L'Italia è una sola, parola di Tony Canto
Scritto da Simone Arminio
Domenica 29 Maggio 2011 08:00
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Tony Canto su PopOn Intervista di Simone Arminio

“Il mio è un disco d’amore per l’Italia", chiarisce subito Tony Canto. Per ribadire questo sentimento, il cantante e compositore siciliano ha donato al suo Italiano federale (Leave/Universal), nei negozi da qualche settimana, il massimo del calore possibile. Merito di un binomio solo apparentemente bizzarro: il dialetto siciliano e la bossa nova brasiliana. Cosa c’entra Bahia con l’Italia, si direbbe? La soluzione in realtà è storica, e passa da Garibaldi, l’eroe dei due mondi, che sbarcò in Sicilia dopo essere stato a lezione di rivoluzione in Sudamerica…

Tony Canto, per giustificare il titolo del suo disco ha usato un ossimoro. Ha detto: “L'Italiano federale è un po’ come il ghiaccio bollente”. Siamo un popolo così contraddittorio?
L’italiano federale per me è una specie di personaggio cartonistico, che incarna una critica ironica a ciò che vogliono farci credere da anni. Mi riferisco alle spinte federaliste a cui, a mio avviso, non credono nemmeno gli stessi sostenitori. Non ci credono, perché sanno che è una cosa impossibile e perché nel sentimento dell’italianità non può essere più compresa la divisione. Per questo motivo ho scelto di raccontare la questione in modo ironico. Nella copertina del disco ho con me uno scatolone sui cui c'è scritto “Destinazione Brescia – Stato Lombardo Veneto”. Perché sarebbe come tornare al passato, no? Al regno delle Due Sicilie, il Regno di Napoli, lo stato Lombardo-Veneto o, perché no, magari anche i longobardi… (ride, ndr). Insomma il federalismo è una cosa abbastanza ridicola. E ironizzarci su, abbandonando ogni polemica, mi sembra la chiave di lettura giusta.

Eppure, perlomeno in musica, un certo federalismo c’è già. Penso al seguito nazionale di artisti che cantano in dialetti finora sconosciuti, come il laghée di Van De Sfroos, il calabrese di Voltarelli, il veneto della Laquidara…
Ecco, il federalismo musicale, quello sì che è sempre esistito! Anzi, oserei dire che la peculiarità della musica italiana è proprio la sua dimensione federale. Da sempre infatti ci sono scuole regionali, come quella genovese di De André, Gino Paoli o Bruno Lauzi, poi quella romana, quella napoletana, quella siciliana... È un patrimonio assolutamente nazionale, che va preservato. Al di là dell’opera o della lirica, che rappresentano la musica italiana nel mondo, il resto della nostra produzione risente infatti della musica che viene dalla Gran Bretagna, dall’America o dal Sud America. Ed è un problema che riguarda tutti i generi, tranne quello popolare. Per questo credo che scrivere e cantare in dialetto voglia dire in tutto e per tutto essere italiani. Da qui a dire che il dialetto assecondi l’idea di stato federalista ne passa davvero tanta! Penso al Brasile, dove sono stato varie volte e dove ho vissuto a lungo: è un paese grande cinque volte l’Italia. Ma nonostante le differenze musicali abissali esistenti tra una regione e l’altra, non trovi mai un brasiliano che non ami il proprio paese.

Tony Si sente molto l'influsso brasiliano nei brani di Italiano federale. Per restare in tema patriottico, allora: non avrà voluto emulare Garibaldi?
(Ride, ndr) In effetti Garibaldi era l’eroe dei due mondi. E' stato in Brasile e poi ha importato un po’ di Brasile in Italia. Mi riferisco alla mentalità libera soprattutto. Allora posso dire di sentirmi un garibaldino della musica: come se in Brasile avessi assorbito un po' di quel libero pensiero, influenzato molto dall’Africa, fino a rappresentarlo nel mio disco in quelle arie sudamericane bypassate e metabolizzate attraverso il dialetto siciliano e la musica italiana.

Nonostante tutto la musica brasiliana e il dialetto siciliano restano due mondi assai distanti. Come è riuscito a conciliarli?
Non è un matrimonio forzato, il loro. Anzi, spesso mi viene naturale unire ritmiche sudamericane alla lingua siciliana. Nel mio album precedente c’è un brano, Vera, che lega la musica bahiana al dialetto messinese. In questo album invece c’è Il superstite, che ha arie vagamente messicane ed è cantato in siciliano. Eppure non si tratta di operazioni pensate: mi viene abbastanza naturale, visto che ormai con la musica sudamericana bazzico da molto. Pur sentendomi profondamente italiano.

Nel brano Ti amo Italia c’è una considerazione amara e un po' ironica: lo Stivale, la metafora che rappresenta il nostro Paese, non comprende le isole...
Beh, questo è vero! Da piccolo mi hanno sempre detto che l’Italia assomiglia a uno stivale: "qui è il tacco e questa è la punta"… Io però da siciliano mi domandavo: noi dove siamo? Le isole cosa sono, delle pozzanghere che lo stivale calpesta? In quel testo mi do una spiegazione politica: “Che bello il mare della Sardegna e della Sicilia / che bello il mare, il mare in campagna elettorale”. Ovvero: di noi ci si ricorda solamente quando si vota. E lo stesso Berlusconi è al governo per merito dei siciliani, che gli hanno accordato sessantuno seggi su sessantuno...

L'attualità politica la ritroviamo ne Il pasionario, che si ispira al romanzo “Memoria delle mie puttane tristi” di Garcia Marquez e immagina un guevariano novantenne che viene in Italia per portare la rivoluzione. Ne derivano due considerazioni: c'è bisogno di una rivoluzione, ma non siamo mai in grado di farla da soli. E' così?
Il vecchio rivoluzionario è prima di tutto un’immagine romantica e favolistica che viene dalla letteratura. Poi è pur vero in qualsiasi altro posto del mondo, per come siamo messi e per quello ogni giorno accade, ci sarebbe già stata una rivoluzione. Qui lo dico e me ne assumo la responsabilità. E bisogna aggiungere che gli italiani, me compreso, sono un popolo meraviglioso ma storicamente codardo. Ci facciamo fare e dire ogni cosa, senza mai battere ciglio. Allora ho immaginato questo ex combattente e collaboratore di Che Guevara, un rivoluzionario e cacciatore di dittatori, che venuto a conoscenza della situazione italiana decidesse di venire a dare una mano. Chissà, forse avrebbe più coraggio di noi.

Tony Canto</ su PopOn Nella canzone Nun mi ni vaju ha chiamato con sé Alfio Antico, padre nobile dei tamburi a cornice. Come lo ha convinto a partecipare al disco?
È stata una cosa veramente casuale. Ci siamo conosciuti qualche mese prima della realizzazione del mio album, in uno spettacolo dove io facevo le mie canzoni e lui le sue. Quella sera ci siamo poi ritrovati a cena insieme. C’è stata una grande empatia, e siamo subito finiti con chitarre e tamburelli in mano. Nei mesi seguenti, mentre registravo a Scordia, tra Catania e Ragusa, Alfio si trovava da quelle parti per uno spettacolo. Io avevo questa tarantella siciliana in mente, così ho provato a chiedergli di venire a suonare. Lui non si è fatto pregare: ha preso subito i suoi tamburi ed è venuto a registrare con me. Gli sono grato e soprattutto ne sono veramente orgoglioso. Perché Alfio Antico, oltre che un grande musicista, è soprattutto una grande persona.

Proprio a Scordia, da produttore artistico lei ha realizzato e suonato in entrambi i dischi di Alessandro Mannarino. Ci aspettavamo perciò di trovare qualche traccia del suo passaggio in questo album.
Io ho arrangiato entrambi i dischi di Alessandro e in qualche modo li reputo mie creature musicali. Nei primi live l’ho anche aiutato suonando con lui nei posti più importanti. Poi ci siamo felicemente sganciati: lui adesso ha un suo gruppo e io mi limito a dargli una mano nei dischi. Ne sono molto felice, la nostra è stata una grandissima collaborazione.

Come sarà il live di Italiano federale?
Andrò in giro con un sestetto. Sono gli stessi musicisti con i quali ho realizzato in disco, sono stato ospite da Serena Dandini e ho suonato all’Auditorium di Roma. Da fine giugno avremo un tour estivo di una ventina di date: una decina in Sicilia e il resto altrove. Poi probabilmente da settembre in poi mi vedrete in giro per l’Italia, in club e teatri. A dare una veste live al nostro Italiano federale.

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