Stanco nello sguardo, ma energico e sereno nel parlare: ecco come si presenta ai nostri occhi Renato Zero, che abbiamo raggiunto in un albergo romano per farci raccontare il nuovo disco. L’album esce venerdì e si intitola Presente (170mila le copie già prenotate): “Sono presente con i miei 58 anni – ci dice - con la voglia ancora di muovere l’aria intorno a me. Felice anche di aver trovato lo spunto di ritornare in vetrina nel senso più rivoluzionario del termine, perché sono finalmente in grado di sperimentare l’autogestione. Significa maggiore
responsabilità da parte mia nel produrre i fonogrammi e le opere, ma soprattutto di non avere più strane mediazioni tra me e il pubblico”. Una scelta al sapor di rivoluzione, dunque, visto che Zero non è più legato ad alcuna major e ha scelto di gestire in prima persona tutti gli step della realizzazione del suo disco e della sua commercializzazione. Un cambiamento notevole, se si considera che le sue opere sono distribuite da una multinazionale dal 1979, trent’anni in cui il cantautore romano ha acquisito larga conoscenza in materia discografica, e da lì “il passaggio a diventare discografico di me stesso è stato quasi automatico – racconta - Avviene facilmente se hai acquisito consapevolezza e se sei, in qualche misura, nella condizione di prendere questa decisione come un’esigenza ormai ineluttabile. Per altri colleghi il lavoro sarà forse più oneroso, perché dovranno imparare un ulteriore mestiere, cosa che io ho già fatto, e questo forse comporterà per loro qualche piccolo problema di apprendimento, perché da un giorno all’altro non ci si inventa e credo che ci voglia del tempo per imparare certe cose”.Ma la scelta di autogestirsi vuole essere anche un invito a considerare un’opportunità: “Quella di veder rifiorire delle formazioni discografiche italiane composte da un patrimonio di professionisti che noi possediamo. Posso farvi dei nomi: Tonino Coggio, per esempio, che per anni ha collaborato in forma cospicua ai successi di Claudio Baglioni, e come lui tanti altri. Ci sarebbe una lista infinita di persone valide che, non dico siano in cassa integrazione, ma sinceramente la loro salute non è florida artisticamente, perché furono messi al bando dalle multinazionali”. Il sogno, dunque, è quello di rivedere di nuovo in pista una RiFi Records, una Ricordi piuttosto che una Fonit Cetra: “Credo che sia allo stato attuale quasi un auspicio – dice – Quello che potrebbe rimettere un pochino il mercato discografico in una condizione di gestione forse più corretta, e anche più italiana, è proprio che il libretto di circolazione di questi discografici sia italiano”. Autonomia discografica è, dunque, la ricetta per risollevare le sorti di una discografia impoverita anche dalle scelte competitive internazionali: “Nel nostro stesso paese – sottolinea Zero - quando qualcuna di queste major vuole punirci, ci scaraventa addosso uno Springsteen e ci fa male veramente. Anche in questo senso è bene che queste società discografiche possano godere di una certa autonomia e parlare l’italiano perfettamente”. Considerazioni non certo scevre di spunti nostalgici: “Un recupero lo vedo difficile - aggiunge - se non si ritorna a riconsiderare l’opportunità di creare degli spazi dove questi autori nuovi e questi interpreti possano confrontarsi, annusarsi. La fisicità del bar della RCA e del Cenacolo, per portare due esempi che mi riguardano, ha fruttato molto, perché si aveva l’opportunità di guardare in faccia i nostri collaboratori o gli stessi nostri futuri antagonisti, ed è bello che questa sorta di tenzone possa nutrirsi anche della partecipazione e del contatto, perché in televisione si vedono troppo spesso giovani buttati allo sbaraglio, senza che abbiano avuto l’opportunità di farsi le ossa”. Ma se per Renato Zero la telecamera è una violenza, se puntata addosso a chi non ha esperienza, questo non basta per fargli puntare il dito contro i talent show alla XFactor e Amici: “Devo spezzare una lancia a loro favore – dice - non bisogna essere categorici e neanche riduttivi, perché a parlare è facile, ma poi bisogna vedere quelle che sono le motivazioni, se c’è buona fede e se certi discorsi scaturiscono proprio da una volontà di supportare i giovani. Una cosa buona di questi programmi è il recupero istituzionale dei ruoli, questo mi piace molto. L’unico problema è che arrivando prima la telecamera, quella spontaneità e soprattutto quella bontà, quella generosità di darsi con disinvoltura non ci sono già più. Prima di partire, Amici dovrebbe stare un anno in uno scantinato di Centocelle a provare tutto quello che c’è da provare. Dopo un anno in silenzio, dove questa carboneria ha il suo perché, dovrebbero subentrare le telecamere. Invece, vedi che a volte questi ragazzi vengono istigati e si maltrattano tra loro; come succedeva al Circo Massimo, questi gladiatori sono costretti a lottare l’uno contro l’altro, nonostante la miseria sia comune e il disagio sia il loro pane quotidiano. Questo lo trovo umiliante. Ecco, l’aspetto che mi piace meno è proprio questo fatto di spingerli immediatamente fuori in questa arena, è prematuro, facciamo in modo che ci arrivino per gradi e soprattutto nell’ombra, dove siano in grado di cadere senza farne un fatto istituzionale”. Renato Zero si è concesso a noi con generosità e con lui abbiamo parlato anche del duetto con Mario Biondi, di tecnologia, immigrazione, libertà e canzoni. L’intero incontro sarà proposto nei prossimi giorni nel nostro spazio Interviste. Vai alla pagina di Renato Zero Vai alle altre Notizie
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Mercoledì 18 Marzo 2009 12:48
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Stanco nello sguardo, ma energico e sereno nel parlare: ecco come si presenta ai nostri occhi Renato Zero, che abbiamo raggiunto in un albergo romano per farci raccontare il nuovo disco. L’album esce venerdì e si intitola Presente (170mila le copie già prenotate): “Sono presente con i miei 58 anni – ci dice - con la voglia ancora di muovere l’aria intorno a me. Felice anche di aver trovato lo spunto di ritornare in vetrina nel senso più rivoluzionario del termine, perché sono finalmente in grado di sperimentare l’autogestione. Significa maggiore
responsabilità da parte mia nel produrre i fonogrammi e le opere, ma soprattutto di non avere più strane mediazioni tra me e il pubblico”. Una scelta al sapor di rivoluzione, dunque, visto che Zero non è più legato ad alcuna major e ha scelto di gestire in prima persona tutti gli step della realizzazione del suo disco e della sua commercializzazione. Un cambiamento notevole, se si considera che le sue opere sono distribuite da una multinazionale dal 1979, trent’anni in cui il cantautore romano ha acquisito larga conoscenza in materia discografica, e da lì “il passaggio a diventare discografico di me stesso è stato quasi automatico – racconta - Avviene facilmente se hai acquisito consapevolezza e se sei, in qualche misura, nella condizione di prendere questa decisione come un’esigenza ormai ineluttabile. Per altri colleghi il lavoro sarà forse più oneroso, perché dovranno imparare un ulteriore mestiere, cosa che io ho già fatto, e questo forse comporterà per loro qualche piccolo problema di apprendimento, perché da un giorno all’altro non ci si inventa e credo che ci voglia del tempo per imparare certe cose”.