Intervista di Simone ArminioE dai, dai, dai! Tutti a pedalare, a denti stretti in salita e nelle orecchie la musica dei Têtes de Bois, che all’amore per le due ruote hanno deciso di dedicare un intero album: Goodbike. Il perché ce lo spiega Andrea Satta, voce e autore di questo stralunato combo dal nome francese: “La bici è leggera e popolare. Attraversa cento anni di storia italiana, e non è solo uno sport: sulla bici sono andati operai, postini, poliziotti, campioni…”. Noi di PopOn, incuriositi da tutta questa passione, abbiamo deciso di saperne qualcosa in più. E abbiamo finito per emozionarci. Goodbike è un disco d’amore per un mezzo di trasporto, che non nasconde anche una certa conoscenza della mitologia del ciclismo. Quando è nato questo amore? Beh come tutti gli amori che contano, affonda nell’infanzia. Si nutre molto di quella parte tenera che c’è nella vita di tutti noi, e poi cresce col tempo. Per questo, un amore così, non te lo spieghi mai fino in fondo. Come molti bambini ho vissuto interi pomeriggi assolati a girare in bici, nel giardino della casa che mio papà prendeva in affitto di fronte alla pineta: giravo come una giostra, per ore, prima con le rotelle, poi senza… E poi strade bianche, sprint, sfide e cadute. Quando sono diventato un po’ più grande ho cominciato ad andare a vedere la corsa passare in città. Oppure la vedevo in tv. Da adulto ho capito la profonda importanza della bici anche da altri punti di vista. Non è solo un giocattolo, ma ha i valori giusti per essere un mezzo di trasporto: popolare, ecologico, accessibile a tutti. E gli altri Têtes de Bois, cosa ne pensano? Tutti noi amiamo la bici. Forse non hanno tutti la mia stessa passione, però ad esempio a Carlo e Anna (il bassista e la sua compagna, che è anche manager del gruppo, ndr), piace moltissimo. Diciamo che siamo divisi a metà, fra quelli che vanno molto in bici, e quelli a cui piace molto l’idea della bici, pur non frequentando il ciclismo. Poi c’è Luca, il trombettista, lo dico per dovere di cronaca: lui è uno molto pigro, e non sopporta l’esercizio fisico in ogni sua forma, vedi, è proprio contrario. Così ci raggiunge sempre in macchina, in qualunque luogo andiamo. Ma nonostante questo ci vogliamo molto bene! (ride, ndr)
Ok per la passione. Ma com’è nata l’idea di scrivere e suonare un intero album sulla bicicletta?Tutto nasce da una storia particolare, quella di Alfonsina Strada, protagonista del primo brano dell’album, Alfonsina e la bici. Il suo personaggio ci ha stregato: una donna che, nei primi del Novecento, quando le altre donne ancora neanche votavano, lotta contro il direttore della Gazzetta dello Sport per partecipare al Giro d’Italia, ci riesce, arriva fuori tempo massimo per le troppe cadute ma continua a correre, e alla fine riesce a concludere la gara. È una bellissima storia di coraggio e autodeterminazione. Alfonsina faceva una cosa che le piaceva fare, e l’ha portata a termine. Quasi una favola. Così un giorno siamo andati a vedere la strada dov’era la sua bottega di biciclette, a Milano - città che per il ciclismo ha significato tanto - e la cosa ci ha emozionato e suggestionato tantissimo. Ci siamo resi conto che le pagine più belle del ciclismo sono le storie umane che si possono raccontare. Ci sono tante storie di bici che nessuno conosce, e che sono delle bellissime pagine di realtà anche se sembrano favole. Perché sono così belle che quasi si fa fatica a pensarle reali. Prima di Goodbike c’è stato Avanti pop, interamente dedicato al tema del lavoro e delle morti bianche. E prima ancora c’è stato un disco tutto dedicato a Leo Ferré. Dove nasce il desiderio di fare sempre dei concept album, in un mondo musicale che invece è sempre più dominato da un consumo veloce e distratto? Ma noi sappiamo lavorare solo così! Cerchiamo di parlare delle cose che conosciamo, e non ce la sentiamo di improvvisare. La politica popolare e del lavoro raccontata in Avanti Pop, ad esempio, è figlia degli ambienti che abbiamo frequentato a lungo, e dai quale proveniamo. E il mondo della canzone francese è un mondo che conosciamo bene. Nel quale possiamo muoverci bene. Così è stato anche con la bicicletta: l’abbiamo esplorata in lungo e in largo, perciò ne conosciamo i risvolti e i problemi. Come tutta la vicenda del doping, piaga dello sport professionistico e dilettantistico, sulla quale vogliamo essere in prima linea. Perciò solitamente lavoriamo su un tema, buttiamo giù cose, magari uno spettacolo, e alla fine esce il disco. Come è successo con Ferrè, con Avanti Pop e ora con questo: ci lavoravamo da alcuni anni, finché non ne abbiamo fatto un disco. Non siamo la band che si incontra con l'intento di registrare il nuovo album, e poi si incontra di nuovo per organizzare la tournée. Noi non siamo mai in vacanza dalla musica: viviamo per questo, e scappiamo tutte le volte che ci chiamano a suonare.
Sa spiegarsi come mai il mondo del ciclismo ha suggestionato, negli anni, così tanti artisti? Beh, la bici è trasparenza. La bici è leggera, ed è popolare. Attraversa cento anni di storia italiana, e non è solo uno sport: sulla bici sono andati operai, postini, poliziotti, campioni dell’immaginario… La bici, prima ancora del calcio, ha unito gli italiani in una passione che non appartenesse né al Nord né al Sud, e poi ha continuato a farlo con personaggi come Fausto Coppi o Marco Pantani. Il ciclismo è una grande festa popolare: la gente che va ad aspettare il passaggio della gara, ci va in tenda dal giorno prima, e si porta dietro il frigo, il vino, i panini! Io ho avuto la fortuna di seguire per due volte il Tour de France da cronista, e lì il vero spettacolo erano le migliaia di ragazzi accampati ad una curva sui Pirenei, col sacco a pelo e la tenda, ad aspettare il tour che magari sarebbe arrivato solo dopo due o tre giorni! Perciò il ciclismo è un fenomeno che va ben oltre l’evento sportivo in sé. E poi c’è un’altra cosa: quando sei lì e aspetti la gara, il primo che ciclista che ti passa davanti non è mai il campione, è sempre un comprimario. È un po’ come – per rapportarlo al calcio - vedere arrivare una riserva del Chievo e dedicargli mille applausi e incitamenti: tu immagina una riserva del Chievo che prende gli stessi applausi di un centravanti dell’Inter! Ciò accade perché un ciclista in salita è di per sé una cosa che non può non emozionare: vedere un uomo magrissimo, come una libellula di ghiaccio, salire dove nessuno riuscirebbe a farlo, ancora più stilizzato se paragonato alle decine di moto ed elicotteri che gli ruotano attorno per fare riprese e telecronaca. Anzi: è una situazione che paradossalmente lo rende ancora più umano, perché lo fa apparire più fragile e leggero: lui solo contro il mondo e la salita, e intorno a lui vigili, palette, rumori, macchine e moto! Una volta, seguendo il Tour, ho pensato "Ma sì, ce la posso fare" e ho deciso di farmi il Peyresourde in bicicletta anch’io. Erano le dieci di mattina, e verso la fine della salita ho visto due coppie di cicloamatori come me che, a poche centinaia di metri dal passo, in piena salita, si erano fermati a scrutare il fondo valle per cercare di scorgere il Tour. Eppure la corsa sarebbe arrivata da quelle parti solo alle tre del pomeriggio, e a quell’ora poteva benissimo non essere neanche partita! Ecco, questo è il fascino del ciclismo. Nel vostro disco c’è un omaggio a Yves Montand e uno a Gino Paoli, con due brani bellissimi - La bicicletta e Coppi - entrambi ispirati al ciclismo. Ma voglio fare l’attaccabrighe: perché loro e non Paolo Conte, che sulla bici ha scritto brani altrettanto straordinari? Nel nostro spettacolo dal vivo suoniamo anche Bartali di Paolo Conte. Anzi, credo che sia in assoluto la più bella canzone mai scritta sulla bici. Se non l’abbiamo incisa è solo per una questione di riguardo: è una canzone che ci piace così com’è, come la canta lui. Non ce la siamo sentita di farla nostra, e di riarrangiarla. Dal vivo è diverso: la eseguiamo un po’ macchiettistica, e ci giochiamo su. Una cosa del genere in un disco non potrebbe funzionare allo stesso modo, perciò l’abbiamo tenuta fuori. È una questione di rispetto. Miti del ciclismo a parte, in molti brani di questo album (penso a Noi siamo il traffico, Corrosivo acido o Dai) si parla soprattutto di gregari, di ciclisti della domenica e corridori amatoriali appesantiti dalla birra. È una sorta di omaggio al ‘lato b’ del ciclismo? Ma secondo me quello è il ‘lato a’! La bicicletta, anzi, è popolare proprio perché la gente continua ad andarci. E potrebbe ritornare un vero mezzo di trasporto come lo era una volta, allora sì che avrebbe mille altre storie emozionanti da raccontare. Ma ciò accadrà solo se si creeranno le condizioni perché la gente lo faccia. Negli anni ‘40 o ’50, la gente andava in bici perché non c’erano i soldi per acquistare una macchina. Oggi invece non si va più in bici sia perché ci sono molti più soldi, sia perché se ti muovi in bici in città rischi di farti mettere sotto. Ma nessuno vuole ammettere che la bici è la vera soluzione al traffico delle città, perché non occupa spazio, non consuma, è veloce e poi la parcheggi proprio sotto al luogo dove devi andare...
Torniamo al disco. Nel primo brano troviamo la voce di Militant A degli Assalti Frontali. Come nasce questa collaborazione?Quella con Luca è una vecchia amicizia e una grande stima reciproca. Ci siamo incontrati tante volte sui palchi a condividere le stesse tematiche e gli stessi percorsi, così finalmente ci siamo presi anche il tempo per cantare assieme. Lui è rimasto molto affascinato dalla storia di Alfonsina, e io pensavo che il rap iniziale del brano fosse fatto apposta per lui. Infatti si è divertito molto a cantarla. Adesso ci sarà un ‘Goodbike tour’? E se sì, sarà simile a "I Riciclisti", il vostro ultimo spettacolo sulla bici dal quale scaturisce questo disco? Il nuovo live parte da "I riciclisti" e si arricchisce di nuove cose e delle canzoni di Goodbike. Ci saranno i disegni di Sergio Staino, e degli ospiti che leggeranno alcuni passaggi e pensieri sulla bici. Poi ci sarà Licio Esposito, che disegnerà sulla sabbia muovendo dei ciclistici di piombo che abbiamo comprato in Francia, e la sua corsa immaginaria verrà proiettata alle spalle della band che suona. Abbiamo cominciato con delle presentazioni a Roma e Milano. Poi faremo delle cose durante il giro d’Italia, a Verona Brescia e in Trentino, quindi saremo a Firenze, in Maremma, in Salento e a Torino. A stretto giro i Têtes de Bois festeggeranno anche i vent’anni di attività. Cosa avete in mente? Una mezza idea c’è. C’è un nuovo lavoro su Ferré che ci stuzzica un po’. Però ancora non ci stiamo pensando. Ci stanno proponendo varie cose, ma… ne parleremo meglio tra un po’. Poi gli anniversari non ci fanno molto piacere. Io ad esempio li dimentico sempre. Dovremmo riuscire a vivere questo evento fuori dalla comune retorica per festeggiarlo davvero come si deve. Se ci riuscissimo potremmo fare qualcosa di carino. Aspetteremo Ah, se non succede, vorrà dire che ce ne siamo scordati! Vai alla pagina dei Têtes de Bois Vai alle altre Notizie Condividi
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Scritto da Simone Arminio
Venerdì 04 Giugno 2010 00:00
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Intervista di Simone Arminio
Ok per la passione. Ma com’è nata l’idea di scrivere e suonare un intero album sulla bicicletta?
Sa spiegarsi come mai il mondo del ciclismo ha suggestionato, negli anni, così tanti artisti?
Torniamo al disco. Nel primo brano troviamo la voce di Militant A degli Assalti Frontali. Come nasce questa collaborazione?