Intervista di Mara PitariHa un passato nella musica reggae che lo ha portato in contatto nientemeno che con The Wailers, la storica band di Bob Marley amata sin da quando era bambino. Poi a un certo punto la scoperta dei grandi cantautori italiani e la svolta decisiva. Lui è Andrea Giops, nato nella fucina di X-Factor e ora adottato da Nuvole Production, la storica etichetta voluta da Fabrizio De André. PopOn lo ha raggiunto al telefono in occasione dell’uscita del suo primo disco Io non sono Giuseppe Verdi per farsi raccontare il suo percorso verso la musica italiana. Con il tuo disco dici chiaramente che “tu non sei Giuseppe Verdi”. Chi è allora Andrea Giops? Solo un ragazzo come tanti che crede nella musica e cerca di crescere, migliorare e inseguire un sogno. Io non sono Giuseppe Verdi perché non ho avuto la possibilità di approfondire la mia conoscenza musicale con lo studio. Quello che faccio è nato solo dalla passione e dall’ascolto. Ma credo che chiunque abbia diritto, qualora ne senta l’urgenza, di provare a esprimersi attraverso la musica. Per la prima volta, dopo numerose pubblicazioni dedicate a De André, Nuvole Production sceglie di credere in un artista lontano dal mondo del cantautore genovese. Come è nato il tuo rapporto con Dori Ghezzi e il resto del team? Tutto è iniziato in maniera spontanea, senza progetti iniziali. Quando ero ad X-Factor, Morgan mi riferì che Dori Ghezzi gli aveva chiesto informazioni su di me perchè aveva dei brani scritti molto tempo prima da un amico di Fabrizio De André e che potevano essere adatti al mio modo di interpretare la musica. Aveva proposto questi brani per la mia voce, nel caso fossi riuscito ad arrivare nelle fasi finali del programma che prevedono l’esecuzione di canzoni inedite. Io però venni eliminato la sera stessa in cui Dori chiamò. Incuriosito decisi di provare a scrivere lo stesso alla Fondazione De André di cui Dori è presidente. Lei mi rispose subito e personalmente. Mi chiese di passare da loro e ascoltammo insieme i brani. Li trovai molto interessanti e quindi decisi di lavorarci. Dori fu entusiasta dei provini.
Torniamo alle tue origini. Cosa conservi del tuo primo amore musicale: il funky e il rock di quando avevi 20 anni? A me piace molto la musica acustica: mi piace sentire lo schiocco di batteria, la sbavatura di basso, la chitarra un po’ sporca. Mi piace, insomma, sentire la musica “suonata” e che abbia groove. Per questo ho cominciato ad appassionarmi al funky dei Red Hot Chili Peppers. Quando ho sentito per la prima volta Blood sugar sex magik, per me è stato come se si accendesse un faro. E’ stato l’album che ha aperto il mio cervello alla musica. Poi da lì è venuto tutto il resto: la classica band da cantina, messo su con un gruppo di amici del paese, ad esempio. Io ero l’unico che non sapeva suonare ai tempi, allora decisi di cantare. Poi ho imparato anche a suonare la chitarra. E a proposito del reggae? Tu hai fatto colpo sui the Wailers… Sì, mi hanno invitato ai loro concerti perché erano curiosi di conoscermi e da lì siamo rimasti in contatto. Quando sono in Italia ci sentiamo o vado a trovarli. Essere di fronte al bassista e al chitarrista che hai sentito suonare in tutti i dischi di Marley, che è in assoluto il mio mito musicale, è stata un’emozione incredibile. Junior Marvin, il chitarrista, mi ha dato anche una mano: ha sentito i miei brani, mi ha detto che erano validi, mi ha persino spronato a cercare dei discografici all’estero. Poi a un certo punto, due anni fa, la svolta: ti avventuri nel mondo della musica italiana. E’ stato un cambiamento traumatico oppure una naturale evoluzione di qualcosa che avevi già dentro e non era ancora stato espresso? E’ andata così: io avevo già intenzione di fare qualcosa in italiano perché credo che per fare musica in inglese sia necessario andare all’estero. Credo che bisogna immergersi completamente nella cultura della musica che si vuole fare. Come è stato, ad esempio, per Alborosie, artista italiano che suonava nei Reggae National Tickets e a un certo punto è andato in Giamaica. Ci è rimasto per cinque anni, introducendosi completamente nella cultura giamaicana. Io invece mi sono reso conto di voler restare in Italia e ho cominciato a fare un reggae in italiano. Non avevo mai cantato nella mia lingua prima dei ventisette anni. Poi su pressione di una mia amica ho partecipato al provino di X Factor, programma che non conoscevo perché guardo poco la televisione. Portai E la luna bussò di Loredana Bertè perché è un pezzo reggae che ha un testo d’autore in italiano. E’ cominciato tutto da lì e io, che per tanti anni mi ero perso dietro la musica straniera, ho scoperto anche i grandi cantautori: Lucio Dalla, Renato Zero, Rino Gaetano, Bruno Lauzi… Sono questi gli autori che ti influenzano di più? Sì, gli autori che sento più vicini a me sono il Dalla di Disperato erotico stomp, il Renato Zero del periodo di Mi vendo e certamente Bruno Lauzi. I cantautori degli anni '70 sono quelli in cui mi ritrovo di più nel genere e nello stile. Torniamo un momento alla tua esperienza televisiva e al mondo dei talent show. Chi proviene da questo genere televisivo spesso viene etichettato come un personaggio costruito a tavolino da qualcun altro, non dotato di una personalità artistica propria. Qual è il tuo punto di vista? Nel mio caso è stato Morgan a mettermi su una strada che però alla fine io ho sentito mia. Forse lui aveva visto più lontano di me. Quindi non mi sono sentito snaturato dall’esperienza televisiva quanto, piuttosto, arricchito. Poi sta all’artista cercare di svincolarsi dai pregiudizi ed esprimersi al meglio. Bisogna avere carattere, non lasciarsi divorare dal mondo televisivo ed andare avanti cercando delle proprie collaborazioni. Senza dimenticare che si sta facendo prima di tutto della musica e quindi che l’obiettivo principale resta sempre quello di fare delle belle canzoni.
E cosa ci dici della tua partecipazione in qualità di attore a Ostinati e contrari (spettacolo teatrale-musicale sulla poetica di Fabrizio De André organizzato dalla Onlus La Stravaganza, ndr)?Si può pensare che la mia partecipazione a Ostinati e Contrari sia legata alla conoscenza di Dori Ghezzi e di Le Nuvole. Il progetto invece è nato in maniera del tutto casuale: conosco Niccolò Agliardi, uno dei protagonisti dello spettacolo. La compagnia cercava un altro interprete e all’epoca, tramite Niccolò, fu proposto il mio nome. Non credo che la mia strada sia fare l’attore ma questa è stata per me un’esperienza molto bella e un percorso di crescita. E arriviamo al disco. Il singolo Mai più è un ritorno al reggae e un inno alla tua età: trent’anni. Tu canti di “qualcosa che non va, che manca e non ci sta…”. Cos’è che manca a trent’anni? Siamo in un periodo storico difficile, di crisi mondiale. Ciò che manca adesso è la considerazione per i giovani. La capacità di offrire loro delle opportunità. Io ho tantissimi amici ingegneri, medici, e laureati in genere che sono a casa. Io sono più fortunato di altri perché sono stato scoperto (da Morgan a cui devo molto) ma anche perché ho avuto la possibilità di lavorare nell’azienda di famiglia. Prima di dedicarmi completamente alla musica andavo in ufficio otto ore al giorno, come molti. Poi ho deciso di inseguire i miei sogni perché, come diceva Bob Marley, “se smetti di sognare inizi a morire” e io non potevo permettermi di rinunciare a questa passione. Nel disco c’è anche Svegliati, cover di Donatella Rettore. Cosa ti ha convinto a rispolverare questa canzone? L’idea non è stata mia ma di Luvi De André. Voleva che nel disco ci fosse una cover ma che non fosse una canzone scontata e quando mi ha proposto questo pezzo ne sono stato subito entusiasta. Anche la Rettore ha apprezzato l’interpretazione e questo per me è stato un riconoscimento davvero importante. E poi la canzone conclusiva, quella che dà il titolo al disco: Io non sono Giuseppe Verdi… E’ una canzone che parla del tentativo che oggi tutti fanno per essere qualcuno. Dipende forse anche a da Facebook. Chiunque cerca di crearsi un personaggio ma poi alla fine, a guardarci bene, siamo tutti accomunati dallo stesso destino: sia chi un personaggio famoso lo è davvero sia chi non lo sarà mai. 9 gennaio 2012 Vai alla pagina di Andrea Giops Vai alle altre Interviste Condividi
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Scritto da Mara Pitari
Lunedì 09 Gennaio 2012 00:00
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Intervista di Mara Pitari
Torniamo alle tue origini. Cosa conservi del tuo primo amore musicale: il funky e il rock di quando avevi 20 anni?
E cosa ci dici della tua partecipazione in qualità di attore a Ostinati e contrari (spettacolo teatrale-musicale sulla poetica di Fabrizio De André organizzato dalla Onlus La Stravaganza, ndr)?