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EMI Music Sapevo che questo momento sarebbe arrivato e in tutta sincerità un po’ lo aspettavo anche con discreta ansia. Parlare, anzi, peggio, scrivere di D’amore di morte e di altre sciocchezze di Francesco Guccini è un lusso per chi fa questo mestiere, un privilegio pari (o di poco inferiore) solo allo scrivere di Anime salve di Fabrizio De André. Due cardini, due colonne della discografia italiana, accomunate anche dall’anno di pubblicazione: era il 1996. Solitamente i grandi lavori, quelli che metti a capo di ogni lista di merito, si manifestano a distanza di un cospicuo lasso di tempo, per questo si dice spesso che un disco è il migliore di una determinata discografia solo dopo svariati anni, visto che non sempre è facile capire la grandezza di un’opera sul momento. Ma non è questo il caso. E’ vero che ne stiamo tessendo le lodi dopo quattordici anni, ma unicamente perché solo ora se n’è mostrata la possibilità. Che questo disco di Guccini avesse le carte in regola per restare nella memoria musicale italiana è stato chiaro da subito. Già da allora. E, complice una stanchezza che il cantautore di Pavana deve aver accumulato negli anni più recenti, non c’è più stata, poi, una prova discografica a questa altezza. Ora, però, andiamo a motivare l’entusiasmo. Nove le tracce che compongono l’album e quattro sono superlative: Cirano su tutte, e poi Lettera, Quattro stracci e Vorrei. Le altre non sono certo riempitive, ma le poniamo a un livello artistico comunque raggiungibile. Cirano è scritta a sei mani con Giancarlo Bigazzi e Beppe Dati (stupore!), abituati a leggere il suo nome in calce ai brani di Marco Masini avevamo quasi dimenticato di cosa fosse capace (sua è, infatti, la delicata Gli uomini non cambiano cantata da Mia Martini nel 1992). Cirano è una prova testo-compositiva di altissimi livelli, una canzone fitta, intensa, che ci riconduce alla mente quel dito puntato contro il Bertoncelli de L’avvelenata. Qui i Bertoncelli sono tanti, tutti figli di un’epoca fin troppo contemporanea (politici rampanti, preti e materialisti), seppur a pronunciare queste invettive dovrebbe essere il fantasioso scrittore francese del seicento. Ma non sempre il tempo che passa, evidentemente, cambia le cose. Anche musicalmente il brano mostra grinta e durezza. Più fossatiana, invece, è Lettera, dedicata alla scomparsa di due grandi amici di Guccini: Bonvi e Victor Sogliani, ed è una canzone che di riflesso parla della vita e del suo “lento scorrere senza un scopo”. A descriverle, queste canzoni, si lascia senz’altro per strada qualcosa, per quanto gonfie di ispirazione. Quattro stacci è lo sfogo, nel quale tutti coloro che hanno conosciuto la separazione affettiva potranno ritrovarsi. Contiene una lista di recriminabili atteggiamenti subiti ed è un quadro tracciato con la lucidità di chi guarda la propria storia ormai da fuori. Vorrei è invece la classica ballata d’amore, ma molto poco guccinina (nei termini in cui le avevamo conosciute fino ad allora), romantica senza scampo. Bella e sognante. Le canzoni che non riusciamo a citare, per evitare di rasentare il trattato, non sfigurano nel contesto e se qualcuna fa un po’ male (Il caduto), qualcun'altra strappa un sorriso (Il matto). Il disco chiude con un divertissement, I fichi, ma di questa non possiamo parlarvi in modo critico, Guccini non ce lo perdonerebbe. Tracklist: * Lettera * Vorrei * Quattro stracci * Stelle * Canzone delle colombe e del fiore * Il caduto * Cirano * Il matto * I fichi PopOn consiglia l'ascolto di Cirano, Lettera e Quattro stracci! Vai alla pagina di Francesco Guccini Vai alle altre Recensioni Condividi |
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Scritto da Paola De Simone
Mercoledì 12 Maggio 2010 00:00
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