Intervista di Simone ArminioDa direttore artistico di un club di Bari a icona mondiale dell’acid jazz, il passaggio è meno lungo di quanto possa sembrare. A Nicola Conte sono bastati sette anni. Il giovane dj barese portavoce, nei primi anni Novanta, di un vero e proprio movimento artistico e culturale, il Fez, nel 2000 decide di autoprodursi il primo album, Jet sounds. Da allora ha collezionato cinque album di inediti e prodotto un fiume di remix e reworks che lo hanno reso celebre in tutto il mondo, apprezzato dal vivo a Milano, come a Londra o Tokio. Troppo per così poco, direte voi. Beh, il trucco c’è. Si tratta di un ingrediente segreto, un “modern sound” che lo rende unico e che oggi l’autore barese celebra in un doppio album dal titolo evocativo: The modern sound of Nicola Conte. Ma ecco come lo stesso Conte lo ha raccontato a PopOn. Per la prima volta un doppio album presenta insieme sia i lavori inediti che i reworks. Di cosa si tratta? In questo caso mi interessava non fare la solita raccolta di reworks, ma un album vero, con un senso compiuto, che permettesse di seguire il mio artistico degli ultimi anni e non avesse perciò discontinuità tra i brani originali inediti e gli standard jazz con cui alterno la mia produzione. The modern sound of Nicola Conte raccoglie perciò insieme alcuni reworks, registrati su richiesta o semplicemente perché ne avevo voglia, e molti inediti prodotti durante o subito dopo la lavorazione degli ultimi due album, Rituals e Other direction. Due dischi che hanno avuto sedute di registrazione molto lunghe, lasciando perciò in eredità molti brani inediti e molte idee non da sviluppare. In altre parole si tratta di una summa del “modern sound” che da sempre la contraddistingue. Vuole raccontarci come è nato? Ho sempre continuato la mia attività di dj parallelamente alla produzione musicale e all’attività live, producendo reworks digitali in cui a emergere è il mio lato più club, unito al jazz e all’utilizzo dell’elettronica. Queste due fasi artistiche sono andate avanti per molti anni separate, finché la mia maniera di mixare non è diventata un tutt’uno con il mio modo di fare musica, unendo la lavorazione digitale con quella analogica, fatta dal vivo o in studio insieme al gruppo e con gli strumenti veri. Il risultato è una lunghissima serie di reworks, iniziati dal 2000 e continuati ancora oggi, molti dei quali, quelli che ho creduto in qualche modo più indicativi del mio lavoro, sono per l’appunto raccolti in questo album. Lei non parla mai di cover o di remix, ma di rework: è qualcosa di concettualmente molto più complesso e identitario? È come inglobare un brano finito da un punto di vista estetico nelle mie corde personali. Molto spesso ciò avviene con una giusta dose di casualità. Spesso capita di trovarmi in studio con alcuni musicisti piuttosto che con altri, e ciò condiziona molto le influenze musicali che vengono messe in campo. Altre volte invece (come è stato per un lungo periodo in cui mi esibivo da dj di club e locali sperimentali) l’importante non è caricare un brano con le suggestioni del momento ma trasformarlo in qualcos’altro, fornendogli un groove inedito. In entrambi i casi si tratta di dare al brano un nuovo significato, e una resa più sofisticata, ottenuta ogni volta in modo diverso, attraverso una modifica degli accordi e degli stravolgimenti di armonia. Spesso, infatti, del vecchio brano resta soltanto la traccia vocale. Perciò si tratta di un vero e proprio re-work.
Ma come nasce un suo rework? La cosa più significativa in origine è ciò che io sento rispetto al brano: i primi reworks avvengono nella mia testa, poi vengono sperimentanti dal vivo, con l’uso di strumenti o attraverso la rielaborazione digitale. Ma si parte sempre da una “visione”: sentire il brano in testa e immaginarlo in una veste del tutto nuova. Dopodiché, spesso proseguiamo registrando in presa diretta, con tutti i musicisti insieme in sala e inventando i “solo” al momento. Il motivo è semplice: i reworks sono brani da studio, nati attraverso diversi segmenti di produzione, ma a me interessa sempre dotarli di un’anima, e quest’anima non può che uscire da una jam d’insieme. Tanto poi potrò sempre continuare a lavorarci in post-produzione, aggiungendo cose o ad esempio dotando il brano di un sound vintage, utilizzando campioni di altri dischi o campioni di altre batterie sovrapposte alla batteria suonata, delay e vari effetti sulle voce, e una serie di altre tecniche dub. Da qui il sottotitolo di questo doppio album “versions in jazz-dub”. È un lavoro molto lungo? Non sempre. A volte possono bastare poche ore in studio, poi un paio di giorni in studio. Altre volte invece volano settimane! Di solito l’idea più importante arriva subito. Poi si tratta di lavorarci attorno, per raggiungere l’idea finale, e questo tempo non può essere quantificato a priori. Quale delle sue due anime artistiche preferisce, quella legata ai brani inediti o quella dei reworks? La mia anima è entrambe le cose in maniera progressiva. In più non mi piace ripetermi: le cose cambiano nel tempo, e anche il mio stile. Così per me si tratta di avere, attraverso i reworks, la possibilità di sperimentare e maturare idee nuove che poi entreranno nei miei lavori inediti. Una sorta di passaggio obbligato prima dell’espressione più originale. Il suo ultimo brano di inediti, Rituals, ha segnato un importante momento di rottura nella sua carriera. Come lo vede ora, a distanza di un anno? Beh, è cambiato anche lui, perché continuo a suonarlo dal vivo, perciò a rifarlo ogni volta. Siamo pressoché sempre in tour, e tutte queste esibizioni live sono state un modo per continuare a lavorare sui brani di Rituals, suonandoli in maniera sempre diversa da quella che poteva essere la traccia di partenza. È d’altronde esattamente quello che avviene per i reworks, poiché la musica ha questa straordinaria capacità di evolversi mantenendo intatta la sua passionalità e la sua identità. In più c’è che Rituals è un disco molto sentito e sincero, in cui forse per la prima volta cercavo non tanto la percezione del pubblico o un risultato accattivante, ma un’espressione artistica personale. È anche un disco di “protesta” e per la prima volta il suo significato è passato per intero: io sono italiano ma uso l’inglese perché permette una trasmissione più diretta del pensiero artistico. Ciò ha determinato negli anni una mancanza di attenzione verso i miei testi in Italia, che invece non è avvenuta all’estero, dove l’identità “politica” di Rituals è stata percepita in modo completo. Per questo motivo sono molto legato a quel disco.
Ecco, parliamo di estero allora: lei appartiene a quella ristretta cerchia di musicisti italiani che viene apprezzata in tutto il mondo. Eppure, a differenza di molti suoi colleghi, la sua musica non è per nulla romantico-melodica, ovvero ‘tipicamente italiana’…È una vecchia questione che anche io, come tutti gli italiani appassionati di musica, mi ponevo prima ancora di intraprendere la mia carriera internazionale. Vede, è come se ci fossero due Italie. La più conosciuta all’estero è quella pop-melodica, che per svariati motivi colpisce di più l’immaginazione altrui. Io però capovolgerei la questione: i musicisti pop italiani hanno un pubblico pop nel mondo, ovvero legato all’artista non solo per l’italianità che rappresenta, ma per una similarità di gusti e per affinità musicali. Ovviamente con la musica è più facile, poiché parte della sua struttura è universale e apprezzabile in tutto il mondo: sarebbe difficile che un film dei Vanzina avesse all’estero lo stesso successo che ha in Italia. Ciò dipende, però, dalla maggiore propensione cosmopolita di un genere nei confronti di un’altro, piuttosto che dalla sua rappresentatività nazionalpopolare. Lei però compone in inglese, lingua cosmopolita per eccellenza. Crede che nella determinazione del suo successo all’estero ciò abbia contato molto? Credo che in generale la lingua conti solo fino a un certo punto. Molti italiani apprezzano la musica inglese per le sue caratteristiche musicali, pur non capendo il significato dei testi. Ciò avviene anche con l’italiano: se l’idea musicale è buona non ci vuole molto a farne un successo internazionale. Estate di Bruno Martino, è diventata uno standard del jazz internazionale dopo la rivisitazione che ne ha fatto João Gilberto. Ciò dimostra che non è una questione di lingua: quando la musica è accattivante lo è anche in italiano o in portoghese. Semmai possiamo dire che il modo di costruire le liriche in italiano è molto spesso pensato diversamente, in cui il testo o prevarica la musica oppure è di puro contorno. È per questo limite spesso la musica italiana non riesce a imporsi. Ma quando le due cose si fondono alla perfezione, la sua godibilità diventa universale. Da buon dj, lei è anche un collezionista di vinili. Una recente inchiesta dell’Indipendent ha affermato che le vendite musicali stanno risalendo grazie a due fattori: il download illegale - che come un ‘periodo di prova’ spesso anticipa l’acquisto di un disco - e il ritorno sul mercato dei vinili. Cosa pensa in merito? Io credo che il fatto principale su cui concentrare il dibattito sia che il mercato musicale vive oggi un periodo di grande confusione causato in parte dallo stesso mercato. Poiché da un lato il progresso tecnologico a livello di supporti musicali è stato spinto e usato solo a fini commerciali, dall’altro un periodo troppo lungo di pigrizia culturale nella popolazione ha fatto sì che l’industria abbia potuto fare mosse che si sono dimostrate sbagliate sul lungo termine, ma che hanno permesso di fare grossi guadagni nel brevissimo periodo. Prima fra tutte, per l’appunto, la riconversione repentina dei supporti musicali. Possiamo dire oggi che l’idea di passare dal vinile al cd sia stata tragica. Un’idea priva di qualsiasi intelligenza e lungimiranza, poiché nel breve periodo ha portato a un boom di ricavi, ma nel lungo periodo ha causato una disaffezione generale nei confronti del prodotto musicale. E la motivazione è facilmente intuibile: non si può paragonare la bellezza del disco a quella del cd. Nel primo caso si trattava di un manifesto artistico, parte integrante dell’opera. Nel secondo caso è un anonimo supporto, mentre il contenuto artistico diventa appannaggio della ‘sola’ musica. Ma allora, se l’oggetto è prettamente musicale e non più fisico, non si può pretendere che la gente sia disposta a pagare così tanto per ottenerlo! Tanto più se si può averlo diversamente, ad esempio in mp3, magari scaricandolo gratis illegalmente. Io non ho mai scaricato un brano in vita mia poiché credo sia una pratica che uccide la musica. Ma il danno culturale ormai è fatto. Per questo mi auguro che il ritorno al vinile sia il segno di una nuova rivoluzione culturale più che una chicca per amanti del vintage. Poiché se anche i giovani, quelli nati col cd e con l’mp3, cominciano a capire che la musica non è una cosa evanescente e non sta in un computer, ma la sua artisticità può esprimersi appieno solo attraverso un oggetto concreto, vivranno la musica in maniera differente, come arte e non più come bene di consumo sfrenato. Un ruolo importante in ciò spetta ai musicisti. È arrivato il momento che la musica esprima nuovamente determinati ideali e dia voce a nuove forme di pensiero, come avveniva in passato. Vai alla pagina di Nicola Conte Vai alle altre Interviste ![]()
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Scritto da Simone Arminio
Sabato 23 Gennaio 2010 10:46
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Intervista di Simone Arminio
Ma come nasce un suo rework?
Ecco, parliamo di estero allora: lei appartiene a quella ristretta cerchia di musicisti italiani che viene apprezzata in tutto il mondo. Eppure, a differenza di molti suoi colleghi, la sua musica non è per nulla romantico-melodica, ovvero ‘tipicamente italiana’…