Nino D'Angelo: una canzone per il riscatto del Sud
Scritto da Simone Arminio
Martedì 16 Febbraio 2010 09:12
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Nino D'Angelo su Popon A chi chiede a Nino D’Angelo se per caso non spera di vincere il 60° Festival di Sanremo, l’ex ragazzo col caschetto risponde con una battuta, ed un sorriso caldo dei suoi: “Io? No. Sono nato per perdere!”. PopOn lo incontra lunedì a margine delle prove generali del Festival, per farsi raccontare come sarà questa sua quinta partecipazione a Sanremo. A cominciare dalla canzone in gara.

Jammo Ja, il tuo brano, affronta un tema forte: il riscatto di un Sud mangiato dalle mafie. Come mai questa scelta?
Il mio pezzo vorrebbe essere un inno a questo Sud che, almeno in questa canzone, vuole cambiare, per andare oltre la disoccupazione e la rassegnazione, un sentimento che ormai dalle nostre parti si vede ogni giorno per strada.

Già dal titolo il brano appare come un’esortazione forte ai meridionali, per spingerli a reagire e darsi da fare. Ma pensi davvero che una canzone possa servire a tanto?
Le canzoni di sicuro possono servire per far puntare ancora di più gli occhi della gente sul Sud, una terra così importante, che potrebbe rappresentare tante grandi cose. Per farlo ci vorrebbe però uno Stato forte, che aiutasse il Meridione, e non solo a parole. Altrimenti l’antistato rischia di diventare l’unico riferimento per i giovani meridionali, disoccupati e senza aspettative. Un Antistato che ormai è diventato un vero e proprio ammortizzatore sociale, ed è una situazione così grave che non si risolverà mai da sola, perché se lo Stato non aiuta le persone che hanno poco o niente, quelle a cui nessuna banca concederà mai dei prestiti, queste persone dovranno per forza rivolgersi a certa gente per poter andare avanti.

Nel tuo brano canti: “Siamo rose e siamo spine, ma siamo ramo dello stesso giardino Meridionale”. La rinascita del Sud deve partire prima di tutto da un’autocritica?
Dire che siamo solo rose, e che tutto nel nostro comportamento va bene, sarebbe ruffiano. Preferisco invece puntare sull’unione fra le persone, come dico subito dopo: ci dovremmo infatti aiutare a vicenda, noi Meridionali, proprio perché siamo ramo dello stesso giardino. Penso che se il Sud si unisse, la nostra unione farebbe davvero la forza. I meridionali devono stare assieme perché lo Stato si è rivelato inefficiente. Poi bisognerebbe anche riscoprire l’uguaglianza, e il desiderio… oggi non siamo più in grado di desiderare nulla, e una canzone può servire anche a questo.

Hai colto al volo la riapertura al dialetto di questo sessantesimo Festival. Non aspettavi altro?
Io stesso sono stato chiamato da una giornalista, qualche tempo fa, che voleva farmi fare un’intervista in cui dicevo di volere di nuovo il dialetto a Sanremo. Il problema, però, è che forse ha fatto più notizia la sua riammissione che non la sua esclusione. La vera notizia infatti dovrebbe essere: quando era stato tolto?

A Sanremo ti presenti in duetto con la cantante e attrice Maria Nazionale. Com’è nata questa collaborazione?
Maria ed io siamo in giro da circa un anno con la sceneggiata Lacreme Napulitane. Il duetto nasce da lì, e da una promessa che le avevo fatto. Maria aveva infatti espresso più volte la volontà di cantare con me. Io ho mantenuto la promessa con grande, piacere perché è una cantante molto forte. Una cantante del suo spessore sul palco di Sanremo insieme a me è una forte presenza.

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