Il Teatro degli Orrori, musica a sangue freddo
Scritto da Simone Arminio
Venerdì 03 Settembre 2010 12:26
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Il Teatro degli Orrori su PopOn Intervista di Simone Arminio

Si dirà subito che affidare l’incipit di un album a un lungo e fastidioso fischio è un’operazione da folli o da Teatro degli Orrori. Si dirà poi che operazioni di questo genere sono di solito appannaggio di certe band dall'impatto forte ma troppo spesso di nicchia. A giudicare dal favore di pubblico che la band di Capovilla e soci ha collezionato negli ultimi anni, e dal successo di vendite con cui è stato accolto A sangue freddo (l’album in questione), occorrerà rivedere entrambe le affermazioni. Per farlo, PopOn ha chiesto aiuto a Pierpaolo Capovilla, autore , frontman e 'inventore' di quella oscura alchimia tra rock e rappresentazione che ha dato vita al Teatro degli Orrori.

Capovilla, Il Teatro degli Orrori vede la luce nel 2005, e fin da subito si rivela un figlio ‘diverso’ all’interno del panorama nazionale. Viene spontaneo perciò chiedersi come nasce, e da quali culture si genera?
Come musicisti ci siamo sempre interfacciati con l'hardcore americano dei primi anni Novanta, e con la cosiddetta "Scuola di Chicago". Con gli One Dimensional Man (la band della quale Capovilla era cantante e bassista ndr) venivamo da lì, perciò come Teatro degli Orrori abbiamo cominciato con l'esplorare quel territorio musicale. Ma ovviamente quello è il punto di partenza e adesso, cinque anni dopo, guardiamo al futuro.

Si può perciò affermare che, dopo due album e cinque anni ininterrotti di concerti, Il Teatro degli Orrori abbia trovato oggi un'identità musicale propria e del tutto inedita?
Sì, credo che ormai ci siano grandi differenze con il tipo di musica dalla quale, per formazione, proveniamo. Il nostro suono è venuto fuori col tempo, lavorando e continuando a lavorare insieme per tutti questi anni. Poi va detto che anche le stesse canzoni, una volta scritte, crescono e cambiano per conto loro, diventando diverse persino da loro stesse. Vedi, le canzoni sono come i figli (ride, ndr): nascono, poi crescono, diventano grandi e vanno via da sole. Ed è anche grazie a queste piccole evoluzioni che oggi il Teatro degli Orrori ha un suo suono e una sua personalità forte.

In questa personalità ha il suo peso specifico quell'aspetto teatrale che richiamate fin nel nome, e che è molto presente nelle liriche e nella sua interpretazione. Può dirci come nasce un binomio così insolito?
Guarda (ride, ndr), il vice-presidente della 'Fondazione Carmelo Bene' mi ha confidato che Carmelo Bene avrebbe sempre voluto fare la rockstar nella vita! Davvero, lui voleva formare un gruppo rock, poi non essendoci riuscito si è dato al teatro. Perciò io credo che teatro e rock siano due fenomeni molto simili tra loro: dopo tutto un concerto non è che, esso stesso, una forma di rappresentazione. Noi cerchiamo il teatro nei nostri concerti, e io in particolar modo impiego sempre tutta la (poca) cultura che ho per cercare un’attorializzazione delle canzoni che canto. Per me un concerto deve essere una rappresentazione, e siccome noi non vogliamo fare le rockstar, ma vogliamo principalmente diffondere cultura, sul palco cerchiamo sempre uno spettacolo che sia diverso dal glam rock e dall'esibizione fine a se stessa. Per me il rock, e tutta la musica popolare in genere, la musica leggera, chiamiamola pure così non è un problema (ride, ndr), ha un ruolo eccezionale nella società. Perché contribuisce all'arricchimento, alla maturazione o se vuoi anche semplicemente al mutamento dell'immaginario collettivo, che è un concetto politico fondamentale della postmodernità.

Il Teatro degli Orrori su PopOn Crede perciò che anche la musica abbia un ruolo sociale in questo periodo politico così convulso?
Assolutamente sì. Noi musicisti possiamo e dobbiamo cambiare la società, possiamo contribuire ad un suo mutamento. La buona musica ha sempre avuto un ruolo non soltanto positivo, ma progressivo e progressista all'interno della società. Basti pensare a Bob Dylan. Io credo molto in questo fattore sociale, e credo che fare musica sia fare politica tout-court, anche se quando parlo di politica non parlo di militanza, ma di etica politica. E non la facciamo soltanto noi, sia ben chiaro, la fanno anche i Ramazzotti e le Pausini. Soltanto che la loro è di segno opposto.

Può spiegarci meglio cosa intende?
Vedi, sono convinto che la musica leggera italiana di oggi segua di passo l’edonismo berlusconiano degli ultimi anni, ma noi remiamo in direzione opposta e contraria a questo stato di cose. Per me la buona musica deve narrare e raccontare il paese, le sue contraddizioni e le sue terribili ingiustizie. La musica leggera italiana, invece, quasi tutta, ormai non racconta più nulla. È diventata del tutto autoreferenziale: si cerca insistentemente il ritornello piacevole, e questo è naturalmente ciò che viene proposto e per certi aspetti imposto dalle grandi case discografiche, le grandi "quattro sorelle". Ecco, in questo senso noi remiamo in direzione opposta: siamo un gruppo indipendente, e il successo che stiamo avendo sta dimostrando che qualcosa nella società sta cambiando, che c'è di nuovo voglia di contenuto, di poesia e di etica nella musica. La nostra speranza è che chi ascolta le nostre canzoni si ponga una domanda in più, una riflessione in più, mai una in meno. Io spero che chi fruisce la nostra musica e i miei testi possa sentirsi arricchito dall’ascolto. Tornando a Ramazzotti e Pausini (ma non ce l’ho con loro: potremmo fare mille nomi), ecco in quel caso si fa musica per non pensare, per far rilassare la mente dopo una dura giornata di lavoro. Tutto questo al Teatro degli Orrori non interessa: noi cerchiamo attenzione non distrazione. Come accadeva negli anni Settanta e primi anni Ottanta. Nei miei testi mi rifaccio spesso e volentieri alla meravigliosa tradizione del cantautorato italiano, quando i tormentoni martellanti erano De André, De Gregori, Dalla, Ivan Graziani, Bennato, Finardi, PFM, Banco del Mutuo Soccorso... tutti artisti che avevano qualcosa da dire!

Sta forse dicendo che, oltre che nell’hardcore americano, la linea genealogica del Teatro degli Orrori affonda le sue radici anche nel cantautorato italiano?
Sì, e vado orgoglioso di questa cosa. Credo seriamente che il Teatro degli Orrori si possa inserire nella tradizione del cantautorato italiano. L'unico paradosso, semmai, è come mettere insieme queste due anime musicali così diverse e intransigenti: l’hardcore americano e la tradizione cantautorale italiana.

il Teatro degli Orrori su PopOn Un anello di congiunzione potrebbe essere quel rock alternativo e indipendente che parte dagli Area e i CCCP per arrivare alle tante realtà odierne, compresa la vostra. Se accetta il paragone, allora possiamo dire che la scena rock alternativa italiana è ancora viva e vegeta.
La scena alternativa italiana oggi è viva e dimostra una vitalità eccezionale. Basti guardare al roster della nostra casa discografica (La Tempesta, ndr) per scoprire tutta una serie di cose interessantissime, e che tra l'altro incontrano sempre più il successo di vendite e di pubblico. Mi riferisco in primo luogo a Le Luci della Centrale Elettrica, Moltheni, i Tre allegri ragazzi morti e lo stesso Teatro degli Orrori. Il successo di tutto ciò, come dicevo prima, dimostra che qualcosa sta cambiando. Vedo grande vitalità nel rock indipendente italiano e ne sono felicissimo.

Una vitalità che a detta di molti fa il paio con una sorta di deriva pop che invece da anni domina il rock italiano mainstream. Come spiega questo fenomeno?
La spiegazione è sempre la stessa: anche il mondo musicale mainstream, come tutto il resto, risente del sistema politico, economico, sociale e culturale italiano degli ultimi vent’anni. La causa si chiama "edonismo berlusconiano" ed è uno spirito che invade tutti i campi, anche la musica. Per questo dobbiamo togliercelo dai piedi, spazzarlo via, buttarlo nel cesso e poi tirare la catena finché non va giù.

Questa rabbia trova spesso spazio nella vostra musica e nei suoi testi. D’altronde il nome del gruppo deriva dal Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud, una corrente tratrale nata per restituire alla rappresentazione una concezione passionale e convulsiva della realtà. Ma tutto questo come si traduce in musica?
La teoria artodiana è un magnifico paradosso. Dice che lo spettacolo deve essere più reale del reale e più vero del vero. Cioé, solo quando sono sul palcoscenico sono finalmente vivo, esisto davvero. Ed è quando me ne torno a casa a guardare la tv (che peraltro io, grazie al cielo, non ho più da almeno vent'anni), quando me ne vado in fabbrica a menar bulloni o in ufficio a far di conto, è in quei casi che non vivo e metto in scena una rappresentazione della realtà. Ecco, io mi auguro che il nostro pubblico, quando viene ai nostri concerti, sappia specchiarsi in questa rappresentazione che è “più vera del vero”, e che riesca perciò a portarsi a casa due ore di vita vissuta e non solo di divertimento. Qualcosa che scuota le coscienze e sia utile nella vita di una persona: è quello il nostro scopo di artisti.

Il Teatro degli Orrori su PopOn Una necessità simile stava alla base del progetto “Il Paese è reale” degli Afterhours, cui anche Il Teatro degli Orrori ha preso parte. Ci racconta come andò quell’esperienza?
A quel progetto abbiamo partecipato volentieri, e per due motivi. Il primo è perché Manuel (Manguel Agnelli, leader degli Afterhours, ndr) è un caro amico e un uomo ottimo, perciò se ci chiede qualcosa lui, noi ci pensiamo e rispondiamo con piacere. Il secondo motivo è che ci piaceva quest'idea che gli Afterhours avessero il coraggio di andare a Sanremo con qualcosa di totalmente diverso da quello che il Festival propone normalmente. Quella volta una platea di milioni di persone ha potuto finalmente ascoltare una bella canzone, e dico questo perché di belle canzoni a Sanremo, sia chiaro, non se ne sentono. Noi avevamo partecipato a quel progetto con un pezzo che si chiama Refusenik, e che parla di quei soldati israeliani che si rifiutano di combattere nei territori occupati, finendo in galera. Questo per dire che ci sono spiriti democratici e pacifisti anche in un paese perennemente in guerra e anche fra i soldati di un esercito.Ci sembrava un bel concetto da diffondere.

Un altro tema a voi caro è l'ambiente, lo dite anche chiaramente nei vostri concerti. Cosa consigliate di fare per sostenerlo?
Per prima cosa parlarne! Parlarne sempre, insistentemente, e riconoscere il problema una volta per tutte. Perché questo è un momento storico in cui sull'ambiente viene facile far finta di niente. Eppure quello ambientale è il problema dei problemi della civiltà umana. Produciamo troppo, consumiamo troppo, sprechiamo risorse e violentiamo il pianeta. La nostra canzone A sangue freddo, dedicata all'ambientalista Ken Saro Wiwa parla proprio di questo: ricordiamoci che nel delta del Niger, che è una regione grande più o meno tre volte il Piemonte, vivono 30 milioni di persone che non hanno acqua da bere che non sia sporca di petrolio, e che non vedono il cielo perché l’italiana ENI brucia illegalmente i suoi gas. Ora l'Eni siamo noi, e i suoi incredibili guadagni si basano sulla vita di 30 milioni di persone! Perché nessuno ne parla?

Cosa c'è nel futuro del Teatro degli Orrori?
Noi-non-ci-fermiamo-mai (scandisce, ndr). Quindi, tour permettendo, stiamo lavorando ai brani del nuovo disco, che vedrà la luce quanto prima. Va detto che non abbiamo contratti con nessuna major, e che perciò non dobbiamo rispettare alcuna tempistica contrattuale. Nessuno ci fiata sul collo, insomma, perciò faremo il disco con il tempo che ci vorrà. In più a ottobre, quando finirà il tour con il Teatro degli Orrori, cominceremo un tour con gli One Dimensional Man, la mia vecchia band. Anche quella sarà una bella esperienza.

Ne ha nostalgia?
No. (ride, ndr) Semplicemente ho una dannata voglia di riprendere un basso in mano!

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