Intervista di Simone ArminioEnrico Ruggeri arriva al Festival per la nona volta, ma nonostante ciò non ama ripetersi. La sua sfida, confessa a PopOn, è tornarci ogni volta con una novità. Quella di quest’anno è negli arrangiamenti, affidati a un intreccio di chitarre e violini. Eppure, almeno in qualcosa, Ruggeri dovrà ripetersi: nella serata dei duetti suonerà infatti con i Decibel, band con cui partecipò a Sanremo per la prima volta. Era il 1980… Ruggeri, il suo brano, “La notte delle fate”, parla di donne forti e determinate. Cosa lo ha ispirato? Il mio è un brano che nasce in primo luogo dall’esigenza di fare una canzone che non somigliasse alle cose che ho già fatto. Per questo motivo, questa volta sono partito da un tessuto ritmico inedito, soprattutto per Sanremo. Ho scelto una struttura sonora fatta principalmente di chitarre e archi: un abbinamento che non avevo mai usato così approfonditamente. Per quanto riguarda il testo, invece, beh: le donne cambiano e cambio io stesso. E ci sono migliaia di possibilità ancora inesplorate, così come ci sono tante canzoni sulle donne che non sono ancora mai state scritte: questa qui ho pensato di scriverla io. Il suo testo è del tutto fantasioso o si rifà a delle persone realmente esistenti? È un testo abbastanza fantasioso, in cui parlo di amore, ma anche di aspettative, di sogni e di rimpianti. Lo ha scritto pensando a Sanremo? No, ma quando è nato mi è subito sembrata la canzone più rappresentativa dell’album a cui stavo lavorando. Una cosa abbastanza importante. Lei è stato fra i primi a portare il rock a Sanremo, e vincere. Pensa che possa succedere ancora? E come spiega il vistoso ritorno al rock di questo ultimo festival? Certo, il rock può vincere ancora. E di rock, in effetti, quest’anno ne ho sentito molto qui al Festival. Vorrà dire che con le mie partecipazioni ho aperto una porta dalla quale sono passati molti altri: meglio così. Il motivo di questo ritorno, invece, è semplice: il rock è un linguaggio universale, che si può evolvere nel tempo senza per questo cambiare, e da quando fermò la guerra in Vietnam in avanti, di sicuro ha rappresentato e continua ad essere il linguaggio più efficace degli ultimi cinquant’anni. Lei ha scelto di duettare con il suo storico gruppo, i Decibel, con i quali ha scritto “Contessa”, la prima canzone con cui si presentò a Sanremo. Come mai questa scelta, e come vi siete re-incontrati? Sono passati trent’anni dal giorno in cui siamo venuti qui a Sanremo, da ragazzini. Perciò mi è sembrato carino ricordare questa data tornando su quel palco insieme a loro. Sarà un’eccezione, perché non credo che faremo molto altro insieme: loro sono ormai molto affermati nelle rispettive professioni: uno fa il vice-primario in ospedale, l’altro ha un’industria di panificazione. Per cui credo che rimarrà solo un episodio. Però scherzando abbiamo detto che magari torneremo qui tra altri trent’anni. Faremo come i buena vista social club! Dei tre, lei è stato l’unico a continuare la carriera di musicista. E se non fosse successo, che cosa avrebbe fatto? Di sicuro avrei vissuto nella musica. Magari facendo il giornalista, il fonico o qualcosa di attinente. Questa è la sua nona partecipazione al Festival: una scelta che ritorna ciclicamente nella sua carriera. È amore? Beh, erano anche otto anni che non ci venivo. Ma avevo questo album pronto, e subito dopo un tour così particolare. Avevo perciò l’esigenza e il desiderio di parlarne impiegando una sola settimana e non tre mesi… E quali saranno le particolarità del tour? Prima di tutto ci sarà una grande ruota tecnologica sul palco, con un sacco di canzoni. Poi verranno chiamati dei ragazzi dal pubblico, e verranno sorteggiate le canzoni che noi suoneremo. Quindi, in pratica, ogni sera faremo un concerto diverso. Il suo brano di sette anni fa, Primavera a Sarajevo, aveva una forte impostazione balcanica: credo che qualcosa sia rimasto impigliato anche in questo brano… Saranno gli archi. Ma la ritmica di La notte delle fate è molto british… la musica è fatta di tante cose, questo è il bello. Di certo, pero, quella balcanica resta una musica che amo: le passioni si aggiungono nel tempo, non si sottraggono. E il disco in uscita, come sarà? È un disco molto corpulento, e molto rockeggiante. C’è un incontro costante tra chitarre e archi, ed è in questo senso che la canzone del Festival è molto rappresentativa dell’album. Spera di vincere questo Sanremo? Di festival ne ho vinti due, altri invece non li ho vinti, ma non credo che ciò possa cambiare qualcosa. Di sicuro non cambierà niente nei miei piani: comunque vada la gara, lunedì uscirà il disco e subito dopo partirà la tournée. È quello che mi interessa. Vai alla pagina di Enrico Ruggeri Vai alle altre Interviste
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Scritto da Simone Arminio
Venerdì 19 Febbraio 2010 08:00
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Intervista di Simone Arminio