Intervista di Paola De SimoneTutti concentrati sugli artisti che godono di notorietà, si rischia spesso di perdersi la bellezza di un mondo emergente che, nonostante la sordità e l’evidente difficoltà del settore discografico, esiste ed è fiorente. Di questo mondo fa parte Pierluigi Siciliani, in arte Piji, trentunenne romano, proteso verso lo swing e con le idee tanto chiare da non passare inosservato. PopOn lo ha intervistato per conoscerlo più a fondo e per offrire a tutti voi un’occasione di puro godimento. Tanto per conoscerti meglio, ci racconti il tuo percorso artistico attraverso i suoi momenti fondamentali? Tutto inizia con Giorgio Gaber, come ascoltatore, come fan sfegatato che lo seguiva un po’ ovunque nei suoi spettacoli, a Milano, a Orvieto, a Terni, ovviamente mille volte a Roma, anche di seguito. E una bellissima serata a Perugia, poi, sono finito a cena con lui e la sua band, e ho avuto modo così di conoscere il mio mito di ragazzino. Questo mi ha fatto venire voglia di suonare la chitarra e di cantare, perché mi piaceva quello che faceva lui. Poi ho fatto, e sto facendo, tutt’altro rispetto al teatro canzone, ma ho cominciato così. Ho iniziato ad ascoltare Gaber a tredici anni, un’età forse prematura per capire come vanno le cose del mondo, ma credo sia stato utile alla crescita della mia personalità. A suonare, invece, ho iniziato intorno ai sedici anni e ho approfondito, poi, tra i diciannove e i venti, quando ho cominciato a scrivere canzoni. Un’altra tappa fondamentale è stata Siena: lì ho fatto una specie di Erasmus italiano, sono andato un anno a suonare jazz al Siena Jazz e contestualmente iniziavo a mettere su la mia prima band a Roma, facevamo canzoni mie e suonavamo durante i miei ritorni. Quello è stato un momento importante e con i Maskera, che era il nome di questa band, abbiamo vinto diversi riconoscimenti, tra cui il premio Lunezia. Abbiamo fatto tantissime cose, anche uno spettacolo tutto dedicato a Sergio Caputo, con delle riletture molto curiose delle sue canzoni, infatti lo stesso Caputo si è innamorato di queste versioni e chissà che un giorno non le tiri fuori lui stesso. Poi da Maskera si è passati a Piji, nel senso che i Maskera si sono sciolti per motivi non di litigi, ma semplicemente motivi di prossemica: c’era chi era andato a vivere a Torino, chi si è dato alla musica elettronica, alcuni di loro sono ancora in ballo e stanno andando forte. E così ho riformato la band come Piji e adesso stiamo con questo Piji Sextet, che è appunto un Settimino, perché ho scoperto che non si può dire Settetto, ma si dice Settimino, per questo lo chiamiamo in inglese, perché in italiano suona abbastanza ridicolo (ride, ndr). E quindi andiamo avanti così, con questa formazione che adoro e con la quale, da qualche anno a questa parte, sto facendo tante cose, abbiamo vinto premi, fatto concerti, siamo stati molto in giro. Quindi queste sono le tappe fondamentali: Gaber, Siena, Maskera e Piji Sextet. Se suoni da così tanto tempo, come mai sei approdato a un primo disco solo ora? Il motivo è sotto gli occhi di tutti, nel senso che le difficoltà nel realizzare dei dischi come uno vuole le conosciamo. Ho avuto in passato tante proposte che non ho accettato, perché non erano abbastanza interessanti per quello che avevo intenzione di fare. Poi ho deciso che comunque qualcosa la volevo tirare fuori, anche se sono convinto che questo non è il mio primo disco e per questo ho fatto un EP, cioè un disco di cinque canzoni. Nonostante i piedi di piombo che ho messo in questa premessa, Lentopede è in tutti i modi la mia prima pubblicazione ufficiale, visto che le altre cose che ho realizzato erano più dei demo che dei dischi. Questo, invece, credo si possa definire un disco a tutti gli effetti, nel senso che è curato nel dettaglio come volevo che fosse.
La produzione artistica l’hai curata insieme alla band, ma quanto somiglia a te questo lavoro? E’ un disco nel quale mi riconosco molto, a partire dal titolo Lentopede, che mi racconta un po’. In quanto alle cinque canzoni, mi chiedo continuamente se la scelta è stata quella giusta o se dovevo metterne altre al posto di queste, che credo siano il meglio delle canzoni che suoniamo live. Ma comunque c’è uno spaccato abbastanza esaustivo di quello che facciamo col Sextet e di quello che ho scritto in questi anni. Ci sono storie molto diverse tra loro. Ecco, questa credo che sia la differenza principale che mi ha portato a diventare cantautore, rispetto al vivere la dimensione della band come in passato. Nel senso che credo che un solista, rispetto a una band, abbia molto più il diritto di variare, per la band forse è più importante una certa riconoscibilità sonora e musicale, una ricorrenza stilistica che faccia capire in un certo modo il marchio. Per un cantautore, invece, credo sia importante la capacità e la possibilità di inventarsi per ogni storia un vestito diverso e questo disco rispecchia proprio questa necessità: c’è uno swing anni Trenta, una canzone quasi pop-rock, un’altra che inizia con una ballad jazzistica mainstream, c’è una rumba divertente dal punto di vista ritmico; insomma ci sono tanti colori diversi, che in qualche modo cercano di descrivermi un po’. Una varietà di generi ma anche di contenuti. Sì, certo. La canzone ha questa peculiarità in più rispetto alla sola musica, non è musica e non è poesia, ma è un’arte risultante di musica e poesia, quindi proprio una cosa diversa da entrambe. E, naturalmente, contenuto e musica hanno pari importanza nella costruzione della canzone. Per questo anche nel contenuto queste cinque storie variano: raccontano, per esempio, di un italiano emigrante in Germania, che è pieno di nostalgia per la sua patria, ma che è contento, perché è in fuga da un paese come il nostro ricco di problemi e va in un paese d’Europa che forse ne ha qualcuno di meno. C’è poi una dedica a Natalino Otto, bistrattato dal regime fascista, addirittura epurato molto prima dei Dario Fo, di Beppe Grillo e di Daniele Luttazzi; lui in EIAR (oggi RAI, ndr) non ci poteva stare, perché faceva la musica jazz, americana, nemica e anche negroide, quindi non andava assolutamente bene al regime. Racconto poi la storia di questo Lentopede, un personaggio un po’ all’antica che finisce in una discoteca ultra moderna e ultra obbrobriosa dal punto di vista musicale, lui è lì per far innamorare la sua bella e non sa come fare, perché c’è una musica che è tutt’altro che romantica e finisce addirittura con il litigare con il dj in consolle. Non a caso questa canzone, che io amo moltissimo, ha dato il titolo al disco, perché si rovina strada facendo, parte molto romantica, molto languida e poi a un certo punto diventa ironica. Poi c’è Acqua, che è una dedica all’acqua minerale gassata, metafora dell’esigenza di una quotidianità un po’ frizzante. E infine c’è Madama pioggia, che parla di una pioggia estiva, di quelle da pochi secondi, che arriva quando meno te l’aspetti, tant’è che diventa argomento di conversazione da ascensore, e io non voglio che arrivi, perché è un momento d’estate in senso lato e quindi una pioggia, anche se breve, non è gradita. A te piace molto raccontare, e si sente, tradisce forse una velleità da scrittore? Non lo so, in verità io ho scritto un saggio, forse dentro di me era un romanzo di formazione, di quelli che uno scrive a vent’anni, tipo “la mia vita fino a qui”, solo che la mia vita fino a lì era la canzone jazzata, per questo è diventato un saggio, anche se in realtà parlava dei miei ascolti, che sono il jazz e la canzone italiana, cioé le cose che più ho ascoltato nella vita e che più amo, quindi Paolo Conte, Sergio Caputo, Natalino Otto, il Quartetto Cetra, il Trio Lescano… Sicuramente amo raccontare quello che trovo sia bello da raccontare, ma non so se la carriera da scrittore di libri continuerà o è solo un episodio, una voglia assoluta di mettere su carta un qualcosa che non era stato raccontato almeno in maniera sistematica. Eppure è un filone che ha ottant’anni di vita e che è assolutamente ricco, però, al contrario di altri generi, non aveva ancora una sua derivazione saggistica, così ho pensato di farlo, ma proprio come esigenza, nel senso che mi sarebbe piaciuto entrare in una libreria e trovare quel libro lì, allora ho detto “non lo trovo, lo scrivo io”.
In altri tempi una proposta musicale come la tua avrebbe destato l’interesse della discografia, oggi si punta su musica fuggevole. Ti senti vittima dell’attuale disattenzione discografica per progetti di una certa qualità musicale? Per mia natura tendo a non lamentarmi, e forse sbaglio, nel senso che ci sono dei problemi che andrebbero affrontati anche lamentandosi ad alta voce, però non è proprio nella mia natura. Per cui generalmente quando ragiono su certe cose, parto dal dato di realtà, e quello degli anni Sessanta e Settanta non è più esistente, non si può immaginare più neanche come ricordo e non credo si debba prendere più come termine di paragone. In altri tempi c’era un altro pubblico, più attento a entrare in profondità nell’arte, che amava le insenature di un fatto artistico. Oggi è più difficile trovare gente così, il mercato è cambiato perché siamo cambiati tutti noi, non abbiamo più la voglia, la forza né il tempo di soffermarci a contemplare certe forme d’arte. Ovviamente non sto parlando certo di me, ma in generale. Quello di cui mi sento un po’ vittima non è tanto il fatto di non avere successo, che poi è una cosa relativa che deve arrivare a suo tempo, ma la facoltà principale di non riuscire a fare l’artista, il cantautore, perché ognuno di noi non è solo un cantautore, ma è anche l’ufficio stampa, il manager, il booking di se stesso e così cominci a sdoppiarti. Mi piacerebbe trovare più tempo per scrivere canzoni, fare arrangiamenti, curare i dettagli. Dici che il successo deve arrivare a suo tempo. E’ un invito a non pretendere tutto e subito, come abitualmente fanno le nuove leve della musica? Certo. Non a caso ho messo in piedi il “Viva la gavetta Tour”, che è proprio un modo per dire non bruciamo le tappe. Quelli della mia generazione hanno un po’ la smania di arrivare subito senza faticare, invece credo che ogni tipo di fatica abbia, speriamo, un riconoscimento futuro e quindi cerchiamo di faticare il più possibile per avere un bagaglio da spendere nel momento in cui il colpo di fortuna, magari, dovesse arrivare. Un omaggio alla gavetta, sì, ma il “Viva la gavetta Tour” è soprattutto un live intenso. Sì, e anche un omaggio alla capitale, alla nostra città natale, perché credo che a Roma, come in poche altre città in Italia, si possa immaginare di poter fare trenta concerti, in trenta locali diversi, per trenta giorni di fila. E’ un’impresa, a parte molto difficile da realizzare e non so come ci siamo riusciti, che si può fare perché a Roma ci sono migliaia di locali, tutti abbastanza vivi e sono una risorsa importante per la nostra città. Mi sto muovendo molto, quasi non ho vita privata, ma questo è il momento in cui bisogna spingere. Questo è il momento di faticare, ma vedrai che i riconoscimenti arriveranno naturalmente… Grazie. Prima di salutarci vorrei aggiungere un mio outing nei confronti di PopOn: mi piacerebbe dire che adoro questo sito, perché mi sembra un modo di raccontare la musica italiana forse anche inedito, nel senso che è a metà strada tra il modo - che piace a noi artisti - un po’ intellettualistico e barboso di vedere la canzone d’autore, e quello meramente commerciale, e fastidioso a volte, di come viene trattata certa musica italiana. Gli amanti della musica italiana a volte vanno tra questi due estremi: il romantico sfigato attento alle smancerie d’amore e il barboso appassionato di testi. Ecco io credo che PopOn sia una via di mezzo fresca, frizzante… come l’acqua. Vai alla pagina di Piji Vai alle altre Interviste
|
Menu
Nei nostri lettori cd
Paola De Simone sta ascoltando:
Simone Arminio sta ascoltando:
Nicola Cirillo sta ascoltando:
Michele Monina sta ascoltando:
Marco Annicchiarico sta ascoltando:
Giulia Zichella sta ascoltando:
Roberto Paviglianiti sta ascoltando:
Mara Pitari sta ascoltando:
Fai click sulle cover per conoscere i dischi e le loro tracklist.
Simone Arminio sta ascoltando:
Nicola Cirillo sta ascoltando:
Michele Monina sta ascoltando:
Marco Annicchiarico sta ascoltando:
Giulia Zichella sta ascoltando:
Roberto Paviglianiti sta ascoltando:
Mara Pitari sta ascoltando:
Fai click sulle cover per conoscere i dischi e le loro tracklist.
La Newsletter di PopOn
Oltre 3mila persone ricevono la Newsletter di PopOn per essere aggiornate settimanalmente sulla musica italiana. E' gratuita e per riceverla basta registrarsi qui. Inserisci il tuo nome o nickname e il tuo indirizzo di posta. Ti invieremo subito una mail per confermare la tua iscrizione. E il resto sarà musica italiana!
|
Scritto da Paola De Simone
Lunedì 09 Marzo 2009 00:00
|



Intervista di Paola De Simone
La produzione artistica l’hai curata insieme alla band, ma quanto somiglia a te questo lavoro?
In altri tempi una proposta musicale come la tua avrebbe destato l’interesse della discografia, oggi si punta su musica fuggevole. Ti senti vittima dell’attuale disattenzione discografica per progetti di una certa qualità musicale?