Almamegretta, creatività a confronto
Scritto da Giulia Zichella
Mercoledì 19 Maggio 2010 00:00
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Almamegretta su PopOn foto di Maria Teresa Colucci Intervista di Giulia Zichella

E’ uscito da qualche settimana Dubfellas volume II, nuovo progetto discografico degli Almamegretta, e un loro concerto all’Alpheus di Roma è la buona occasione per saperne di più. Così incontriamo Gennaro T e con lui parliamo di differenti creatività che si ritrovano a collaborare e a mischiarsi insieme, e di come il mondo del web abbia abbattuto le frontiere nazionali e dato una maggiore libertà artistica a chi fa questo “mestiere”. E ancora di quanto, con un po’ di critica, il nostro Paese sia incapace di esportare una musica differente da quella che dall’Italia ci si aspetta normalmente e di come la musica debba essere vista senza confini e barriere geografiche, semplicemente come punto d’incontro di realtà dissimili: mescolanza di mondi che, anche se geograficamente o temporalmente distanti all’apparenza, in realtà distanti non lo sono per niente.

Nella vostra storia musicale la forma-canzone è sempre andata di pari passo con la sperimentazione più pura, due strade che ora mi sembra abbiate diviso…come mai?
In effetti si, questo Dubfellas è un progetto dove la forma-canzone è messa un po’ da parte, a vantaggio di una ricerca maggiore, e quindi più libera, sul sound. La maggior parte dei pezzi sono comunque cantati, ma la voce viene utilizzata quasi come se fosse un altro strumento musicale più che con una funzione narrativa, come invece era successo nelle nostre esperienze musicali passate. Questo per creare ancora di più una particolare atmosfera… come lingua principale questa volta viene usato l’inglese, non più solo il napoletano che è, sì, presente, ma in minima parte.

Quest’ultimo lavoro vede la presenza di molte collaborazioni, da Julie Higgins a Neil Perch (Zion Train), all’amico Raiz. Quanto contano per un collettivo come voi gli apporti creativi dei colleghi?
Molto. Gli Almamegretta come dici tu sono ormai sempre più un collettivo e non una band nell’accezione più classica del termine. Le collaborazioni che abbiamo avuto durante la nostra carriera e di conseguenza il nostro modo di comporre, attraverso la mescolanza di creatività differenti, ci hanno sempre dato l’opportunità di pensare i nostri dischi da soli, in maniera autonoma, in tutte le fasi, dalla creazione alla promozione. Quindi per noi la dimensione del collettivo è sicuramente quella che ci rispecchia di più.

Almamegretta su PopOn foto di Maria Teresa Colucci Il disco è stato anticipato da un Ep di quattro brani scaricabili via Internet gratuitamente. Segno che credete nel web?
Il web è un’occasione per promuovere quello che fai. Internet è uno strumento finalmente senza frontiere e a noi le frontiere nazionali ci sono andate sempre molto strette. Mentre prima era molto più complicato far girare il tuo prodotto ad esempio all’estero, perché era legato a un supporto materiale “fisico” quale il disco, quindi lo dovevi fare arrivare, trovare la licenza, seguirne la distribuzione, e naturalmente tutto questo comportava dei costi molto alti, invece adesso puoi mettere dei pezzi on-line e chi vuole ascolta e se gli piacciono, se li scarica. Tutto diventa molto molto più semplice.

Forse questo discorso vale ancora di più, oltre che per le band già di successo, per chi si affaccia per la prima volta nel mondo musicale.
Certo, anzi credo che per chi inizia adesso, questa sia l’unica strada da intraprendere, anche perché per quel che riguarda i rapporti con le major, ad esempio, prima erano loro a finanziare il tuo progetto, quindi materialmente ti davano i soldi che tu non avevi, il che comportava un grande controllo da parte loro. La cosa positiva di oggi quindi è che se hai le idee chiare e hai tra le mani un prodotto che ritieni valido, puoi fare “da solo” e questo porta sicuramente a una maggiore libertà artistica, che non è poco.

In un’intervista rilasciata sempre a PopOn nel luglio scorso dicevate di voler suonare un po’ di più all’estero, vi chiedevate come mai siamo così bravi a importare musica e non ad esportarla…
E’ praticamente impossibile esportare la musica italiana, o almeno sembra quasi che si faccia in modo che non esca dall’Italia qualcosa di diverso dalle solite cose che ci si aspetta dal nostro Paese, vale a dire quelle legate alla melodia più classica. Questo, però, purtroppo fa in modo che si rimanga quasi in un “ghetto”, che è esattamente il contrario di come noi pensiamo e viviamo la musica, perché a noi piace, e molto, confrontarci con le altre realtà internazionali. Anche perché la nostra storia musicale parte proprio da lì, dall’ascolto di altre storie, di altri mondi, di altri dischi… sicuramente non italiani.

Almamegretta su PopOn foto di Maria Teresa Colucci Dubfellas volume II è stato pensato quindi con un respiro internazionale?
Si, noi pensiamo che questo ultimo progetto sia davvero il disco più adatto al mercato internazionale, anche se al momento ci preoccupiamo più che altro dell’Italia, soprattutto per quel che riguarda la distribuzione.

Sono passati diciassette anni dall’uscita del vostro primo album, quali sono gli elementi fondanti degli Almamegretta che c’erano allora e sono validi ancora oggi?
Ci sono ancora oggi delle cose che secondo me ci saranno sempre negli Almamegretta, soprattutto la visione della musica come punto d’incontro tra realtà che, anche se geograficamente o temporalmente distanti, in realtà non lo sono per nulla in merito alla loro essenza. Questa è una cosa su cui abbiamo sempre basato la nostra identità e credo che rimarrà intatta nel tempo.

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