Intervista di Simone ArminioPer Samuele Bersani da sempre le piccole cose hanno un valore prioritario. E’ stato infatti uno dei pochi cantautori ad abituarci fin dall’inizio alla poeticità degli elenchi telefonici, dei lividi, dei polli arrosto sul loro spiedo... Impensabile allora incontrarlo per fare due chiacchiere su Manifesto abusivo e non partire, ancora una volta, da queste suggestioni. In Lato proibito, una delle prime canzoni di questo nuovo album, racconti gli anni della tua adolescenza attraverso quegli oggetti e quelle azioni quotidiane che non ci sono più: un mondo fatto di musicassette, mercuriocromo, e di cabine telefoniche… quanto ti mancano oggi le cabine? Molto, ma soprattutto mi manca il loro utilizzo. Perché tra tutte le cose che cito, e che sono cadute nel dimenticatoio, la cabina telefonica in realtà è l’unica a esistere ancora. Certo, ha cambiato colore, diventando un’altra cosa, e non ha più le funzioni che aveva una volta, tra cui ad esempio l’effetto “riparo”. Però a me, piuttosto che le cabine, mancano i gettoni! Ma credi davvero che ci possa essere una poesia nascosta anche negli oggetti apparentemente banali di questa nostra modernità? Assolutamente sì. Non bisogna per forza essere futuristi per trovare del bello nel mondo contemporaneo. Basta guardarsi attorno: il mondo continua a essere pieno di azioni e oggetti poetici. E io mi sono sempre curato, a volte anche nei dettagli, degli oggetti che m circondano. Perché gli oggetti, oltre a essere tali, fissano anche il periodo che stai raccontando. Così come i telefoni cellulari fanno i nostri giorni, e la cabina faceva gli anni ‘70 o gli ‘80. Poi se ne parlo nei miei brani, c’è da dire che non lo faccio sempre con intenzione poetica. Spesso capita anche perché alcuni oggetti descrivo la mia vita attuale, e ciò che devo raccontare. Ad esempio, la frase del cambio di scheda nel telefono cellulare presente in uno dei brani di questo album l’ho scritta perché raccontava una cosa che mi stava succedendo davvero: mi ero lasciato da poco tempo, ed ho cambiato scheda al telefono, perché quel numero lo usavo per parlare con lei. Fin dalle prime produzioni hai sempre messo molto di te stesso nei tuoi brani. Non hai mai avuto remore nel farlo? Ti sei mai chiesto se fosse il caso di mostrare così tanto il tuo io? No, non ho mai avuto remore. Se racconto le mie cose private nelle canzoni mi sta bene. Penso, invece, vada un po’ meno bene quando esagero a raccontarle al di fuori delle canzoni, ad esempio in televisione. Perché parlare di sé può andar bene con i propri amici, o con i propri ascoltatori, non in tv, davanti a tutti. E’ una cosa che invece ultimamente sto facendo troppo spesso, e quello sì, credo non vada bene. Perché io vivo in primo luogo la mia vita, e il mio lavoro arriva dopo. E’ più importante essere felici di se stessi più che del proprio disco.
Guardando la copertina di Manifesto abusivo, non ho potuto non chiedermi: cosa stavi urlando, e a chi?In realtà, giuro, stavo dicendo al fotografo che mi ero stancato di stare in posa. Perché da cinque ore ero davanti alla sua macchina fotografica a fare la bella statuina, e sinceramente le foto in posa non mi sono mai piaciute. Non ho poi nemmeno mille facce e mille espressioni da sfoderare. Ne ho sempre poche a disposizione, e sono sempre le stesse. In quel momento avevo già esaurito il mio campionario: perciò glielo stavo urlando. Il risultato è quella foto: l’unica che abbiamo scattato in modo spontaneo, quasi a tradimento, e infatti l’abbiamo messa in copertina. Però il titolo dell’album parla di manifesti abusivi, quindi di comunicazione. E guardando il cd sembra quasi che titolo e copertina siano una metafora dell’oggi: un mondo in cui un’informazione sempre più distratta e affollata non riesce più a comunicare la realtà. Per questo per farci sentire dobbiamo urlare, affiggere manifesti abusivi o - se si è artisti - comporre canzoni di protesta. E’ così? Questo è sicuramente uno dei due significati che si possono dare a quell’urlo. L’altro è legato alla tipologia stessa di questo mio ultimo lavoro: un disco che racconta l’ordinario in un modo affatto distaccato, anzi piuttosto rabbioso e partecipato. Un esempio su tutti è il brano che ho scritto su Bologna… Ecco, in quel caso l’urlo ci stava proprio bene. In Bologna racconti, infatti, del tuo amore/odio nei confronti di una città dove non sei nato, ma con la quale sembri identificarti molto. Bologna è anche da sempre considerata una città di artisti e per gli artisti. Cosa è cambiato? Si, artisticamente parlando, è una città particolare: si dice che ci sia addirittura una scuola bolognese, per motivare il numero di gente che da Bologna fa il mio lavoro. Ma è anche una città che ormai ti obbliga a suonare con la sordina. Ovviamente in questa considerazione si parte dalla metafora musicale per andare oltre. E Bologna, come molte altre città, sta diventando un ingorgo di limiti, di regole e di regolamenti che non sono più quelli condominiali, ma pervadono ormai l’intera vita cittadina. Poi, dall’altro lato della medaglia c’è sempre più un problema di educazione civica legato alla gente che ci vive. Perché da qualche anno vedo troppe persone parlare male della città e solo un minuto dopo pisciare addosso a un muro: anche questa, come molte altre a Bologna, è una contraddizione in termini che non mi piace affatto.
Da buon innamorato, però, dopo la scenata torni a dichiarare il tuo amore alla città…Non posso non farlo. Non posso non salvare Bologna, perché continuo a viverci, e ormai non lo faccio neanche più per motivi professionali: una volta avevo un’etichetta a Bologna, adesso potrei vivere dappertutto, e non cambierebbe niente. È perciò solo amore il motivo per cui ci rimango. In questo disco riproponi una nuova versione di Ferragosto, un brano scritto qualche anno fa con e per Sergio Cammariere. Come mai questa scelta? Ferragosto mi piace molto, è un pezzo della mia ultima produzione che ha per me un’importanza non indifferente. Lo reputavo centrale in un disco come questo: se scrivi un testo è lecito pensare che tu ti immedesimi un po’ in chi racconta. Così mi è venuto spontaneo cantarlo. A Sergio non ho neanche detto che l’avrei rifatto: l’ho chiamato a cose già avvenute. Potreste rincontrarvi ancora? Tra noi due c’è molta stima reciproca, e a volte una visione armonica pressoché medesima. Sergio è indipendente dal punto di vista musicale, ma non scrive testi. In questo senso sono al suo servizio. Perciò potremmo rincontrarci ancora, anche se non posso dirlo adesso. Manifesto abusivo sarà presto un tour? Il tour ufficiale partirà a febbraio. Per adesso ci sono una serie di date abusive, che farò a sorpresa, senza che nessuno sappia che sto per esibirmi in un locale: io quarantotto ore prima lo comunicherò su Facebook, poi andrò a fare un’oretta di spettacolo. Vai alla pagina di Samuele Bersani Vai alle altre Interviste
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Scritto da Simone Arminio
Lunedì 07 Dicembre 2009 08:00
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Intervista di Simone Arminio
Guardando la copertina di Manifesto abusivo, non ho potuto non chiedermi: cosa stavi urlando, e a chi?
Da buon innamorato, però, dopo la scenata torni a dichiarare il tuo amore alla città…