypassa burocrazie, cavilli, stalli, clientelarismi che la politica ha creato (spesso accettando connivenze) e sotto i quali è finita schiacciata. Non c’è più tempo per delegare, per demandare, le persone hanno voglia di prendere in mano il proprio avvenire e di disegnarlo a misura di una città che ha migliaia di anime belle al suo interno e anche una celata ma sincera vocazione europeista. La nostra chiacchierata finisce qua. C’è spazio giusto per i consigli per gli acquisti. Ti va di suggerire un po’ di buona musica? Patrizia Laquidara ha fatto un grande disco, tanto per iniziare. Il suo “Il canto dell’Anguana” è splendido. Poi recentemente ho comprato il disco pianoforte e voce di Chucho Valdez con la “mia” Omara, anche quello un gioiellino. E per concludere potrei suggerirvi un trombettista: Tom Harell, qualsiasi sua cosa va bene. Chi volesse saperne di più ed essere aggiornato sulla lavorazione dell’album, troverà Joe e il suo “microcosmo” su Facebook. Se invece voleste partecipare alla creazione dell’album, fate un giro qui: http://www.pledgemusic.com/projects/joebarbieri2012 . 29 settembre 2011 L'articolo pubblicato in questa pagina è stato inviato alla redazione da un lettore di PopOn, l'Editore declina ogni responsabilità e/o obbligazione derivante dai contenuti dello stesso. L'Editore non sarà altresì responsabile nei confronti di alcun utente o terza persona per - a titolo esemplificativo ma non esclusivo - la completezza e l'esattezza delle informazioni, per imprecisione, errore e danno diretto o indiretto causato o conseguente a dette informazioni, imprecisioni, errori od omissioni. Vai agli altri Feedback Condividi |

Scritto da Marco Medaglia
Parlando di “In parole povere”, lo avevi definito un disco “registrato crudamente”, senza l’ausilio di riverberi e elettronica, mentre di “Maison maravilha” avevi detto che ti eri concesso il “lusso” di una ricca strumentazione. Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo album?
Dunque, abbiamo parlato dei musicisti che ti accompagneranno, degli amici che ospiterai, ma questa nuova avventura musicale rappresenta una svolta, nel panorama musicale italiano, per quanto riguarda la “produzione”. Ci vuoi spiegare come nasce e come funziona l’idea di chiamare a raccolta i tuoi “fans” e proporre loro di contribuire alla nascita del tuo prossimo album con una sorta di “azionariato popolare”.
Tu sei anche un produttore. La tua casa discografica, la Microcosmo, si è ritagliata uno spazio ben definito nel panorama italiano. Oltre a distribuire gli album del Premio Oscar Jorge Drexler, può vantare una scuderia di tutto rispetto con veri e propri cavalli di razza come Toni Melillo e i Kantango. Quanto è difficile nell’Italia di oggi, in una città complicata come Napoli, produrre musica indipendente?