Intervista di Simone ArminioDopo tanto girovagare, Patrizia Laquidara ha sentito l'esigenza di tornare alle storie di casa sua con un disco, Il canto dell'anguana, interamente cantato in veneto. Un'impresa apparentemente non facile per una come lei, siciliana d'origine, veneta di formazione e mediterranea per indole. Perlomeno fino alla scoperta dell'anguana: una mitologica sirena della tradizione vicentina che ama cantare e come per magia si ritrova, con nomi diversi, nelle leggende di tutto il mondo. Patrizia Laquidara ha raccontato a PopOn i particolari della sua scoperta... Patrizia, come riuscirà a convincere l'anguana, un personaggio mai uscito dal vicentino, a seguirla in tour in giro per il mondo? L'anguana, come figura mitologica appartiene in effetti esclusivamente all'alto vicentino, un territorio largo appena dieci chilometri. Eppure abbiamo trovato figure simili in tante altre culture del mondo. Per esempio in Spagna, o in Sudamerica, dove l'anguana è molto frequente nelle leggende popolari. Il nostro anguana è un essere metà donna e metà animale, la cui metà superiore del corpo ha sembianze umane mentre l'altra metà può assumere sembianze di draghessa, serpente, etcetera. In qualche modo ricorda la sirena, e come lei ha la caratteristica di amare il canto e poter essere benevola come una fata o malefica come una strega. Perché ha pensato che potesse rappresentare il suo nuovo disco? Ho scelto la figura dell'anguana insieme a Ennio Sartori, che ha scritto tutti i testi dell'anguana rielaborandoli poi insieme a me. L'abbiamo scelta perché, sebbene faccia parte della tradizione, è una figura molto vicina alla realtà contemporanea. Tutte le leggende dell'anguana parlano infatti di questa donna che ha una bellissima voce e si ritrova di notte a cantare insieme alle proprie compagne. In tutte le leggende che ne parlano c'è però sempre un uomo che vuole sposarla. Lei acconsente, ma c'è un tabù: almeno una volta al mese l'anguana dovrà poter uscire con le proprie compagne senza che il marito la segua. Capita poi puntualmente che l'uomo la segue, scoprendone le sembianze animalesche e causandone la scomparsa. Ci sembrava una storia molto attuale perché insegna ad avere rispetto per l'intimità altrui, e a non appropriarsi mai completamente di un'altra persona così come di una lingua o di un territorio, in un momento storico in cui si ha invece la tendenza ad essere egocentrici e non rispettare l'altro. ![]() La sua carriera artistica parte dalla worldmusic per poi approdare, con questo disco, al dialetto di una zona molto circoscritta. Cosa l'ha spinta a fare questa scelta? Ho sempre cantato musiche e terre molto lontane da me, faccio musica etnica di molte parti del mondo (ma soprattutto del Mediterraneo) ormai da più di dieci anni. Per questo aveva senso, in questo momento, fermarmi a parlare di una lingua e di un posto che invece conosco bene. Dall'altro lato Il canto dell'anguana è un album che parte dal un microcosmo così piccolo per parlare a tutto il mondo, perché innesta un dialetto specifico su una musica che invece proviene da tante parti del mondo. C'è un dato storico che conferma quanto ci dice: i veneti sono gli italiani che, più di tutti e in buona compagnia dei meridionali, sono emigrati nel mondo. Pensa che il suo disco possa rappresentare anche questo aspetto sociale? Credo proprio di sì, anche perché i veneti di oggi troppo spesso dimenticano il proprio passato. Per me, invece, era importante soprattutto rendere chiara una cosa: un'identità o un dialetto non sono mai elementi immobili e fissi, ma il risultato di un miscuglio. E' quello che abbiamo cercato di rappresentare anche con la musica di questo album, in cui si mischiano e si confrontano la taranta, l'habanera, le fanfare balcaniche e la canzone tradizionale veneta. Era però importante che tutto ciò fosse legato da uno stesso dialetto, una stessa voce e gli stessi strumenti. Poiché solo mescolando ingredienti differenti possono nascere cose nuove e l'immobilità, invece, equivale alla morte.
I brani de Il canto dell'anguana si tuffano nella tradizione e vi si mescolano così tanto da arrivare a sembrare a tutti gli effetti melodie storiche. Un'operazione molto difficile per chi fa musica popolare. Lei come c'è riuscita?Alfonso Santimone ed io (autore delle musiche e degli arrangiamenti, ndr) siamo partiti per prima cosa dalla melodia. Volevamo melodie dove io potessi usare una voce che andasse e l'etereo fino alla potenza dei cori bulgari. Così ci siamo messi al pianoforte: io cantavo delle melodie e lui mi seguiva, cercando soluzioni che fossero facili e forti allo stesso tempo. Lei suona molto in giro per il mondo. Come pensa che sarà l'impatto del pubblico con un dialetto così sconosciuto e incomprensibile anche a molti italiani? Mi sono sempre riproposta di andare all'estero e cantare comunque i miei brani in italiano. La risposta, in Marocco, Portogallo, Brasile, ma anche in Giappone e in America, è sempre stata ottima, anche se il significato non passa perché l'italiano è una lingua poco conosciuta. In quei casi a supplire al contenuto sono l'autenticità di una lingua e il suo suono. Perciò non ho nessun timore a viaggiare con un disco scritto in vicentino. Credo anzi che avrò meno problemi all'estero che non in Italia. Tra i suoi due dialetti, il siciliano di nascita e il veneto d'adozione, alla fine ha scelto il secondo. Come motiva questa scelta? Intanto ho appena scritto un ritornello in siciliano per il disco di Davide Van de Sfroos! Poi volevo ci fosse anche un'anima siciliana nel disco, e infatti fra i musicisti ci sono anche Puccio Castrogiovanni e Alfio Antico, siciliani entrambi. Avrei potuto cantare in siciliano, è vero, ma poi ho pensato che in fondo si sa pochissimo della musica veneta e non si pensa quasi che in Veneto ci siano musicisti e canzoni popolari, così come non si pensa a un repertorio di musica popolare veneta. Perciò dei due ho scelto il dialetto che non si porta quasi mai in giro per l'Italia, mentre invece il sicilano, così come il pugliese e il napoletano ormai si sentono sempre più spesso in musica. In più volevo parlare del posto dove vivo tutti i giorni e volevo che fosse una cosa molto vera. Infine era anche voglia di riscatto nei confronti della mia seconda anima: non mi sono mai sentita del tutto veneta e mai del tutto siciliana, però di sicuro mi sono sempre sentita poco veneta. Così ho deciso di fare un omaggio alla terra che mi ha adottata quando ero molto piccola. Vai alla pagina di Patrizia Laquidara Vai alle altre Interviste Condividi
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Scritto da Simone Arminio
Martedì 22 Marzo 2011 00:00
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Intervista di Simone Arminio
I brani de Il canto dell'anguana si tuffano nella tradizione e vi si mescolano così tanto da arrivare a sembrare a tutti gli effetti melodie storiche. Un'operazione molto difficile per chi fa musica popolare. Lei come c'è riuscita?