Simona Molinari è senza dubbio una delle perle che vorremmo conservare nello scrigno dei ricordi del 59esimo Festival di Sanremo. PopOn ha subito colto l'occasione per incontrarla. Davanti ai nostri occhi si è materializzata una ragazza acqua e sapone, lontana anni luce dai trucchi e dai belletti del mondo dello spettacolo; un'egocentrica solo per gioco, insomma, come lei stessa ha tenuto a sottolineare in questa intervista.
Da SanremoLab al Festival di Sanremo: come hai percepito l'occasione che ti è stata data? È stata una grandissima opportunità. Credo che se abolissero SanremoLab, farebbero un grande errore perché è l'unico concorso che dà ai vincitori una grande visibilità. A differenza dei talent show, inoltre, è l'unico che premia anche l'artista in quanto tale con la sua personalità e il progetto che c'è dietro di lui. Si può dire che sia attento alla creatività mentre altrove si fa più attenzione magari alla tecnica o al personaggio o a come deve essere costruito il pezzo per poter vendere di più e piacere al pubblico: ciò rappresenta un po' la morte dell'arte in senso lato. SanremoLab, invece, ci ha ascoltati e ha premiato proprio il brano. Devo confessare che aver fatto l'Accademia di Sanremo mi ha aiutata a vivere meglio il passaggio al Festival e il fatto di aver superato già diverse selezioni e provini mi ha tranquillizzata poi sul palco dell'Ariston. Insomma, la visibilità che cercavo l'avevo in un certo senso già avuta. Come ti spieghi il fatto che sia tu che Arisa, entrambe provenienti da SanremoLab, siate state tra le più votate per l'assegnazione del premio della critica Mia Martini e per quello della sala stampa radio-tv? Probabilmente proprio per i motivi che ti ho appena elencato. Io e Arisa non siamo dei personaggi costruiti per qualche ragione specifica; siamo abbastanza spontanee e questa caratteristica l'abbiamo portata sul palcoscenico. Forse è per questo che la critica ci ha apprezzate. Parlami dei tuoi inizi nel mondo della musica. Come hai intrapreso la carriera di cantante e soprattutto cosa ti ha spinto a diventare anche autrice dei tuoi testi? Ho iniziato a scrivere i miei pezzi solo da un paio d'anni. Tutto è nato dall'esigenza di voler raccontare qualcosa, oltre che cantare, e quindi di avere più facilità nel comunicare. Sei più credibile quando canti un brano scritto da te: la scrittura è stata proprio un bisogno. Per quanto riguarda la tecnica, invece, studio da quando avevo otto anni. Ho iniziato prima con la musica leggera e poi mi sono appassionata alla musica nera e al jazz. Ho studiato anche musica classica al Conservatorio, quindi ho alle spalle un repertorio lirico. Tutto questo mi ha dato una bella formazione a livello tecnico, per cui riesco facilmente ad applicarmi a diversi generi musicali. Ma la vera grande scuola è stata quella dell'ascolto: nel mio percorso musicale è stato fondamentale ascoltare tanta musica, perché più ascolti, più fai tue le tecniche e gli stili di altri interpreti. Quando però le riproponi sul palco, ci aggiungi un tocco personale.
Il 20 febbraio è uscito il tuo disco d'esordio Egocentrica: sei brani registrati in studio e sei cover live suonate con la tua jazz band durante una tournée in Canada.Ci sono pezzi che vanno dal jazz al pop. E poi swing, bossa, funky. È un disco pieno di contaminazioni, perché è tale la mia cultura musicale. Nella mia breve carriera ho combattuto con tanti generi musicali e ascolto tanta musica diversa, anche cantautorale. Quindi ho messo insieme, senza farlo apposta, tutto quello in cui mi sono imbattuta in questi anni. Inoltre, nel disco ci sono delle collaborazioni importanti: con Stefano Di Battista, con Fabrizio Bosso e quella più pop con Gio’ Di Tonno, con cui ho scritto Nell'aria. Quest'ultimo brano si discosta un po' dagli altri per il genere, anche perché Gio’ scrive fondamentalmente musica leggera. Con Gio’ Di Tonno vi eravate già “incontrati” in teatro nel musical “Jekyll & Hyde”. Quanto conta per te la dimensione teatrale nel lavoro di cantante? È fondamentale. Intanto, la tournée per quello spettacolo è stata per me una grande scuola. Mi ha dato molta sicurezza sul palco e quella dimestichezza che serve per entrare in contatto con il pubblico. L'esperienza in teatro ti insegna a comunicare: se in passato, infatti, mi era capitato di “cantarmi addosso”, nel senso di cantare per me stessa, con il teatro ho imparato a cantare per una platea. Spero che questa cosa arrivi al pubblico. Le cover live inserite nell'album sono dei classici della musica italiana e internazionale. L'ultima traccia è Que sera sera (Whatever will be, will be), cantata da Doris Day e colonna sonora di un noto film di Hitchcock. Hai dichiarato che è una delle tue preferite. Come mai? Al di là del fatto che sono una fan sfegatata di Hitchcock (ride, ndr), quel brano mi mette addosso un senso di ottimismo incredibile. È il simbolo del mio stile di vita e del jazz, fatto di improvvisazione. “Quello che sarà, sarà” recita il titolo e io sono sempre serena in tutto quello che faccio, perché so che, alla fine, quello che succederà sarà la cosa migliore per me.
Al Festival hai duettato con Ornella Vanoni. Com'è nato il vostro incontro?Le abbiamo fatto ascoltare il brano e lei si è presa qualche giorno per decidere. Dopodiché ha acconsentito a partecipare con me e per questo devo ringraziarla. È nata subito una bella collaborazione, oltre che simpatia e rispetto reciproco. Insomma, sono molto contenta anche di questa scelta. Dopo Sanremo ci sarà un tour? Assolutamente sì. Faremo promozione in tutta Italia fino a maggio e poi partiremo con un tour estivo. La mia speranza dopo il Festival è di fare tantissima musica live, perché è quello per cui vivo e quello per cui il jazz è fatto. Una curiosità: nel brano sanremese c'è qualche riferimento autobiografico? Te lo chiedo perché vedo che sei tutto tranne che egocentrica. Ecco (ride imbarazzata, ndr), perché fuori dal palcoscenico non sono egocentrica. Però in scena sì. Il mio intento era di descrivere questa dualità: l'egocentrismo sotto i riflettori e il totale senso di disagio che si può avere nella vita normale. Anche perché nel finale della canzone c'è un risvolto inaspettato, in cui confessi che al di fuori dello spettacolo... Sì, l'egocentrismo è anche sintomo di fragilità. Uno sbaglia ma poi dentro richiede affetto e implora: “Ti prego ascoltami, sono qua. Ti prego, filami”. Vai alla pagina di Simona Molinari Vai alle altre Interviste
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Scritto da Gerardo Larosa
Domenica 15 Marzo 2009 00:00
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Simona Molinari è senza dubbio una delle perle che vorremmo conservare nello scrigno dei ricordi del 59esimo Festival di Sanremo. PopOn ha subito colto l'occasione per incontrarla. Davanti ai nostri occhi si è materializzata una ragazza acqua e sapone, lontana anni luce dai trucchi e dai belletti del mondo dello spettacolo; un'egocentrica solo per gioco, insomma, come lei stessa ha tenuto a sottolineare in questa intervista.
Il 20 febbraio è uscito il tuo disco d'esordio Egocentrica: sei brani registrati in studio e sei cover live suonate con la tua jazz band durante una tournée in Canada.
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