Wow, i Verdena
Scritto da Simone Arminio
Martedì 01 Marzo 2011 00:00
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Verdena su PopOn Intervista di Simone Arminio

Dai camerini nei quali ci hanno accolti qualche ora prima di suonare, i Verdena ammettono che lo stupore generale legato all'uscita di Wow ha colpito anche loro. Anche perché "fino a un anno fa non era ancora chiaro cosa fosse questo disco". Finché, una volta uscito, Wow ha catapultato la band bergamasca nel mare magno dei grandi numeri. Impauriti? "Un po", scherza Alberto Ferrari, voce e autore di tutti e ventisette i brani. Che, assicura Roberta Sammarelli, la bassista, "sono comunque una scrematura". Frutto di tre anni passati a registrare, cercando le scuse migliori per aggirare la fretta dei discografici...

Wow ha tutta l'aria di essere un disco molto elaborato. Qual è stata la sua genesi?
Alberto: Circa tre anni fa è nato Razzi, Arpia, Inferno e fiamme, il primo brano scritto per questo disco. In quell'occasione ho usato per la prima volta i cori, messi su per scherzare, da solo, in sala prove. Riascoltandoli ho pensato "però, che figata i cori..." e per un po' ho puntato su quelli. Era come un mondo nuovo, e io ero contentissimo di esserci entrato. Poi sono andato al piano, e lì ho fatto il resto delle canzoni.

Tu però sei un chitarrista, e infatti la prima cosa che colpisce di questo disco è l'impressione che vi siate divertiti a uscire dai vostri canoni. Era voglia di cambiare?
Alberto: E' nato tutto per caso, come per l'uso dei sintetizzatori, che di solito usavamo soltanto per abbellire e che in Wow abbiamo spesso usato per far nascere i pezzi. Chissà, forse dopo Requiem avevamo bisogno di un cambiamento. Di sicuro avevamo sfruttato qualsiasi aspetto del precedente genere.

C'è poi la scelta di rifarsi agli anni '70, persino nella grafica. Anche questa è casuale?
Alberto: Di certo non pensavamo di fare qualcosa di vintage a livello musicale. Mentre componi non pensi mai a fare un suono vintage, anche se poi effettivamente il risultato lo è. Probabilmente è la musica che ascoltiamo a farci vintage, visto che i nostri ascolti sono praticamente tutti anni Sessanta e Settanta.

Verdena su PopOn Wow è il disco che più di tutti vi avvicina a un pubblico generalista. La cosa vi fa paura?
Roberta: Un po' sì... speriamo non ci succeda niente! (ride, ndr) In realtà secondo noi è solo un attimo di clamore, legato all'uscita del disco, che andrà a scemare entro un mese o due. Ciò per quanto Wow possa essere effettivamente più aperto ad ascolti diversi e arrivare ad orecchie che fino ad oggi non erano interessate alla nostra musica. Di sicuro Requiem era più difficile da ascoltare per gente più matura e non abituata a generi per così dire, rumorosi, e pensiamo ai nostri genitori e loro coetanei. Ma se per la prima volta in dieci anni riusciamo a infilarci laddove non riuscivamo prima, anche se per poco, lo facciamo ben volentieri. E' pur sempre un modo per far ascoltare la nostra musica a qualcuno che non l'avrebbe mai ascoltata.

Nonostante sia così eterogeneo, il disco lascia intuire una linea unitaria. Sapreste suggerirla?
Alberto: Potrebbe essere proprio la stranezza, perché, alla fine, tra i pezzi che avevamo, abbiamo scelto proprio quelli più strani. Oppure forse la linea comune a tutti i brani è la melodia, che negli altri album era meno presente.

C'è anche una strofa del brano Mi coltivo, in cui il termine Wow diventa addirittura un complimento riferito a una persona. Il titolo viene da lì?
Roberta: Di sicuro sei il primo che lo ha notato... (ride, ndr)
Alberto: Più che altro ci piaceva che il titolo del nuovo disco fosse un palindromo e che fosse molto corto.
Roberta: Arrivavamo da un titolo impegnativo come Requiem: volevamo qualcosa che ci allontanasse da quell'immagine.
Alberto: In più Wow, se ci pensi, è il contrario di Requiem ma è come girare una stessa medaglia. Così come il disco, che seppure diversissimo è molto legato al precedente, poiché fa parte del nostro secondo cammino del gruppo, che secondo noi inizia proprio con Requiem.

Riguardo a Wow ciò che spicca è soprattutto un paragone, mastodontico, con i Beatles e con il White Album. Che guarda caso è un doppio album.
Alberto: Io invece ci vedo molto più i Beach Boys. Il suono "Beatles" è una cosa che io ho sempre sentito, anche nei nostri altri dischi, non mi sembra una novità. Forse semplicemente con l'uso massiccio di piano e chitarre acustiche in Wow i Beatles sono usciti fuori in maniera più chiara.

Verdena su PopOn Foto di Mara Pitari Vi accusano spesso di essere pigri. Il problema è che appare inconcepibile oggi prendersi tre anni per fare un disco. Come avete fatto a farla franca per tutto questo tempo?
Alberto: In realtà dopo un anno e mezzo sono arrivati i discografici in sala prove a metterci fretta. Poi hanno sentito il materiale e si sono convinti ad aspettare. Probabilmente erano un po' spaventati dai nuovi brani, avranno pensato: lasciamogli altro tempo, che qui fa tutto schifo (ride, ndr).
Roberta: Quando sono ritornati la seconda volta, a sentire loro il disco era pronto. Hanno preso a chiederci di consegnarlo, e noi abbiamo cominciato a trovare piccole scuse per rimandare l'uscita di mese in mese... Alla fine si sono rassegnati, e hanno aspettato un altro anno e mezzo! Anche perché registrando noi stessi c'era ben poco da fare. Sugli altri gruppi di solito la casa discografica va dal produttore del disco e dice: non me ne frega niente, io tra un mese voglio il disco. Ma questo è un discorso che non possono fare con noi, che siamo musicisti e produttori di noi stessi.

In questa temporalità sospesa, nel chiuso della vostra sala, chissà come sarà uscito fuori il termine Facebook, citato in apertura del secondo cd...
Alberto: E' stato proprio quel termine a ispirare tutto il pezzo. Dicevo proprio così anche in inglese, così quando sono andato a scrivere il testo definitivo non sono più riuscito a toglierlo.

Quindi i brani sono nati prima in inglese?
Alberto: In realtà si tratta di un inglese abbozzato che uso per provare la metrica. Poi ho pensato, già che c'è, e che è una roba di computer dove tutti vanno a suonare (guarda Roberta e ride, ndr), allora perché non dire proprio "suoni su facebook".
Roberta: Spieghiamoci. Alberto non usa molto internet, così quando ha sentito parlare per la prima volta di Facebook ha chiesto a noi cosa fosse. Noi per spiegarglielo gli abbiamo detto che si trattava di qualcosa di simile a Myspace. E siccome su Myspace le persone pubblicano le loro canzoni, Alberto si è convinto che anche Facebook fosse un sito dove la gente vada per suonare.
Alberto: Beh, il testo è risultato coerente lo stesso. Perché il mio testo parla di questo "kit autorico", ovvero una serie di strumenti che la gente usa per pavoneggiarsi. E quando ho visto per la prima volta un profilo Facebook, la prima cosa che ho notato è proprio la serie di autoscatti improbabili che la gente pubblica in continuazione. Ma sia chiaro: il mio non è un pezzo contro o a favore dei social network. E' soltanto un flash: l'immagine di un tipo che sta davanti a un computer così (fa un'espressione improbabile, ndr), magari a notte fonda, a coltivare il proprio ego su internet.

Verdena su PopOn Foto di Mara Pitari In tema di tecnologie: il 2010 ha visto la musica suonata con l'iPad. In Wow, invece, le novità principali riguardano nacchere e kazoo. Giocate a fare gli anacronistici?
Alberto: Ma no, semplicemente erano quelli gli strumenti che ho trovato in giro. Se ci fosse stato un iPad probabilmente lo avrei usato. Io non dico di no a niente, e non è colpa mia se in sala prove abbiamo solo strumentini stupidi! (ride, ndr)

In Wow c'è anche la vostra prima collaborazione, quella con Roberto Longaretti nel testo di Razzi, arpia, inferno e fiamme. Come mai tanta ritrosia nei confronti dei featuring?
Alberto: Noi li faremmo pure i featuring importanti, ma con chi? A Bergamo ci sono solo i Pooh, che però non ci calcolano.
Roberta: Confermo, i Pooh non li frequentiamo.
Alberto: Siamo un po' isolati: magari se abitassimo davanti casa di Francesco Sàrcina avremmo potuto collaborare con lui. Perché le collaborazioni nascono così: ti frequenti e capita che viene voglia di fare qualcosa insieme.

Vi fa onore: in genere le collaborazioni arrivano d'ufficio, col tramite della casa discografica...
Alberto: Per la prima volta con questo disco ci hanno provato anche con noi. Poi però ho preferito scrivere un testo insieme ad un amico.
Roberta: Il problema è che se chiedi la collaborazione a un artista famoso e poi quello che scrive non ti piace, come fai a dirglielo? Un conto è farlo con un amico: si prova, e se il risultato non è buono, lo si scarta e non succede nulla.
Alberto: Come principio credo che non avrebbe funzionato. Perlomeno per i testi, perché a me piace cantare quello che scrivo, non ho mai cantato niente di altri.

Non male, visti i risultati. Ma il vostro Wow lo immaginavate esattamente così?
Alberto: No, anzi. Fino a un annetto fa non era ancora ben chiaro cosa fosse. Poi lo è stato di colpo. Abbiamo registrato Razzi arpia inferno e fiamme e il resto è venuto da sé.
Roberta: Non avevamo neanche idea che fosse un doppio: la nostra idea era quella di registrare il più possibile e poi fare una selezione. Ma ci piaceva tutto, e alla fine abbiamo deciso che il disco andava preso così o niente. Così è nato Wow.

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