Dente, 'giudica tu'
Scritto da Roberto Paviglianiti
Lunedì 28 Novembre 2011 00:00
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Dente su PopOn Intervista di Roberto Paviglianiti

Giuseppe Dente Peveri è un piccolo artigiano della parola in musica. Non ha inventato niente, sia chiaro, ma la sua formula – basata su testi ficcanti, flemma espressiva, melodie all’occorrenza cantabili – sta conquistando schiere di fan sempre più consistenti. Questo perché a un ottimo disco come il precedente L’amore non è bello è seguito il nuovo Io tra di noi, che ne riprende il filo logico, senza calpestarne le certezze, ma con lo sguardo ancora più ampio e curioso. Quindi, si tratta di una realtà prossima alla consolidazione o bolla d’aria? Dente ci è o ci fa? Per dirla alla sua maniera, “giudica tu”.

Anche Io tra di noi, come il precedente L’amore non è bello, sviluppa tematiche legate all’amore e ai sentimenti in genere. Si può parlare di questi argomenti senza essere banali?
Evidentemente sì, più che cercare di non essere banale cerco di fare cose che mi piacciono. Cerco di evitare tutte quelle cose che non mi si addicono e che non mi piacciono, se questo poi è non essere banali, non lo posso giudicare io.

A questo punto della tua carriera viene da chiedertelo: hai una vita sentimentale serena?
No, per niente.

Quindi quello che scrivi è quasi eslusivamente autobiografico?
Sì, sicuramente. Sono tutte cose di cui non riesco a parlare in altro modo e quindi le metto dentro le canzoni; è l’unico modo con cui riesco a parlarne.

Riusciresti a raccontare una storia non tua, oppure scaturita da una composizione di gruppo?
Non ci sono ancora riuscito, per adesso non l’ho ancora fatto, è una cosa che non mi viene naturale, dovrei pensarci e finora ho fatto solo cose senza doverci pensare più di tanto, ho sempre fatto le cose che mi venivano naturali.

Cosa ha questo lavoro di migliore rispetto a L’amore non è bello?
Non so se c’è qualcosa di migliore, credo che sia diverso, ma non riesco a dire se sia migliore o peggiore, succede che sia semplicemente diverso. Ci sono degli arrangiamenti diversi, credo di aver fatto un lavoro con una direzione diversa rispetto a quelli passati, con una cura diversa e con una differente produzione.

Dente su PopOn Molti ti considerano come una sorta di piccolo genio, prototipo del cantautore nuovo, moderno. Altri ti pronosticano come l’ennesimo bluff della musica italiana. Cosa hai da dire agli uni e agli altri?
A chi dice che si tratta di un bluff posso rispondere che non credo che sia vero, perché ho agito sempre con grande sincerità, e mai per arrivare da nessuna parte, non ho mai avuto degli obiettivi nella mia vita e non ho mai pensato di voler fare il cantante piuttosto che il musicista. Ci sono capitato un po’ per caso facendo le cose che ho sempre fatto con grande sincerità e anche con grande sofferenza, quindi ho letto anche che qualcuno pensa che si tratti di una cosa progettata a tavolino, ma per me basta semplicemente guardare la mia storia per capire che non è così. A chi dice che sono un genio mi sento di tirarmi un po’ indietro, non lo sono assolutamente. Sono una persona che ha il suo modo di esprimersi, il suo modo di scrivere. Mi piace molto scrivere e lo faccio a modo mio, senza pensare di essere né superiore né diverso dagli altri, io riesco anche difficilmente a descrivermi, queste sono tutte considerazioni che fanno gli atri su di me.

L’impressione è che il vantaggio che Dente ha sugli altri derivi dalla sua formula di “falsa semplicià” nel senso che le tue sembrano delle canzonette ma poi rivelano un carattere forte e significati profondi. Che ne pensi?
Penso che sia vero in parte. Perché è un modo di fare che mi è sempre piaciuto, quello di nascondere delle cose attraverso delle apparenze, dietro delle apparenze gradevoli e semplici nascondere cose meno semplici. In questo disco ho anche calcato la mano in questo senso, perché ci sono delle canzoni – come per esempio Cuore di pietra – dove in un testo apparentemente banale si nasconde un significato diverso; questo è un esercizio che mi ha sempre incuriosito molto e la nostra è una lingua che si presta molto a questo genere di cose.

Dente su PopOn Le tue canzoni rilasciano una sensazione di distensione e pigrizia, in quanto si sviluppano per la maggior parte su tempi medi. Quanto c’è del tuo carattere in questo?
Credo che ce ne sia tanto, sono una persona molto pigra. Se questo si riflette anche nella musica è la prima volta che mi viene fatto notare, ma in realtà è una cosa che ho sempre pensato anche io. Ed essendo una persona estremamamente pigra, anche se mi piace tanto scrivere, in realtà scrivo molto poco. E questo si riflette anche nella musica che faccio, anche perché faccio musica in base alle mie capacità; non sono un cantante o un interprete, almeno così non mi sento, quindi non posso spaziare su tanti generi o fare cose non adatte alla mia vocalità. Probabilmente la mia vocalità, il mio modo di esprimermi attraverso la voce è, se vuoi, anche monotono, molto pacato.

Questa pigrizia sposta il discorso verso il tuo amore per le sonorità sudamericane, per la bossa nova, che ogni tanto riaffiora, come per esempio in Rette parallele. Mai stato in Brasile?
No, non ci sono mai stato, ma è un Paese che mi affascina molto. Mi piace molto la musica brasiliana nel suo insieme, capace di far nascere quel sentimento conosciuto come saudade che trovo molto affine ad alcune cose che sento mie, anche melodicamente parlando. È un sentimento non traducibile in italiano che mi intriga molto, è una sensazione che spesso mi sento di avere.

La saudade è riconducibile alla tristezza; le canzoni con i finali tristi sono sempre le tue preferite?
Sì, diciamo di sì, le canzoni con il finale a sorpresa triste è un elemento che mi piace utilizzare molto.

O è meglio una canzone senza fine, con i ritornelli ripetuti all’infinito?
Non c’è un modello di canzone che preferisco. Non ho neanche modelli di canzone che mi sento di ricalcare. Le canzoni che faccio si sviluppano tutte in base al testo, quindi partendo dal testo si costruisce sopra la melodia e di conseguenza la struttura della canzone. Se il testo ha bisogno di essere ripetuto, perché è una frase che va ripetuta, lo faccio, se ha bisogno di essere detto una volta sola, lo faccio. Non credo di essere incastrato nella strofa-ritornello. Credo che vada bene così.

In Giudizio universatile s’avverte qualche movenza melodica anni Settanta, un po’ di Renato Zero. Nel tuo modo di comporre c’è spazio anche per questo tipo di abbellimenti?
La musica degli anni Settanta non è stata inventata da Renato Zero e neache in Italia, quindi questo paragone, che mi hanno fatto in molti credo sia un po’ fuori luogo. In quella canzone abbiamo fatto un po’ un gioco, visto che si prestava parecchio. Era una canzone concepita per chitarra e voce e il resto lo abbiamo fatto per puro divertimento.

Dente su PopOn La rivista Blow Up dedica la copertina di questo mese a Lou Reed, mentre lo scorso mese c’eri tu. Ti rendi conto che stai attirando una notevole attenzione da parte delle riviste specializzate e dei media in genere?
Me ne sto accorgendo perché passo le giornate al telefono a rilasciare interviste. A dire la verità un po’ mi spaventa tutta questa attenzione mediatica. Sapevo che c’era tanta attesa per questo disco. Se potessi, eviterei, la prendo un po’ così come viene. Ma va bene, non mi lamento di certo che la stampa mi stia coccolando più del normale.

Eppure, basterebbe un solo singolo ben assestato per raggiungere il successo.
È una cosa che non ho mai cercato o mai voluto, se arriverà bene, altrimenti fa lo stesso. Nel senso che mi va molto bene anche così. La cosa che mi preme è fare un mestiere che mi piace e che mi renda felice, e questo lo sto già facendo, ovviamente il grande pubblico mi spaventa perché può essere un’arma a doppio taglio può cambiarti la vita come anche rovinartela. La mia carriera è sempre stata abbastanza in salita e costante, non ho mai avuto momenti in cui sono balzato da avere in un concerto trenta persone a tremila, ho vissuto tutto con molta naturalezza. Aspettiamo il futuro per capire cosa succede.

28 novembre 2011


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