J-Ax, un po' rap un po' rock'n'roll
Scritto da Paola De Simone
Lunedì 06 Aprile 2009 13:42
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J-Ax su PopOn Intervista di Paola De Simone

La pubblicazione di un disco di inediti, un tour partito con energia, duetti e collaborazioni: un periodo impegnato e impegnativo per J-Ax, ex-Articolo 31, tra i principali rapper della scena musicale italiana. PopOn lo ha raggiunto al telefono per parlare con lui di Rap’n’roll, album che segue una scelta artistica sempre più frequente: una doppia pubblicazione a prezzi contenuti.

Rap’n’roll arriva a tre anni da Di sana pianta, che percorso hai compiuto tra l’uno e l’altro disco?
Di sana pianta è nato in un momento di indecisione, di insicurezze e di paure,mentre Rap n’roll è nato dopo che ho passato quell’esame, quindi è un album più positivo, che parla di giorni di gloria. Tra l’uno e l’altro disco ho fatto una tournée, ho vinto gli Emas, che sono i premi di MTV, come miglior artista italiano e ho scritto venti brani: gli altri dieci li pubblicherò più in là, in un secondo album.

Quest’idea di dividere il progetto in due dischi è sempre più frequente, prima Antonacci, poi tu, ora Pino Daniele…
Sì, ma più che un album diviso in due parti, nel mio caso si tratta proprio di due dischi con dieci brani ciascuno, venduti a dieci euro l’uno, che io credo sia il prezzo che la musica deve avere in un momento storico come questo. Mi è venuta questa idea soprattutto perché avevo prodotto tanti pezzi, ma anche perché ho pensato fosse arrivato il momento per noi artisti di metterci in primo piano a fare qualcosa, visto che ci lamentiamo sempre dei prezzi.

J-Ax su PopOn Quindi sono due album scissi?
Sì, anche nel titolo, non saranno parte uno e parte due, ma proprio due dischi separati.

Nel primo singolo, I vecchietti fanno o, racconti cosa si prova a invecchiare senza maturità, una citazione gucciniana. Pensi questo di te?
Sì, assolutamente. La maturità, poi, bisogna anche vedere che cos’è, forse è solo un’idea che gli altri hanno di noi, ma di solito la percezione degli altri non corrisponde a verità. Certi comportamenti non sono necessariamente un segnale di immaturità. Io sono l’esempio che non è vero quello che molti dicono, cioè che comportandomi come faccio io nella vita, sarei dovuto finire male, in realtà ho ottenuto tutto quello che mi dissero mi sarebbe stato negato, quindi un posto nella società, una famiglia, tanti seguaci che comprano i miei dischi. Quindi c’è un lieto fine, ma ogni mia canzone ne ha sempre uno.

Nelle tue canzoni punti molto il dito contro l’Italia e i suoi rappresentanti, quello che salta alle orecchie è che non accenni mai a possibili soluzioni. Come dire che l’importante è dire quello che non va e non come dovrebbe andare?
A dire il vero non so neanche se addito all’Italia. Io credo di essere minimalista e di descrivere le cose che vedo nella mia vita. La soluzione, se c’è, io penso di darla nel disco, per esempio in un pezzo che si chiama Come io comanda, dove suggerisco di seguire la propria voce interiore, il proprio istinto. Io non sostengo il dialogo con le mie controparti, con i miei ‘nemici’, per esempio io non vado a Sanremo perché non dialogo con quella parte, ho deciso di assumermi tutti gli oneri del mio personaggio, sono J-Ax e rappresento tutto ciò che è considerato antagonista.

E questa coerenza ha un prezzo?
Probabilmente in questione monetaria sì: toglie un po’ di popolarità, non ti permette di fare un certo tipo di tv, però canzone su canzone, hit su hit, si vince anche su quel sistema. Ci sono tanti cantanti che non hanno bisogno di fare troppe robe pop, specialmente quando il pop televisivo si erge a portatore della musica.

J-Ax su PopOn Quindi non subisci neanche il fascino degli eventi televisivi più popolari? Non hai un minimo di tentazione nel farti coinvolgere?
Per me non è un problema andare al Festivalbar, per esempio, o in altri programmi televisivi, ma ci vado solo per fare promozione. A Sanremo, invece, non vado perché è sempre stato un evento non improntato sui musicisti, almeno dagli anni Ottanta in poi, è più un appuntamento di costume, un evento televisivo, dove di musica parla sempre gente che mi sta orrendamente sulle palle.

Prima hai citato la canzone Come io comanda, ed è senz’altro il pezzo più incisivo del disco, con il quale ti sei messo a nudo completamente. Nello scriverlo hai vissuto una sorta di autoanalisi?
Raramente mi capita di comporre una canzone e poi trovarmi a riscriverla nuovamente, ma Come io comanda è un brano che ho scritto ben sei volte. Volevo riuscire in tre strofe a rendere l’idea del bene e del male che comporta l’essere J-Ax, così nelle prime due strofe racconto le cose negative, ma nella terza dico che vincenti come noi ce ne sono pochi.

Noi?
Sì, perché non parlo solo di me, ma anche dei miei amici. Il milanese da macchietta che vedete al cinema, da noi per strada non c’è mai, quello che vedete a Porto Cervo non gira per le strade di Milano, perché verrebbe additato come sfigato e mandato a cagare nella migliore delle ipotesi. Mia moglie non s’è mai fatta un calciatore, le nostre donne a un nababbo babbo non la danno, noi alla fine siamo sopravvissuti a tutto questo marciume.

Musicalmente il disco sembra un grande tributo al rap, al rock’n’roll, alla dance anni Novanta, all’elettronica… Insomma hai fatto un omaggio alla musica che ti ha fatto crescere?
Non potrei definirlo meglio. Anche se non è proprio un omaggio. Naturalmente il mio stile è l’insieme delle mie conoscenze musicali, quindi è per forza il mischione di tutte queste cose.

J-Ax su PopOn E’ facile pensare che voi appassionati di rap e hip pop siate un po’ sfortunati per essere nati in Italia, che sappiamo non è certo la patria di questo genere musicale. Ne hai mai sentito il peso?
Beh, certo, quando guardo gli americani a volte mi cadono le braccia. Guardo loro cosa hanno, cosa fanno, i budget di cui dispongono, i video che girano, ma piano piano ci siamo arrivati anche noi. Il rap italiano ha fatto storia, perché è stata una branchia molto particolare di tutto il movimento, quindi alla fine se sono nato qui, ci sarà una ragione. Forse in America sarei servito di meno, il mio compito probabilmente era qui. Se prendi una canzone mia e la traduci in inglese, nessuno ci capisce niente perché le cose di cui parlo sono così italiane che solo un italiano può capire. Poi credo che la musica nasce dove serve, spontaneamente, anche al di fuori del nostro controllo. Quando diciassettenni ci è stato dato questo compito di fare una musica che qui non c’era, è stato perché era il momento che questa energia mondiale si diffondesse dappertutto.

E’ stato quello il periodo d’oro del rap italiano?
Ma no, non c’è mai stato un periodo d’oro, questa è una cazzata messa in piedi dai giornalisti. Il periodo d’oro c’è stato per alcuni gruppi, ma quando fai un singolo di successo diventi mainstream e allora i giornalisti, pur di non parlare di un gruppo solo, dicono che è il momento del rap. Lo hanno detto quando andavano gli Articolo 31, quando andava Fabri Fibra, l’anno scorso quando andava Marrakech, ogni volta dicono “va il rap”, invece il rap è un genere consolidato, come il rock e la musica classica. E poi che sia rap o rock al pubblico più giovane ormai non frega niente, se gli piace quello che sente, lo prende e basta. Dividere la musica a comparti stagni è una cazzata filo-sisnistroide, e da anziani.

Ci parli delle collaborazioni di questo disco? Sono tanti i nomi che leggiamo sfogliando il booklet, alcuni noti, altri meno.
Le collaborazioni con i produttori THG dei Gemelli e Don Joe dei Club Dogo sono nate perché lavoriamo negli stessi studi. La vera novità è che ho trovato un arrangiatore, Guido Style dei The Styles, con il quale lavoro ormai da due anni, perché sono molto soddisfatto del suono che è riuscito a tirare fuori, lui capisce quello che ho in testa e sa metterlo su nastro. Le altre collaborazioni sono nate a livello personale prima che musicale, ci siamo simpatici, collaboriamo l’uno nei dischi degli altri, a parte un paio di eccezioni come Irene dei Vibolas, che non conoscevo, ma sentendo la sua voce ho pensato che fosse perfetta per il mio disco.

Dopo un primo stop, il tour è partito. Come lo hai pensato?
L’abbiamo strutturato con una formula mista, dj e strumentisti veri dal vivo, con uno show molto rap’n’roll. Stiamo riproducendo fedelmente il disco, anche perché curiamo noi il suono, abbiamo tagliato completamente il fonico di palco.

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