Intervista di Roberto PaviglianitiHa ventitré anni, ha studiato al Conservatorio di Santa Cecilia, ha una gavetta costruita nei pub e nei piccoli locali. Ha una grande opportunità: il Festival di Sanremo. Per Marco Guazzone – pianista e cantautore romano – è arrivato il momento della verità. Un momento forse inatteso e insperato, ma che ora va affrontato nel migliore dei modi, con intelligenza e senza farsi prendere dal panico. Il ragazzo ne è consapevole e ci racconta come sta vivendo questi giorni di avvicinamento alla sua grande opportunità, ma anche come si immagina il suo futuro. Come ti stai preparando al Festival? Ancora non ho ben realizatto quello che sta accadendo. A parte la serie di interviste e le scadenze un po’ più impegnative, il lavoro che normalmente svolgo con la mia band, gli Stag, non sta cambiando di molto. È giusto non stravolgere le abitudini, visto che mi hanno portato fin qui, dunque continuo a fare quello che ho sempre fatto. Facciamo le prove e mi preparo al meglio per questo appuntamento molto importante. Si tratta di una grande opportunità. Avverti maggiore pressione intorno a te? È un’opportunità gigantesca, ed è stato bello vedere da parte della mia etichetta la volontà di non stravolgere troppo i piani e, di conseguenza, di non mettermi addosso ulteriore pressione. A prescindere da Sanremo, avevamo in programma di fare uscire un ep e successivamente un album, e sarà quello che realizzeremo. Non faremo le cose di fretta, quindi mi ritengo molto fortunato. Fondamentalmente cambiano poche cose, certo è che quando mi renderò conto di stare su quel palco forse mi prenderà una crisi di panico, ma il resto rimarrà tutto uguale. Il brano che presenterai si intitola Guasto, inserito anche nel tuo ep di esordio. Ci dici qualcosa sulle altre canzoni che lo compongono? Sono brani che trattano di storie che ho vissuto. Poi c’è la lettura che mi ispira molto. Durante la composizione dei brani che andranno nell’album stavo leggendo La strada Cormac McCarthy, e mi ha segnato molto anche sotto il profilo della stesura dei testi. Ci sono molti spunti che mi hanno aiutato. Alcuni brani sono ispirati a delle filastrocche o a delle favole, perché ho riascoltato anche quelle cose che da piccolo hanno rappresentato il mio sfondo musicale. I brani sono scritti in italiano e per me questa è una cosa abbastanza nuova, in quanto ho iniziato a utilizzare l’italiano l’anno scorso. Sono partito da qualcosa a me molto familiare, come per esempio Giro giro tondo, in modo da aiutarmi a sciogliermi con l’uso dell’italiano. Le fiabe sono molto semplici nell’uso delle parole, ma hanno un messaggio immediato, e questo è quello che ho cercato di ottenere nella scrittura dei testi.Da cosa deriva la scelta di cantare in italiano? Ho iniziato in maniera molto naturale, nessuno mi ha imposto di farlo. L’ho presa come una sfida, ho ascoltato i capisaldi della musica italiana, per cercare di capire come creare una canzone con un testo che si accordi perfettamente con la musica senza risultare banale. Un eventuale buon risultato potrebbe proiettarti in una situazione di notorietà improvvisa. Ti senti pronto? Non saprei. Quello che so è che questa opportunità mi farà accorciare un po’ il percorso della mia gavetta. Però effettivamente sono stati i concerti in pub e in posti minuscoli dove nessuno ti conosce che mi hanno permesso di arrivare a questo punto. Un minimo di gavetta dovrei averla, sperando che sia sufficiente per non farmi svenire sul palco dell’Ariston. Sarà una vittoria salire su quel palco anche solo una sera. Vuol dire poter portare la musica che faccio - che fino a pochi mesi fa era limitata a un seguito ristretto - a milioni di spettatori. Tutto quello che verrà dopo sarà sfruttato al meglio, senza però cambiare o guastare tutto ciò che ho fatto finora, nella speranza di prendere solo le cose positive di questa grande esperienza. Solitamente il grande pubblico, quando si tratta di valutare un nuovo artista, cerca sempre una somiglianza con uno più conosciuto. A chi non ti spiacerebbe essere associato? Sicuramente a un grande nome. Al contrario di qualche mio collega, che sembra quasi offendersi quando gli si fa notare una somiglianza con qualcuno, io lo trovo un grande complimento. La musica è fatta di riferimenti, commistioni, di influenze, riuscire a comunicare a qualcuno l’idea di un artista – che magari ti ha realmente ispirato – è una buona cosa. È inevitabile che parte dei tuoi ascolti in qualche maniera escano dalla tua musica, questo succede dai tempi di Mozart. A me piacerebbe essere associato a Tenco, non vorrei essere pretenzioso, ma lo lego più a un fatto personale, in quanto in lui c’è un uso del testo semplice, ma carico di grande emozione.
Tra i big in gara per chi farai il tifo?Marlene Kuntz. Il loro duetto con Patti Smith mi incuriosice e non vedo l’ora di ascoltarli dal vivo. Sembra una delle scelte più sorprendenti del Festival, che – malgrado la sua istutuzionalità - sta dimostrando quest’anno di aprirsi molto ad altri generi e al futuro. Ci sono sempre tante polemiche, ma qualcosa di nuovo si sta muovendo nel Festival. Qualora la musica dovesse rivelarsi una strada senza uscita, hai già pronto un piano alternativo? La musica è una passione e una ragione per esprimersi. È una cosa che mi fa stare bene e che mi permette di dare un senso al mio tempo. È un mestiere difficile in generale, in Italia ancora di più. C’è tanta gente che fa musica. Ho abbandonato tutto quello che era fonte di distrazione, ho lasciato l’università e altre situazioni che potevano allontanarmi dalla musica. Ho cominciato ad applicarmi in ogni campo, vivo di musica in tutte le sue forme, insegno pianoforte ai bambini e ho iniziato a studiare musica da film. Più che un’alternativa, nel mio percorso, la musica da film corre in maniera parallela alla musica leggera, perché mi permette di scrivere in modo libero e di lavorare mettendo in ciò che realizzo tutte le influenze e le ispirazioni che mi attraversano. 30 gennaio 2012 Vai alla pagina di Marco Guazzone Vai alle altre Interviste Condividi
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Scritto da Roberto Paviglianiti
Lunedì 30 Gennaio 2012 00:00
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Intervista di Roberto Paviglianiti
I brani sono scritti in italiano e per me questa è una cosa abbastanza nuova, in quanto ho iniziato a utilizzare l’italiano l’anno scorso. Sono partito da qualcosa a me molto familiare, come per esempio Giro giro tondo, in modo da aiutarmi a sciogliermi con l’uso dell’italiano. Le fiabe sono molto semplici nell’uso delle parole, ma hanno un messaggio immediato, e questo è quello che ho cercato di ottenere nella scrittura dei testi.
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