Intervista di Giulia ZichellaTorna a Sanremo con il brano Il mio secondo tempo dopo sedici anni, questa volta spera senza febbre a 39° e con molta meno ansia da prestazione, e con un nuovo album di inediti: Terraferma. Max Pezzali, quarantatré anni, un figlio che è la sua certezza, un primo tempo dal bilancio straordinario e un secondo che comincia sotto i migliori auspici... Max, come stai? Bene, molto bene. Motivato. Sto affrontando quest’esperienza sanremese con l’incoscienza del neofita, anche se ci torno dopo sedici anni. Non ricordo quasi nulla dell’altra volta, perché avevo 39° di febbre, con punte di 40° nella serata finale, e perché ricordo una pressione devastante. Ho solo dei flash, ricordo ad esempio di essere salito sul palco con il computer che ha fatto partire un brano non mio e Pippo Baudo ha detto “il bello della diretta”. Mah, insomma, bello mica tanto… E oggi, come sarà tornarci? Oggi lo rivivo con un po’ più di rilassatezza, come se fosse una prima volta a quarantatre anni. Vedo tutto con un minimo di distacco in più e mi sto divertendo a notare tutte le cose relative alla liturgia sanremese. Mi diverte vedere come il Festival sia una realtà uguale a se stessa che cerca di evolversi e stare al passo con dei tempi, che sono complicatissimi sia per la televisione, metà dell’aspetto del Festival, che per la musica, l’altra metà. È come se si dovesse cercare la quadratura di un cerchio improbabile. Rispetto all’altra volta poi non c’è più quel senso di autocelebrazione, mi sembra di essere solamente all’interno di un gruppo di persone che si dicono “cerchiamo di lavorare bene”, c’è più l’idea di fare qualcosa insieme e anche noi che andiamo a cantare siamo considerati come parte dello spettacolo e non vittime sacrificali.
Utilizzando una metafora calcistica: porti a Sanremo il brano Il mio secondo tempo, com’è stato il primo? Ero andato là nel ‘95 dopo due album trionfali, Hanno ucciso l’uomo ragno e Nord Sud Ovest Est, che vendettero tantissimo, però ero fresco di separazione con Mauro Repetto e quindi era qualcosa di destabilizzante dal punto di vista discografico, perché cambiava tutto e c’erano molte questioni in ballo, tra le quali la più importante: “compreranno ancora i miei dischi?”. Ero all’alba di un album nuovo con una situazione nuova, con una grande pressione, perché quando sei in quella condizione hai gli occhi di tutti puntati addosso, e io ero in un momento in cui poteva finire tranquillamente la mia carriera. Invece andò diversamente, la carriera continuò, La donna, il sogno e il grande incubo andò benissimo e da lì ci furono molte novità, una situazione che mi permise di ripartire dopo la prima parte degli 883 e di arrivare fino a qui. Il bilancio del primo tempo? Straordinario, contro ogni pronostico: sedici anni di soddisfazioni, tanti palchi e tanti concerti. In che momento della tua vita artistica arriva questa seconda partecipazione al Festival? Oggi è un momento di riflessione: fare Sanremo oggi vuol dire affrontarlo senza un’ansia eccessiva da prestazione, perché onestamente credo che quello che dovevo fare l’ho fatto. Adesso si tratta di divertirsi, continuare a raccontare delle storie e riprendermi anche degli spazi, dei tempi miei. Il secondo tempo è anche quello: lasciare da parte tutte le cose che non servono e andare avanti solo con quelle essenziali, quelle che contano, con meno sovrastrutture. Sono in una situazione in cui mi diverto anche a dire le cose così come stanno, senza girarci troppo attorno. Mentre prima potevo avere un po’ di panico diplomatico adesso le cose si chiamano un po’ con il loro nome: è giusto essere sinceri senza raccontare delle versioni edulcorate della realtà. E’ cambiato così tanto il mondo musicale da quel 1995 ad oggi? E’ un mondo molto diverso quello di oggi. Io ho vissuto gli anni più belli della discografia italiana, quando si vendevano i dischi, i cantanti erano considerati veramente leggenda e la musica contava tanto, molto più della televisione. Noi, con il primo album, vendemmo 630mila copie senza andare in televisione fino al giugno del 1992, con il Festivalbar, in cui ci buttarono dentro all’ultimo per il successo che aveva avuto la canzone. Fino a quel momento nessuno sapeva che faccia avevamo. È qualcosa di inconcepibile oggi, in cui la televisione è tutto, è l’unica arma di sopravvivenza della musica.
Terraferma, il titolo del tuo nuovo album, è un porto dove sei arrivato o è qualcosa che vedi da lontano e verso cui stai andando?Io credo che la terraferma sia uno stato della mente, credo che l’essere padre mi abbia cambiato molto la prospettiva attraverso la quale osservo il mondo. Quando ti danno in braccio tuo figlio capisci che al centro di tutto passa lui, capisci che da adesso in poi lui dovrà fidarsi di te e tu non dovrai mai tradire la sua fiducia e dovrai cercare di metterlo nelle migliori condizioni per affrontare la navigazione quando sarà pronto a farlo. Devi dargli la barca migliore che ci possa essere, l’addestramento migliore. La terraferma serve più che altro per lui. Lui è la mia certezza e gli affetti che io gli posso garantire: sono il porto sicuro dal quale poi, quando lo riterrà giusto, potrà prendere il mare e fare il suo percorso di navigazione. Nel brano Quasi felice dici verso la fine che la nascita di un figlio ti mette davanti al fatto che non ci sono più scuse, “è il momento di esistere”. Sì, dico che non c’è più tempo per le proprie debolezze, le proprie depressioni, le ansie, devi mollare tutto, perché ora c’è lui e dipende da te. E la cosa meravigliosa è il suo modo di vedere la realtà, guardando le cose che ha vicino senza pensare troppo a ciò che è lontano. Il bambino analizza le cose che sono alla sua portata, le decodifica e le fa proprie. Ho capito che dovevo imparare questa cosa, ad essere più animale, meno riflessivo, la riflessione aiuta ma non deve tirarti a fondo, ed è mio figlio che mi insegna questa logica più elementare. Torniamo un po’ indietro: gli 883 sono stati grandi soprattutto nella capacità di intercettare un linguaggio che era quello dei giovani degli anni Novanta… Io credo che sia importante raccontare la realtà com’è, in un’epoca in cui la canzone italiana tendeva a raccontare il mondo in un modo molto statico. Quando ho cominciato a scrivere io non c’era nessuno che raccontava quello che vivevo come lo vivevo io, il mio universo non mi sembrava rappresentato. All’epoca avevo un contratto editoriale per scrivere le canzoni, il mio sogno era scrivere non cantare, poi però quello che scrivevo non lo voleva cantare nessuno. Quando mi presentavo con Hanno ucciso l’uomo ragno quelli mi guardavano con uno sguardo di pietà pensando: questo è deficiente. Mi sforzavo di scrivere le canzoni canoniche, secondo le regole, ma non riuscivo perché avevo bisogno di scrivere quello che vedevo fuori nel mondo, non riuscivo a raccontare niente di astratto, non potevo mettere su carta niente se non visualizzavo quello che volevo raccontare, e purtroppo quello che raccontavo non era abbastanza aulico o poetico.
In questo nuovo lavoro vedo, come allora, la tua capacità di scattare alcune istantanee di quelli che sono i trentacinquenni di oggi. Dal brano Credi, nell’accezione positiva, a A posto domattina in quella negativa.Nello stesso modo di allora, oggi cerco di raccontare quello che mi circonda, anche se non è da canzone. I tanti miei coetanei che si devastano il venerdì sera, avvocati che sono convinti di fare le rockstar a quell’età, magari già con dei figli a casa. Non posso far finta che non mi metta tristezza una cosa del genere. Quell’atteggiamento era anticonformista all’inizio degli anni Settanta, quando c’era la cultura borghese dominante che era bacchettona, puritana, bigotta… Cacchio allora sì: t’arrivava Jim Morrison o Keith Richards che facevano quella vita e aveva senso. Oggi è già tutto così e quella vita la fanno i tuoi governanti, i deputati… Le donne nelle tue canzoni hanno sempre avuto un ruolo centrale, quasi figure mitologiche. In Terraferma invece hai uno sguardo molto più critico nell’osservarle. Sono diventato critico nei confronti delle donne che non sanno valorizzare se stesse e seguono un mito sbagliato inventato dagli uomini. Se per te diventa importante un certo aspetto, un certo modo di apparire, se sacrifichi la tua bellezza vera sull’altare di quella di plastica, simile a un milione di altre, è perché non riesci a renderti conto che quello è un mito di bellezza che tu credi che tutti gli uomini abbiano. In realtà non ce l’hanno tutti: ce l’hanno solo quella percentuale di uomini che hanno il mito non solo della bellezza di plastica, ma soprattutto della vita di plastica. Io ho sempre così tanto idolatrato le donne, nella loro grandezza, che è giusto secondo me stimolarle nel mio piccolo a non seguire miti sbagliati prima che sia troppo tardi, prima che quello diventi l’unico modo di essere possibile. Vai alla pagina di Max Pezzali Vai alle altre Interviste Condividi
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Scritto da Giulia Zichella
Martedì 15 Febbraio 2011 11:30
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Intervista di Giulia Zichella
Utilizzando una metafora calcistica: porti a Sanremo il brano Il mio secondo tempo, com’è stato il primo?
Terraferma, il titolo del tuo nuovo album, è un porto dove sei arrivato o è qualcosa che vedi da lontano e verso cui stai andando?
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