Intervista di Paola De SimoneLa capacità di stare al passo con i tempi, pur senza snaturare la propria indole artistica, è indice di approccio intelligente nei confronti del mercato musicale. Così Pino Daniele, senza cambiare le proprie scelte artistiche, ha deciso di adeguarsi ai tempi in tema di vendita del disco. Nasce così l’idea si scindere un unico progetto in due capitoli discografici: è uscito in questi giorni Electric jam e a novembre conosceremo Acoustic jam. Non certo un’idea nuova (Biagio Antonacci, prima di lui, la sperimentò con Convivendo I e II), ma insolita per un tradizionalista come Pino Daniele, che in merito a questa scelta parla così: Facendo questo mestiere da anni, ho assistito a continui mutamenti della proposta artistica e mi sono accorto che ora molti prodotti vengono presentati soltanto con un singolo, quindi ci sono artisti legati unicamente a una canzone. Io, invece, sono un artista legato al concetto, cioè legato all’album, sono nato così e non posso assolutamente cambiare per adattarmi a quelli che sono i tempi. Ma mi sembrava interessante avere un approccio diverso con il mercato e fare un prodotto che avesse, sì, il concetto, ma che aiutasse di più la vendita. Dividere il lavoro in due parti e venderle a 9,90 euro è un’idea abbastanza intelligente, per poi magari fare un cd unico a Natale, ma queste sono strategie di marketing. Dal punto di vista artistico questa scelta non le ha creato alcun problema? No, nessuno. Anzi mi dà la possibilità di dividere la mia proposta, anche perché sono un artista abbastanza particolare: ho sia un lato elettrico, derivato dalla mia esperienza di musicista, che un lato da cantautore, cioè più acustico, più intimo. Quindi sia da un punto di vista artistico che di marketing, mi sembra un’idea positiva. Perché ha scelto J-Ax per il duetto in Il sole dentro di me? Io ho sempre cercato la sintonia con altri artisti, soprattutto giovani, perché per me la musica è comunicazione. In un momento in cui tutto è comunicazione, molti non hanno bisogno della musica, io al contrario, non sono un tecnologico, sono completamente negato, non mando neanche messaggi con i telefonini, non sono capace. Quindi per me la musica è un fatto di comunicazione e comunicazione significa anche entrare in contatto con altri artisti, così ho lavorato con Giorgia, Irene Grandi, Jovanotti, Ramazzotti… un po’ con tutti. J-Ax uno che mi è sempre piaciuto, uno un po’ strano, tosto, particolare, metropolitano. Unirlo a una canzone dal rock abbastanza mediterraneo e melodico è un’idea che mi è venuta incontrandolo a Milano. L’ho invitato a venire la sera a un mio concerto e lui è salito sul palco improvvisando, ed è nata una collaborazione carina. Il pezzo mi sembra che sia abbastanza vero. A proposito di giovani, è reduce dall’esperienza sanremese che l’ha vista esibirti accanto a Silvia Aprile. Com’è successo di collaborare con lei? Ci siamo incontrati e mi ha chiesto di produrre un suo progetto, così mi sono messo a lavorare, come se non dovessimo presentarlo a Sanremo. Non si fa un progetto per presentarlo al Festival, ma perché si ha un’esigenza artistica, poi se c’è la possibilità di promuoverlo a Sanremo, va bene. Noi abbiamo fatto del nostro meglio.
Pensa lo stesso di Paolo Bonolis? Sì, anche lui ha fatto un bel lavoro mettendo sul palco tutto quello che poteva, dalla PFM a Zucchero. Per me è stata un’esperienza ottima, positiva, perché non ho cambiato il mio modo di essere, sono andato lì e ho fatto quello che faccio tutti i giorni: suonare la chitarra e cantare i miei brani. Si è, quindi, sentito tutelato? Sì, sono stato tutelato dal fatto che non ero in gara, infatti non ho cambiato una virgola del mio modo di fare, sono stato come sono, non mi sono adattato al Festival. E questa è stata una grossa forma di correttezza. Ho detto dall’inizio: io vengo, presento un’artista, con la quale abbiamo lavorato per mesi a un progetto, però non voglio competizione, non vengo in gara ed è stato così. Cosa non le piace della gara? La competizione mi sta un po’ stretta, e poi ci sono meccanismi di televoto discutibili. Non è per fare polemica, però se uno degli artisti in gara sta in televisione da un anno e ha vinto attraverso il televoto una trasmissione televisiva come “Amici”, quindi di grande consenso popolare, è normale che vinca anche Sanremo con lo stesso meccanismo. Mi sembra un’osservazione ovvia. Quindi la canzone in gara non conta? Sanremo è un palinsesto televisivo, la canzone e la musica sono un’altra storia, un’altra dimensione. Con i tempi che viviamo basta farsi vedere in televisione, il contenuto conta solo per certi artisti che, per questo, sono fuori dal gioco: Battiato, Fossati, De Gregori… Oggi la televisione, la comunicazione, la popolarità e il fatto di costume sostituiscono il contenuto. A volte sembra che non abbia importanza cosa tu faccia, l’importante è che ti faccia vedere in televisione. XFactor e Amici la convincono? A parte che sono gli unici programmi musicali in tv, mi sembrano comunque validi. L’unica cosa è che io non amo molto la competizione, la gara tra artisti, il fatto di essere più bravo o meno bravo. Però già che XFactor sia una trasmissione musicale ben venga, alla fine vengono fuori dei grossi talenti, come da Amici, solo che la musica, come il ballo, per me sono forme d’arte, non solo ginnastica. La tecnica è fondamentale, ma per annullare la tecnica stessa, quello che resta è il sentimento che si riesce a comunicare. Oggi, però, per i giovani è diventato difficile conquistarsi la possibilità di vivere di musica. Per voi forse è stato più facile? Sì, oggi è diventato più faticoso. Devi presentare quello che fai porta a porta, facendo un lavoro più capillare, non è più come una volta, che si facevano quelle quattro trasmissioni e il disco tirava il live, così la gente veniva ai concerti. Oggi è quasi il contrario, il live dimostra che l’artista ha il potenziale di fare delle cose, il nostro lavoro si sta trasformando completamente. Soprattutto per i giovani è un grosso problema. Per artisti come me, che hanno dietro una storia, c’è il vantaggio di avere spazi e concerti in quantità. A proposito di grandi colleghi, come giudica l’operazione di autogestione adottata da Renato Zero? Sembra un’operazione interessante, adesso aspettiamo di vedere i risultati. Credo, però, che sia una buona cosa, anche perché la discografia in futuro penso che avrà dei grossi problemi. Oggi sono rimaste due grosse major, che resteranno in piedi ancora per un po’ di tempo, perché c’è molto catalogo, ma per il futuro è meglio organizzarsi e Renato Zero è un artista che sta al passo con i tempi.
Anche lei con la sua duplice proposta ha dimostrato di esserlo. Sì, ho adattato praticamente il prodotto ai tempi, anche se non posso dire lo stesso di me. Non ho fatto altro che ripercorrere la mia esperienza di chitarrista blues, girando come facevo una volta, con la mia macchina, i miei amplificatori e le mie chitarre. Non affida ai tecnici i suoi strumenti? No, ci sono strumenti che non do ai tecnici da portare con il camion, me li porto in macchina, perciò ho ripreso a fare quello che facevo agli inizi: il musicante, il musicista che gira e che va a fare i suoi concerti. Sempre per l’amore per la musica, perché io ho un grande rispetto per la musica e per la chitarra, mi hanno sempre aiutato nei momenti difficili, nei cambiamenti generazionali e nei momenti di grande confusione. Questo amore per il suonare live spiega la scelta di intitolare Electric jam e Acoustic jam i due dischi di questo progetto? Sì, perché la jam sassion è il momento in cui i musicisti improvvisano. Nel jazz lo si fa sui famosi standard: si parte da un pezzo, si suona la melodia, poi si improvvisa e si torna alla melodia. Così è anche nelle mie canzoni, ecco perché li ho intitolati così. Qual è il filo conduttore che lega le sei canzoni di Electric jam? Non ci sono messaggi comuni, è tutto soggettivo. Secondo me la musica ognuno deve sceglierla e ascoltarla quanto e quando gli pare, anche una volta sola per radio. A novembre uscirà Acoustic Jam, ci può anticipare qualcosa in merito alle collaborazioni? A giugno sarò sicuramente in America e ho in mente delle collaborazioni con alcuni musicisti, ma non con artisti famosi. Io mi lego sempre molto a musicisti che possono aiutare la mia musica a venire fuori. Comunque è tutto ancora allo stato embrionale, vedremo. Lei ha prestato la sua immagine e la sua voce per la campagna a favore di Napoli in tema di immondizia. Sarebbe eventualmente pronto a rifarlo? (Sorride, ndr) A tal proposito le racconto un aneddoto: ero a Prati (zona di Roma, ndr), dove ho lo studio, c’erano due vecchiette sul marciapiede, si avvicinano e mi dicono: “Ah, l’abbiamo vista, lei fa la pubblicità alla monnezza” (ride, ndr). Per me è stata una cosa bella, soprattutto riuscire a unire diverse forze politiche tramite la mia musica, coinvolgere quindi le istituzioni in un concerto pensato per agevolare l’informazione sulla raccolta differenziata. Questo ha dato i suoi frutti, perché in alcune zone di Napoli la raccolta differenziata ha superato il 60%, quindi qualcosa si è fatto, sia lavorando con Bassolino che con Bertolaso. Quello che mi fa veramente piacere è che con la scusa di fare un concerto, si possono fare grandi cose, questo mi dà l’entusiasmo e la forza di andare avanti in certi progetti. Quindi se mi sarà richiesto ancora di fare qualcosa per la città in questa direzione lo farò. Tornando alla musica, ci conceda un piccolo appunto: perché è diventato difficile trovare nelle sue canzoni la rabbia che c’era, per esempio, in un brano come Je so pazzo? Perché quello che ha scritto Je so pazzo era un ragazzo di 22 anni. Io ora ne ho 54. Altrimenti faccio come Gianni Morandi, che è sempre uguale. Quando l’ho incontrato gli ho chiesto se era Highlander; ne resterà uno solo e sarà lui (ride, ndr). Vai alla pagina di Pino Daniele Vai alle altre Interviste
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Scritto da Paola De Simone
Domenica 29 Marzo 2009 00:00
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Intervista di Paola De Simone
Pensa lo stesso di Paolo Bonolis?
Anche lei con la sua duplice proposta ha dimostrato di esserlo.