Giorgio Conte e l'arte di ridere
Scritto da Simone Arminio
Lunedì 23 Gennaio 2012 00:00
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Giorgio Conte su PopOn Intervista di Simone Arminio

Il tempo sembra essersi fermato per Giorgio Conte. Sullo sfondo delle sue canzoni allegre e argute c'è un tempo passato che non è mai malinconia: piuttosto il quadro di un'Italia genuina e desiderosa di rinascere. Quel Paese in cui, in bilico tra gli studi in legge e la passione per la musica, i fratelli Giorgio e Paolo hanno cominciato a comporre canzoni, insieme o separati. Più avvocato di quest'ultimo, Giorgio Conte ha deciso di dedicarsi totalmente all'arte soltanto nei primi anni Novanta. Più o meno allora è nato il Contestorie, divertente chansonnier a metà tra lo stile alto dei francesi e la semplicità dei contadini piemontesi. Il Contestorie era stato, più di dieci anni fa, l'ultimo album di Giorgio Conte, che non lesina concerti e serate ma quando si tratta di chiudersi in studio per registrare ha qualche remora in più. La soluzione è stata chiamare a raccolta strumenti e amici fidati per comporre in casa, al riparo delle mura domestiche. Così è nato C.Q.F.P. (Ala Bianca). Ne parliamo con l'autore, fra le scansie di una libreria di Bologna dove fra poco firmerà le copie di "Un trattore arancio", il libro di racconti che fa pendant alle canzoni del disco.

Come nasce, nell'era digitale, un disco fatto in casa con pianoforti claudicanti, carillon e richiami per uccelli?
Nasce come si faceva una volta con i bambini, quando bastava una levatrice, un po' d'acqua calda e tanti asciugamani. La levatrice è Walter Porro, che ho scoperto prima sul palco come polistrumentista, poi come orchestratore di quel materiale tecnologico che poteva permettermi di registrare un buon disco in casa. Così abbiamo adattato una mia stanza a studio di registrazione e, con tutta la calma, i tempi giusti, i ripensamenti, le prove e le riprove, sono riuscito a trovarmi in una situazione ambientale favorevole alla realizzazione del disco. Se invece fossi stato in una sala d'incisione avrei dovuto combattere con i tempi, con i tecnici, con le necessità. Hanno contribuito alla spontaneità del lavoro gli strumenti che ho usato. Come il mio pianoforte, che non è un grandissimo pianoforte, ma ha un suono che sento mio. Ha dei pedali che fanno rumore ma non importa: sono effetti speciali anche quelli, così come tutti i richiami per animali che colleziono e che sono entrati a far parte del disco per contribuire a rendere più vero il clima di ogni canzone.

Il titolo, C.Q.F.P. ammicca al poker. Lei è un giocatore incallito o le piaceva semplicemente il gioco di parole?
No, niente di accanito: i miei erano pokerini con gli amici, da studenti universitari. Però quella frasetta mi è sempre piaciuta perché oltre a significare i semi del gioco (Cuori, quadri, picche, fiori) ha anche un senso compiuto. Quel Come-Quando-Fuori-Piove, titolo ideale di una canzone che descrivesse il mio modo di chiudermi in casa quando fuori ci sono le avversità.

Giorgio Conte su PopOn Molti brani di questo album giocano con la memoria e con il fatto che le cose del presente, invece, si dimenticano facilmente.
Nel momento in cui scrivo di fatti del passato mi rendo conto che sto invecchiando! Però i miei non sono quei ricordi alla "ahh, ai miei tempi…". No, no: i ricordi io li uso per rivivere quelle storie, per tenerle sveglie nella memoria e nel mio cuore. In più, in effetti, ho anche leggermente paura di dimenticare qualcosa. Perciò meglio mettere mettere tutto nero su bianco, va là, che non si sa mai… (ride, ndr).
C'è una particolarità stilistica da considerare: alcuni suoi ricordi diventano canzoni, altri diventano racconti su carta o romanzi. La scelta è casuale oppure ogni storia ha in sé la sua forma narrativa migliore?
Amo la sintesi, un po' per pigrizia e un po' per natura. Per questo la canzone è il componimento che più mi aggrada: con pochi elementi si riesce a fornire un quadro più o meno dettagliato. Poi, invece, ci sono altre situazioni che necessitano di un'ampiezza maggiore, perché una frase trita l'altra e una costruzione di pensiero ti porta più a fondo. In quei casi passare da un piccolo componimento al racconto è abbastanza facile. Se poi unisci più racconti con un filo unico, allora può venir fuori anche un romanzo, come in questo caso.

Conoscendola si direbbe che il "Trattore arancio" (Cairo Editore, ndr) citato nel titolo sia esistito davvero.
S', era un vecchio trattore abbandonato, quasi un compagno di giochi. Da piccolo mi sono sempre chiesto perché non lo usavano più e lo lasciavano lì ad arrugginire. Perciò mi è venuta l'idea di rimetterlo in moto con la fantasia. Alla fine del romanzo il trattore sparisce nella nebbia. Questa volta però non è più solo, perché carica sul suo rimorchio tutti quei personaggi che ha visto in vita, che fanno parte della sua storia anche se lo hanno trascurato. Questo trattore mi assomiglia. Probabilmente sono io.

I brani d'amore di C.Q.F.P. rispettano tutti un suo ironico cliché: è che l'amore non va mai preso sul serio?
Guai! Mai prendere sul serio l'amore, altrimenti si fa il gioco del nemico!

Giorgio Conte su PopOn Altra particolarità: in ogni disco c'è almeno un brano in cui, per così dire, lei dimentica le parole: qui è il caso di Balancer...
Mi sembrava che in quella canzone la musica fosse più importante del testo: c'è quel "Urididì, urididì" che sembra fine a se stesso, inutile appesantirlo con un testo. E' una canzone ritmica, io l'immagino ambientata in una saletta da ballo, con le ballerine che saltellano e con quel pianofortino di sottofondo, un po' da saggio di Natale. Per cui l'ho lasciata lì, a mezz'aria: c'è una richiesta di ballare di cantare e di dondolare. Non ci sa la risposta di lei, ma, diamine, potrebbe essere positiva, non credi?

Questa volta, signor Conte, è stato in grado di prendere in giro persino la morte. Il brano è la divertentissima La sorpresa. Non le sembra di esagerare?
Parlare della morte è difficile, eppure si tratta di un elemento della vita: qualcosa che incontriamo inesorabilmente. Così ne ho parlato senza menzionarla. Non credo sia una canzone da fare gli scongiuri: è serena e giocosa.

Com'è possibile che da mestieri così seriosi come l'avvocato o il medico possano nascere cantautori allegri e scanzonati? E' il suo caso, ma anche quello di Jannacci.
Quelli come me in un primo momento hanno represso la propria passione, perché provenienti da un'ambiente "normale", perché tentare l'avventura è una cosa strana, perché l'arte può essere una cosa molto precaria e per tanti altri motivi. Però non c'è verso: quando capisci che il bravo ragazzo l'hai fatto, che hai pagato il tuo debito alla società, alla famiglia, alla borghesia… allora basta, si va!

In C.Q.F.P. c'è la sua prima interpretazione di un brano di suo fratello Paolo, con cui pure molto spesso ha lavorato assieme. Come mai è successo soltanto ora?
Quel pezzo, Monticone, mi è sempre piaciuto. Mi piaceva anche ricordare il periodo in cui è nato. Allora con Paolo scrivevamo insieme, anche se questo pezzo nello specifico è solo suo. In un primo momento pensammo di proporlo a Jean Gabin, che per noi era il personaggio più giusto per interpretare "Monticone". In quel caso si sarebbe dovuto chiamare Dupont, uno dei cognomi più comuni in Francia, così come Monticone è comune dalle nostre parti. Anche la storia è comune: i "Monticone" sono tutti quegli anziani contadini che, non riuscendo più a vivere da soli, sono dovuti trasferirsi in città, ospiti di qualche figlio pietoso. Così, sradicati dopo una vita in campagna, passano la loro giornata alla finestra, a ricordare i bel tempi andati. Monticone mi è tornata in mente, l'ho registrata, poi io ho preso il coraggio a due mani e ho detto a Paolo: ho cantato una tua canzone, spero di averti reso un buon servizio. Lui è venuto a sentirla, gli è piaciuta e me ne ha dato licenza. Ed eccola qui.

23 gennaio 2012


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