Con Niccolò Agliardi 'ai piedi dell'arcobaleno'
Scritto da Roberto Paviglianiti
Martedì 19 Aprile 2011 00:00
Stampa E-mail
Niccolò Agliardi su PopOn Intervista di Roberto Paviglianiti

Niccolò Agliardi è un artista intelligente, che potremmo semplicemente definire cantautore, se non fosse per le molteplici esperienze – radio, letteratura, teatro – che ne hanno finora segnato il cammino. Non vale tutto è il suo nuovo album, il terzo per gli almanacchi, che racchiude canzoni che hanno voglia di esprimere concetti schietti, vitali, fortemente autentici. Niccolò Agliardi è un artista intelligente, che sa comunicare i propri sentimenti.

Il tuo modo di essere cantautore quanto è influenzato dalle altre esperienze nelle quali sei coinvolto, come la radio, la scrittura e il teatro?
Fa tutto parte di un centro focale che è la parola. La parola è meravigliosa e la nostra lingua lo è ancora di più, perché permette tantissime e variopinte sfumature. Io gioco intorno a questa e mi ci avvicino in tutti i modi con i quali riesco a maneggiarla. In alcuni riesco bene, in alcuni meno bene, però è un’esperienza che si fonde l’una con l’altra; è una grande esperienza fatta di tante esperienze, che a fotografarle tutte insieme danno un’immagine nitida e credibile.

Non vale tutto è il tuo primo lavoro dove si riscontra una maggiore personalità lontana dalle prime fonti d’ispirazione. Sei dello stesso parere?
Ho semplicemente tre anni in più dall’ultimo disco (Da casa a casa, ndr) e sei dal primo (1009 giorni, ndr). Credo che sia una questione fisiologica e di esperienza; anche le penne si possono addestrare.

Il titolo del disco racchiude un significato che lega i brani in scaletta?
Il titolo racchiude un’idea e forse anche un’ideologia, e sicuramente un ideale, che è quello di non dare a tutto lo stesso valore. Ci sono persone che meritano tempo, attenzione, sorrisi, ce ne sono altre che per mille ragioni non lo meritano. Ci sono sentimenti che meritano di essere messi sotto un occhio di bue, ce ne sono altri che non lo meritano. Ci sono cose da acquistare che meritano di essere acquistate, altre di essere lasciate sul banco. In questo senso, credo di sì, tutte le canzoni che ho scritto hanno un minimo comune denominatore, sono state scelte perchè avevano un valore, altre sono state scartate perché non lo avevano.

Niccolò Agliardi su PopOn L’amore e i sentimenti sono al centro delle tematiche trattate. Quanto è difficile essere originali percorrendo territori espressivi così tanto battuti?
Non so se essere originali sia, per forza, una qualità. Io non cerco l’originalità, cerco la schiettezza e l’autenticità. Per fare questo ho bisogno di vivere sensazioni autentiche e oneste. Nel momento in cui riesco prima di tutto a viverle e in seconda istanza a farle mie, poi riesco anche a comunicarle. Non ho bisogno di fare canzoni per fare dischi, ho bisogno di scrivere canzoni quando ne ho la necessità e non mi pongo il dubbio di essere o meno originale. Mi pongo il divieto di non essere autentico.

Nell’album duetti con Elisa in Più musica e meno testo e con Patrizia Laquidara in Qualcosa vicino all’amore. Ci racconti queste collaborazioni?
Sono due donne allo stesso tempo dolcissime e molto, molto strutturate anche nelle loro stravaganze. Elisa è una donna che usa la sua voce come poche altre in Italia e mi ha accompagnato in un controsenso che vive all’interno della mia canzone. Ho provato a dire a me stesso che avrei bisogno di meno parole e più musica nella mia vita, in verità non ci sono riuscito, però mi ha aiutato Elisa, perché a un certo punto ha cantato lei e mi ha messo a tacere, e questo è stato un grande regalo. Per quanto riguarda Patrizia Laquidara è una voce così rassicurante che insieme alla mia mi dà un senso di grande appagamento e di grande comodità. È come se lei mi avesse regalato un bellissimo e morbido divano sul quale sedermi mentre canto la mia canzone. Soprattutto è un regalo che mi sono fatto inconsapevolmente quando l’estate scorsa ero in nave, stavo attraversando il Mar Tirreno, e ho sentito una sua canzone, ho sperato di fare un giorno un duetto con lei. Ogni volta che ascolto la canzone mi ricordo di quel bellissimo momento al tramonto sul mare.

In scaletta troviamo L'ultimo giorno d'inverno che è un reading accompagnato da un video. Cosa ti ha spinto a realizzare una traccia così insolita?
Avevo un testo scritto su un mio blog personale e mi ero accorto che aveva avuto un numero superiore di letture e commenti rispetto agli altri. Quindi, rileggendolo, mi è sembrato che potesse avere un senso, ma non era minimamente musicabile dal punto di vista melodico perché le parole - ancora una volta - erano troppe, e avrei avuto bisogno di strutture metriche molto più ampie rispetto a quelle che una canzone consente. Ho deciso di utilizzarlo lo stesso pensando semplicemente di creare una bella atmosfera armonica sotto al testo. L’ho fatto insieme a Simone Bertolotti e Andrea Fontana. Ha avuto un successo insperato, tutto dovuto al passaparola sul web. Questo sta a significare che il web è ancora oggi una piattaforma molto democratica, dove le cose che piacciono e che funzionano hanno, o possono avere, maggiore visibilità. In ultima istanza credo che sia un grande omaggio che ho fatto alla mia città (Milano, ndr), realizzato con coloro che questa città insieme a me la vivono, e non ultimi ai ragazzi di Cromazoo che hanno realizzato il video e ci hanno messo la stessa identica poesia e la stessa identica passione che ho messo io nello scriverlo. Sottolineo anche l’importanza di Susanna Giaroli e Ivan Olita che nel video hanno recitato in maniera viscerale e sanguigna. Tutto questo ha creato un risultato che credo sia sotto gli occhi di tutti e che molti stanno apprezzando.

Niccolò Agliardi su PopOn Mentre in Rumore di fondo, la traccia d’apertura, ci sono sonorità più aperte coinvolgenti rispetto al tuo solito modo di esprimerti. C’è voglia di una maggiore visibilità?
Un disco è fatto di un artista e del suo produttore. In questo caso al mio fiano c’era Max Elli e la scelta dell’arrangiamento è stata la sua. È una scelta sicuramente atipica, e forse anche azzardata per quella canzone in realtà nata come voce e chitarra in maniera molto più classica. Quando però me l’ha fatta ascoltare - è stata la prima canzone che ho scritto nel momento in cui ho pensato al nuovo disco - ho trovato interessante il fatto che lui l’avesse in qualche modo stravolta mettendomi di fronte a una scelta: o ripetere me stesso o provare a ispezionare spazi e terrritori nuovi. L’esperimento mi è piaciuto e da lì ho deciso che avremmo fatto un disco con sonorità non proprio a me consone. Sono felice di questa scelta.

Nella tua biografia leggiamo che è stato “per colpa o merito” di Roberto Vecchioni che sei rimasto affascinato dal cantautorato. La sua vittoria a Sanremo, cosa può rappresentare per l’intera scena italiana?
Può rappresentare, per quanto mi riguarda, un piccolissimo vanto. Sono convinto di far parte – e lo dico in maniera un po’ arrogante e presuntuosa – di quella famiglia di uomini tra virgolette “di parola”. Nel senso che usano le parole e che mantengono la parola data. Vecchioni è uno di quelli che la parola l’ha sempre mantenuta. Così come l’hanno fatto anche i grandi cantautori che non si sono finora traditi. Penso che Vecchioni non abbia cantato la sua migliore canzone a Sanremo, però se questo deve essere il modo per cui una platea più grande si avvicini alla musica d’autore, allora benvenga.



Vai alla pagina di Niccolò Agliardi
Vai alle altre Interviste

Condividi
 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna