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Ricordi Nel 1970, nel pieno della contestazione studentesca, delle lotte di classe, dei grandi movimenti operai, Fabrizio De André decise di mettere in musica la storia di Gesù Cristo. Lasciamo perdere l’immagine bigotta che di lui ci ha tramandato certa chiesa: Gesù è stato un grande rivoluzionario e l’anarchico De Andrè non poteva non subirne il fascino. Per raccontarlo, naturalmente, ha voluto affidarsi soprattutto a ciò che la chiesa non ha voluto far diventare dottrina: i vangeli apocrifi. Chiuso in casa per più di un anno con Roberto Danè, che gli aveva fornito l’ispirazione originale, si è progressivamente innamorato della figura di Cristo, della sua dolcissima madre, degli uomini e delle donne che lo hanno conosciuto e che da lui si sono lasciati cambiare. L’opera di Fabrizio De André ha un titolo semplice,La buona novella, ma una struttura musicale estremamente colta, che sfrutta arrangiamenti classici, musica medievale, canzone popolare e rock progressive. I testi sono di un lirismo poetico difficilmente eguagliato nell’intera letteratura musicale, non solo italiana. Non è il caso di fare citazioni dai brani: ogni singola frase è carica di una pregnanza tale da prestarsi al gioco e mi auguro che chi legge venga invogliato piuttosto ad ascoltare con attenzione l’intero disco. Mi limito a metterne in luce il significato globale, dato che si tratta di un concept album e quindi ha una chiave di lettura piuttosto definita. È lo stesso cantautore che ce la fornisce nell’incipit, Laudate dominum, che viene ripreso alla fine, con un titolo diverso Laudate hominem: un invito corale ad accogliere Gesù come uomo e non come Dio, ad amarne l’umanità, a seguirne le azioni e soprattutto a rifiutare l’idea della fede, che è solo strumentale al potere, “la fede, che insegna ad avere il diritto al perdono sul male commesso nel nome d'un dio, che il male non volle finché restò uomo”. È la tesi ripresa dopo tanti anni da Ermanno Olmi nel film Centochiodi e in un altro contesto culturale da Deepa Mehta in Water. Così la storia è solo un “pretesto” per narrare la Storia dell’uomo, perché nell’umanità ciascuno svela la sua natura divina. Ogni personaggio si rivela fonte di ispirazione e viene descritto con un’accurata introspezione psicologica: così il tumulto di sentimenti di una timidissima e giovane Maria, divisa tra la gioia della maternità e lo stigma sociale “la tua mano nasconderà un sorriso” (Ave Maria), così i “ladroni” - ai quali Fabrizio De Andrè restituisce la dignità umana e sociale recuperando, finalmente, il nome (Tito e Dimaco) - raccontano la sofferenza e la sconfitta, la difficoltà della vita e l’ipocrisia delle istituzioni, ma anche la capacità di aprirsi al perdono e all’amore (Il testamento di Tito), così le vedove assiepate lungo la Via della croce, sono silenziose e composte, “ma filtra dai veli il dolore”, per chi, perdonando Maddalena, ha aperto il varco alla libertà e all’uguaglianza. Oggi è comune trovarlo in cd, ma il vinile de La buona novella racconta, con la sua struttura a due facce, i due “colori” dell’opera: i primi cinque brani (lato A) sono il racconto della nascita di Gesù, la vita sociale di Nazareth, i sentieri polverosi di sabbia, le ingenuità infantili, i miracoli che si avverano attraverso il vento, la scoperta e la gioia della maternità. Il lato B, invece, comincia con l’annuncio della morte di Gesù e termina con la crocifissione e la confessione di Tito. Due registri dialetticamente opposti, il primo favolistico, che tocca il suo culmine nel racconto che Maria fa del suo sogno, l’altro drammatico, in cui ancora una volta Maria, non più incredula, ma disperata, bestemmia sotto la croce del figlio “non fossi stato figlio di Dio ti avrei ancora per figlio mio”. Suoni ovattati degli strumenti acustici (con inserimenti di etno music ante litteram) nel primo lato, chitarre e batteria nel secondo lato; un risultato musicale impeccabile, dovuto a Gian Piero Reverberi (che pochi anni prima aveva un po’ esondato in retorica nell’album Tutti morimmo a stento) e alla grande professionalità dei musicisti coinvolti: oltre a all’orchestra e a un coro (I musical), nel disco hanno suonato Franco Mussida (chitarra), Franz Di Cioccio (batteria), Giorgio Piazza (basso) Flavio Premoli (organo) Mauro Pagani (flauto) (non erano ancora PFM, si facevano chiamare “I quelli”) e Andrea Sacchi (chitarra). Turnisti Angelo Branduardi e Maurizio Fabrizio. La ripresa dell’opera in tempi recenti da parte di tanti artisti (tra tutti si ricorda la messa in scena di Giorgio Gallione, con le splendide interpretazioni di Leda Battisti e Lina Sastri e quella – da dimenticare – di Claudio Bisio) testimonia la grandezza del disco che deve annoverarsi tra i capolavori della discografia italiana. Tracklist: * Laudate Dominum * L'infanzia di Maria * Il ritorno di Giuseppe * Il sogno di Maria * Ave Maria * Maria nella bottega d'un falegname * Via della croce * Tre madri * Il testamento di Tito * Laudate Hominem PopOn consiglia l'ascolto di tutti i brani! Vai alla pagina di Fabrizio De André Vai alle altre Recensioni Condividi |
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Scritto da Nicola Cirillo
Mercoledì 19 Maggio 2010 00:00
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