Intervista di Paola De SimoneDirezione Renato Zero con un carico di domande. Così ci siamo avviati verso un lussuoso albergo romano, dove il re dei sorcini ci aspettava per farci ascoltare il suo nuovo disco e per rispondere alle nostre curiosità in merito. Seduto tra pochi e selezionati presenti, dunque, Zero ha parlato della discografia italiana e della sua scelta di autogestirsi, di giovani e incontri, di canzoni e vita. Ecco, per intero e senza filtri, le sue parole. Il disco si intitola “Presente”, ha un’accezione temporale o vuoi dirci che ci sei? Sono presente con i miei 58 anni con la voglia ancora di muovere l’aria intorno a me. Felice anche di aver trovato lo spunto di ritornare in vetrina nel senso più rivoluzionario del termine, perché sono finalmente in grado di sperimentare l’autogestione. Significa maggiore responsabilità da parte mia nel produrre i fonogrammi e le opere, ma soprattutto di non avere più strane mediazioni tra me e il pubblico. Eppure nel primo singolo estratto, Ancora qui, dici che “essere il primo a tutti i costi davvero stanca”. Quella è un’affermazione che odora un po’ di artificio, cioè esserci a tutti i costi con una formula diversa significa anche prendersi cura del proprio percorso, non lasciare nulla di intentato, ma quando questo successo ti costringe a dire e a fare delle cose che non diresti e non faresti, quello è stressante e procura una quintalata di colesterolo. Bisogna, secondo me, cercare sempre di non perdere di vista la natura dei nostri impegni, del nostro obiettivo. Se uno fa questo mestiere con stimolo e una buona dose di entusiasmo, non c’è consunzione, anzi, l’idea della panchina spaventa uno come me, non la palestra. Citiamo un’altra tua frase: “Dal vinile all’mp3”… Sembra un tiro di schioppo, una passeggiata molto poco stancante, ma in verità dal vinile all’mp3 sono una buona parte dei miei anni e di militanza presso il pentagramma. Oggi dobbiamo dimostrare che non è stato tempo perso, la forza di questo mio messaggio è: “Alziamoci e andiamo!”. Questo è un film il cui finale siamo noi a scriverlo, quindi non vorrei che proprio in un momento così delicato, dove siamo chiamati a riesercitare il diritto alla scelta, vengano meno le responsabilità della gioventù in una soluzione di riscatto e di recupero. Il giovane finalmente non ha più cuscinetti né ammortizzatori sociali né tessere di partito, oggi finalmente ha l’opportunità di essere sguarnito e di affrontare qualunque tipo di scelta con la sua anagrafe, con il proprio nome e cognome e questo lo trovo formidabile. A noi non ci è stato dato di esercitare questo diritto, perché siamo nati con la tessera sul comodino, con le premesse di una gioventù cui era negato il vantaggio della trasgressione o comunque di una sperimentazione attraverso esperienze di varia natura e genere, per una formazione appagante di quello che saremmo poi divenuti. Uno scotto che molti dei miei amici hanno pagato salatissimamente, proprio perché questa libertà fosse riconosciuta come un diritto sacrosanto nella formazione di ciascuno di noi; una libertà che poi consegniamo a nostra volta ai nostri figli e ai nostri nipoti. Guai se questa libertà rimanesse un tatuaggio sterile sulla nostra pelle. Quindi dal vinile all’mp3 c’è da raccontare parecchio, per fortuna. E ora verso cosa si va? Io andrei direttamente in direzione del palcoscenico, visto che la discografia si è presa un momento di pausa. Restituiamo al giovane il suo jack e la sua amplificazione, diamogli la possibilità di riconquistarsi non solo uno strumento musicale, ma una fetta di questo enorme palcoscenico che è soprattutto la vita. La canzone che abbiamo citato prima è L’incontro, un tema a te molto caro. Garcia Lorca arriva prima di me e con largo anticipo con un’asserzione come “La vita è l’arte dell’incontro”, mi pare che da quell’epoca fino a oggi sia rimasto invariato il senso disciplinare e anche produttivo che esercita l’incontro. Poi oggi, dovendo fare i conti anche con un’etnia sempre più disparata, l’incontro serve finalmente a dissipare i sospetti e certi razzismi che fanno parte, purtroppo, di un risultato fortemente limitativo nella conoscenza. E’ chiaro che ciascuno di noi, in nome di questo incontro, preferirebbe prendere un aereo e andare in Africa, piuttosto che vedere un africano sconfitto con un fagottello raggiungere le coste della Puglia, piuttosto che della Sicilia e di altre isole, però purtroppo è un lusso che non si possono permettere loro. Dobbiamo esser noi ad accettare ormai l’idea che una parte di questo mondo non sia praticabile, non sia servita, come è servito l’Occidente o certi paesi cosiddetti industrializzati. Dobbiamo fare noi uno sforzo e cercare il più possibile di essere generosi e fare in modo che certe lacune possano essere colmate anche da una stretta di mano e un piatto di minestra. Siamo stati anche noi emigranti, abbiamo patito anche noi questa sofferenza di non essere profeti in patria. E rientra anche negli obblighi degli artisti di oggi raccontare questo disagio, come fecero Joan Baez, Bob Dylan, Joni Mitchell e tanti illustri colleghi, che si sono serviti della chitarra con largo anticipo, proprio prevedendo che la musica avrebbe avuto bisogno del problema e il problema della musica.
Nella canzone Giù le mani dalla musica, dici “manipolati e contraffatti non sembriamo neanche noi, ci rubano la voce, il volto e la felicità”. E' questa la condizione in cui vive l'artista oggi?Ma sì, mentre noi continuiamo questo sogno della pulizia, del rigore e della preservazione, c’è qualcuno che a nostra insaputa smonta, rimonta e riformatta quelle che sono non solo le nostre immagini, ma addirittura spesso dei messaggi, dei contenuti. A me è successo svariate volte che mi siano state messe in bocca parole che non ho detto e, attraverso certi sosia, qualcuno ha creduto che io fossi quell’essere lì, quella risultanza. Io rispetto tutti, ma se dovrà esserci un altro Renato a parte me, vorrei essere io a disegnarlo. Non mi piacerebbe che qualcuno decidesse per me come sarò da grande. Hai dimostrato a molti tuoi illustri colleghi che si può fare a meno delle major, c’è qualche controindicazione? Io ero discograficamente distribuito da una major dal 1979, con gli album Ero Zero e tutti gli altri a seguire. Questo significa che per trent’anni ho deciso il repertorio, la sequenza delle canzoni, il contesto estetico e gestionale dei miei dischi, così avendo esercitato per svariato tempo questo diritto, il passaggio a diventare discografico di me stesso è stato quasi automatico. Avviene facilmente se hai acquisito consapevolezza e se sei, in qualche misura, nella condizione di prendere questa decisione come un’esigenza ormai ineluttabile. Per altri colleghi il lavoro sarà forse più oneroso, perché dovranno imparare un ulteriore mestiere, cosa che io ho già fatto, e questo forse comporterà per loro qualche piccolo problema di apprendimento, perché da un giorno all’altro non ci si inventa e credo che ci voglia del tempo per imparare certe cose. Quindi non speri che i tuoi colleghi prendano esempio da te? Quello che mi auspico fortemente non è tanto che i miei illustri colleghi facciano anche loro questo tipo di passo, ma penso a un’altra opportunità, quella di veder rifiorire delle formazioni discografiche italiane composte da un patrimonio di professionisti che noi possediamo. Posso farvi dei nomi: Tonino Coggio, per esempio, che per anni ha collaborato in forma cospicua ai successi di Claudio Baglioni, e come lui tanti altri. Ci sarebbe una lista infinita di persone valide che, non dico siano in cassa integrazione, ma sinceramente la loro salute non è florida artisticamente, perché furono messi al bando dalle multinazionali. Quindi l’idea di rivedere di nuovo in pista una RiFi Records, una Ricordi, piuttosto che una Fonit Cetra, credo sia allo stato attuale quasi un auspicio. Quello che potrebbe rimettere un pochino il mercato discografico in una condizione di gestione forse più corretta, e anche più italiana, è proprio che il libretto di circolazione di questi discografici sia italiano. Nel nostro stesso paese quando qualcuna di queste major vuole punirci, ci scaraventa addosso uno Springsteen e ci fa male veramente. Anche in questo senso è bene che queste società discografiche possano godere di una certa autonomia e parlare l’italiano perfettamente. A quale modello di direttore artistico pensi per risollevare le sorti della discografia italiana? Un direttore artistico deve conoscere la materia prima che tratta, deve essere non solo un esperto in marketing e in cifre, ma soprattutto una persona conscia, che è lì per garantire che un messaggio musicale arrivi a destinazione, nelle condizioni fisiche più raccomandabili. Un recupero lo vedo difficile se non si ritorna a riconsiderare l’opportunità di creare degli spazi dove questi autori nuovi e questi interpreti possano confrontarsi, annusarsi. La fisicità del bar della RCA e del Cenacolo, per portare due esempi che mi riguardano, ha fruttato molto, perché si aveva l’opportunità di guardare in faccia i nostri collaboratori o gli stessi nostri futuri antagonisti, ed è bello che questa sorta di tenzone possa nutrirsi anche della partecipazione e del contatto, perché in televisione si vedono troppo spesso giovani buttati allo sbaraglio, senza che abbiano avuto l’opportunità di farsi le ossa. E allora parliamo di “XFactor” e “Amici”… Devo spezzare una lancia a loro favore: non bisogna essere categorici e neanche riduttivi, perché a parlare è facile, ma poi bisogna vedere quelle che sono le motivazioni, se c’è buona fede e se certi discorsi scaturiscono proprio da una volontà di supportare i giovani. Una cosa buona di questi programmi è il recupero istituzionale dei ruoli, questo mi piace molto. L’unico problema è che arrivando prima la telecamera, quella spontaneità e soprattutto quella bontà, quella generosità di darsi con disinvoltura non ci sono già più. Prima di partire, Amici dovrebbe stare un anno in uno scantinato di Centocelle a provare tutto quello che c’è da provare. Dopo un anno in silenzio, dove questa carboneria ha il suo perché, dovrebbero subentrare le telecamere. Invece, vedi che a volte questi ragazzi vengono istigati e si maltrattano tra loro; come succedeva al Circo Massimo, questi gladiatori sono costretti a lottare l’uno contro l’altro, nonostante la miseria sia comune e il disagio sia il loro pane quotidiano. Questo lo trovo umiliante. Ecco, l’aspetto che mi piace meno è proprio questo fatto di spingerli immediatamente fuori in questa arena, è prematuro, facciamo in modo che ci arrivino per gradi e soprattutto nell’ombra, dove siano in grado di cadere senza farne un fatto istituzionale.
I giovani ti sono a cuore da sempre, ma quelli di oggi forse un po’ di più. Ma perché i ragazzi oggi hanno meno possibilità di mettersi al sicuro, di difendersi, gli si dice ancora una volta che è una gioventù distratta e inconcludente, lo si è detto di noi, lo si dirà dei giovani del 2030, e non credo che in questo modo si risolvano i problemi. Toccherà che questi genitori facciano uno sforzo, che prendano dei permessi dai loro posti di lavoro, che tornino a conferire con gli insegnanti e a disegnarsi una scuola come loro desiderano che sia. Perché la responsabilità di un genitore non è soltanto allevare il proprio figlio, ma scegliere chi prenderà il loro posto durante la formazione scolastica e culturale, piuttosto che in un’altra dimensione della vita sociale. Anche la fioritura della pedofilia è un segnale di negligenza, di leggerezza nel non considerare che la libertà non è soltanto lasciare qualcuno sotto il sole a godersi l’aria fresca, ma anche prevedere che forse non tutti sono abituati alla libertà e a qualcuno fa l’effetto di un’ubriacatura. E allora, viste le trappole, come si conquista la libertà? Una volta si prendeva la sciabola e si andava ad affrontare il nemico sul campo di battaglia, oggi bisogna armarsi di consapevolezza, bisogna essere molto cauti, bisogna evitare di dare giudizi a priori, insomma è un esercizio assai delicato questo di riconsegnarci alla libertà, però vale la pena farlo. Questo discorso vale anche per la musica? Anche la musica è tenuta a fare questa esperienza, deve liberalizzarsi anche lei, sempre in una maniera tutelata. Il diritto d’autore deve essere difeso, perché se non ci fosse stato questo rendimento, questa gratificazione, non so se Mozart avrebbe scritto in quel modo, sapendo che sarebbe diventato materia di plagio e smembramento. Alla fin fine se un’opera non viene tutelata, nessuno ci sputa sangue sopra per ottenere certi risultati e non si inventa più nulla. Nel disco hai inserito diciassette tracce inedite, non ti sembrano tante? Sono tante anche 20 euro. Tra le canzoni c’è anche un duetto con Mario Biondi, come nasce? Il duetto con Biondi nasce da un bisogno di complicità, di amicizia. Secondo me questo episodio meglio spiega il bisogno che c’è oggi di non essere troppo diffidenti né troppo snob, perché Mario ha un’estrazione musicale di grande qualità, di grande pregio, io a modo mio credo di aver adoperato la musica sempre in modo molto corretto. Pur essendo questi due mondi diametralmente opposti, poi, si scopre che ne deriva qualcosa di molto piacevole. Lui ne è rimasto sorpreso, io più di lui, perché effettivamente è un bell’esperimento. Quando vi siete conosciuti? La conoscenza e la frequentazione nascono nei giorni della realizzazione del mio album. Ci siamo incontrati e gli ho fatto presente che stavo lavorando a nuove canzoni e mi sono detto che non mi spiaceva che si prendesse un té a casa mia, nel senso più musicale della parola. Giammai mi aspettavo che accettasse. Spera o spara è una canzone che ci riporta musicalmente indietro nel tempo. Sembra di ascoltare il Renato di una volta. E’ stato un presente di Mariella Nava, che mi si è presentata a casa con questa manifattura e io le ho detto: “Marié, mi porti indietro di qualche anno”. C’ho riflettuto perché mi sono detto che era una sorta di auto-cover, però poi, alla luce di una riflessione più approfondita, ho trovato giusto che, venendo da Mariella questa provocazione, io l’accettassi come buona. Addirittura poi ho partecipato un pochino anche alla sua finitura. A ottobre partirai con il tour. Una battuta su come sarà? Lo dice la parola stessa: girerà! Vai alla pagina di Renato Zero Vai alle altre Interviste
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Scritto da Paola De Simone
Lunedì 23 Marzo 2009 00:00
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Intervista di Paola De Simone
Nella canzone Giù le mani dalla musica, dici “manipolati e contraffatti non sembriamo neanche noi, ci rubano la voce, il volto e la felicità”. E' questa la condizione in cui vive l'artista oggi?
I giovani ti sono a cuore da sempre, ma quelli di oggi forse un po’ di più.