Massimo Priviero, amore fisico per il rock
Scritto da Nicola Cirillo
Martedì 21 Aprile 2009 11:23
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Massimo Priviero su Popon Rock e poesia, sono queste le due parole che Massimo Priviero ama usare per descrivere il suo modo di fare musica. In occasione dell’uscita del suo nuovo album, Sulla strada, il cantautore veneto si è raccontato a PopOn, svelando il suo amore “innocente” per il rock che “deve smuovere delle emozioni, ma – sottolinea – deve anche essere fisico: guarda Elvis cosa riusciva a fare!”. Con questi presupposti Massimo Priviero celebra i suoi vent’anni di carriera, vissuti tra i successi da classifica, come San Valentino e periodi di allontanamento dalla visibilità mediatica. E affida a Bellitalia, uno dei tre inediti contenuti in Sulla strada, il compito di smuovere le coscienze: “L’Italia sta andando verso una deriva culturale senza precedenti. Non riusciamo ad affermare i nostri valori, - racconta a PopOn – quelli che ci hanno fatto crescere e che ci hanno risollevato dal disastro. Dovremmo recuperare quei valori come la solidarietà o la tolleranza, che purtroppo oggi prevalgono solo in settori di nicchia o legati a momenti emotivi molto forti”.

E non si chiama fuori da questo processo di decadenza: “Gli artisti hanno una grossa responsabilità - confessa – anche se quando ascolti la radio, con tutto quello che passa, ti chiedi ‘di chi è la colpa’? Del discografico che ha prodotto quella canzone, del cantante che l'ha incisa, del radiofonico che la passa?” Domande forse retoriche, a giudicare dallo scenario discografico (non solo italiano) che si affida a pochi nomi per reggere un business che per essere tale deve avere necessariamente numeri “internazionali”. “Il mercato discografico in Italia – commenta con noi il rocker – si fonda sui dieci nomi che sappiamo: Ligabue, Pausini, Zucchero, etc. Il resto è polverizzato. E questo rende i discografici ancora più forti”.

Così, mentre i laboratori televisivi sfornano i nuovi big di domani, Massimo Priviero ci racconta il suo percorso artistico, fatto di tanto studio, ma anche di tanta curiosità: “Io nasco come chitarrista, suonando Dylan in giro per l’Europa. Un ragazzo di provincia in giro da solo, accompagnato non dalla solitudine, ma dai sogni. Poi ho cominciato a tradurre in canzoni quei sogni”. E dalle sue parole (l’intera intervista sarà disponibile tra pochi giorni nell’apposito spazio del nostro sito) scopriamo che Sulla strada non è solo un titolo che omaggia la beat generation, ma racconta un modo di vivere e di fare musica a contatto con la realtà di tutti i giorni; un modo che, più delle collaborazioni eccellenti (da Massimo Bubola a Little Steven o a David Crosby) e più delle influenze dei songwriter americani, segna la cifra stilistica del rocker italiano.

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