Vecchioni: 'Canto la speranza dei giovani'
Scritto da Simone Arminio
Venerdì 18 Febbraio 2011 10:00
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Roberto Vecchioni su PopOn Intervista di Simone Arminio

Roberto Vecchioni torna a Sanremo dopo quasi quarant'anni con Chiamami ancora amore, per cantare un presente ottimista nonostante i mali del nostro tempo. Da allora, ammette, è cambiato quasi tutto, ma non la voglia di reagire. Perciò niente paura a riportare la sostanza nel mondo delle canzonette, perché "anche i contenuti, se condivisibili, sono popolari". Abbiamo incontrato Vecchioni a margine della serata storica di ieri, quando si è tolto lo sfizio di interpretare 'O surdato 'nnammurato: "Una canzone che amo".

Roberto Vecchioni, a dispetto del nome Chiamami ancora amore rivendica soprattutto un ritorno dei contenuti al Festival. Quando li avevamo persi per strada?
Io credo che si sia sempre avuta paura di portare a Sanremo una cosa che non fosse amore e basta, l'amore tra un uomo e una donna: anche perché per tradizione Sanremo è proprio la canzonetta d'amore. E invece no, c'è modo e modo di portare contenuti. Si può farlo in maniera intellettuale, esagerata, filosofica e non va bene. Oppure si può tradurre i contenuti in maniera popolare, con due, tre metafore, e dire cose che tutti sentono. Direi che Sanremo è il luogo adatto per farlo, e prima o poi arriveranno anche altri a dire queste cose. Me lo auguro.

Si ha la sensazione che il suo brano nasca già storico. Per questo è interessante sapere: qual è stata la sua genesi?
Ci sono certe cose nell'ispirazione che sono inspiegabili. A volte ci metti un mese o due a fare una canzone, altre volte invece bastano una o due ore, come in questa qui. In cui l'ispirazione è arrivata subito e sapevo già cosa dovevo scrivere, avevo in mente quella successione di motivi per i quali non dobbiamo abbaterci mai. Io non uso la parola popolare, mi sembra di offendere la vera canzone popolare italiana, però mi sembra una canzone naturale e per tutti, ecco, quindi andava bene.

Roberto Vecchioni su PopOn Lei manca dall'Ariston dal 1973. Quante cose sono cambiate da allora?
Mamma mia, è cambiato tutto! E' cambiata la politica, la società, il mondo, le speranze. In quegli anni i giovani avevano speranze infinite, poi purtroppo c'è stato il dramma della lotta armata, ci sono stati gli anni di piombo, anni orribili. Sono cambiate tante cose ma ora i giovani si stanno svegliando, stanno combattendo per la cultura. Io sto con loro.

Il suo brano descrive la voglia di reagire dei giovani di oggi. Ma pensa possa ancora esserci un nuovo '68?
Beh, come il '68 no, però ci sono oggi movimenti straordinari. Per esempio il movimento femminile, così trasversale, e soprattutto un movimento di studenti che sanno quello che vogliono e finalmente lo dicono: tutto questo mi fa ben sperare.

Crede che la musica possa aiutarli?
La musica deve aiutare. Poi però la musica ha anche tante altre funzioni. E' giusto che ci sia anche una musica che si ascolta e basta, vedi, io non sono bacchettone: va bene che ci sia la musica che i ragazzi ballano dalla mattina alla sera. Ed giusto che ci siano anche delle canzoni che dicono delle cose.

Perché ha scelto 'O surdato 'nnamurato per la serata storica?
E' una delle canzoni napoletane che amo di più, e credo sia consona alla Storia d'Italia: c'è di mezzo la prima grande guerra a cui hanno partecipato tutti gli italiani. Poi è napoletana come me, almeno in parte, perché sono figlio di napoletani. Mi è piaciuto cantarla alla maniera giusta, tipo Magnani, perché è triste e non allegra: quel grido presente all'interno è un grido di dolore. Spero sia venuta bene. Ma in fin dei conti il mio è soltanto un omaggio al paese che amo.

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