Macramè
Scritto da Michele Monina
Venerdì 02 Luglio 2010 00:00
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Ivano Fossati su Popon
Columbia Records 1996

Ivano Fossati, per me, c’è sempre stato. Nel senso che quando ho cominciato a muovermi per questo mondo le sue canzoni erano già nell’aria, o meglio ancora, stavano cominciando a muovere i primi passi insieme a me. Che si trattasse del prog-rock in vago odore ecclesiastico di Jesahel o quelle rock di, appunto, La mia banda suona il rock, che si trattasse dell’ironia tutta reggae di Limonate e zanzare o dei lenti strappacuore come La costruzione di un amore, Fossati ha in qualche modo pisciato su tutti gli angoli della mia esistenza, segnando il territorio, marchiandoli, questi angoli, facendoli propri. Non è quindi un caso che, dovendo decidere a che artista affidare una ipotetica colonna sonora della mia vita, se mai qualcuno dovesse pensare di farne un film (sono megalomane, lo so, ma in questo caso sto usando una figura retorica) è al maestro di Genova che la affiderei. E non è altresì un caso che, quando nel corso della mia carriera mi è capitata l’opportunità di intervistarlo, in alcune occasioni, ho sempre rifiutato, perché, non si sa mai, non avrei voluto che il reale Ivano Fossati, magari, mi rovinasse l’immagine angelicata che mi sono fatto di lui. Del resto, mi ripeto, di incontri con Ivano Fossati, almeno di incontri musicali, ne avevo già avuti tanti. Perché tanti erano stati gli Ivano Fossati nell’arco di una carriera iniziata, come la mia vita, a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Non volendo qui fare una biografia del cantautore ligure, mi basterà soffermarmi su alcune delle tappe fondamentali del suo e del mio cammino. Archiviato presto quello rock-blues, c’era stato quello elegantemente pop di Le città di frontiera e di 700 giorni, con due perle assolute come La musica che gira intorno o Una notte in Italia, quelle di orientamento world (una world music ante-litteram, per certi versi) de La pianta del Tè e di Discanto (con l’oriente e il Portogallo a fare da sfondo), fino ad arrivare a quel picco assoluto rappresentato da Lindbergh, probabilmente uno degli album più belli della storia della musica leggera italiana. E quindi arriviamo all’album che dobbiamo recensire, Macramè, un album che deve fare i conti con un classico, con una pietra miliare, con un monumento alla carriera. E come si può mai affrontare una simile responsabilità, se non chiudendosi in se stessi e cercando di spostare la propria intimità al centro della scena? Fossati affronta la prova del post-La canzone popolare (brano che, con La mia banda suona il rock, è probabilmente uno dei più noti della sua produzione, nonché uno dei meno interessanti, a detta di chi scrive queste parole) andando a costruire piccoli specchi capaci di riflettere la propria anima come L’amante o L’angelo e la pazienza, come Il canto dei mestieri e L’orologio americano, cesellando un album (a sentirlo sembra di sentire i rumori di una falegnameria, tanto sa di artigianato antico) costruito su suoni acustici, quadrati, mai eccessivi, sempre azzeccati. Canzoni che cantano il disagio di chi vive suo malgrado oggi, in un tempo non apprezzabile, lontano da ogni ideale. Fossati ci regala, con le undici tracce di questo album destinato a segnare in qualche modo una svolta nella sua carriera e premiato con la Targa Tenco nel 1996, il lavoro di chi ha deciso, finalmente, di fare i conti con se stesso, ormai maturo per spostare lo sguardo sull’io dopo aver per così tanti anni cantato gli altri e il mondo. Non bastasse, da questo momento in poi, con i successivi La disciplina della terra (la canzone omonima varrebbe da sola il prezzo del cd), Lampo viaggiatore (con Il bacio sulla bocca, che da sola vale il prezzo di tutta una discografia), i meno fondamentali L’arcangelo e Musica moderna e tutta una serie di raccolte e album dal vivo, Fossati riuscirà, dopo una vita, a tornare a fare anche rock, un genere molto frequentato in gioventù e poi abbandonato quasi con rabbia. Ma il 1996, va detto per cronaca e anche con un tocco di malinconia per un tempo andato che non potrà più tornare, è anche l’anno in cui uscirà un’altra opera fondamentale nella carriera di Fossati nonché nella vita di chi scrive e, c’è da scommetterci, più in generale di chi ama la musica, Anime Salve di Fabrizio De Andrè, che ha in Fossati il co-autore di tutti i brani, nonché la voce in un paio di occasioni e che, insieme allo stesso Macramè segna un momento magico per la storia della musica leggera italiana. Chiudo con una citazione presa dall’incipit di Bella speranza, la canzone di questo album che più mi impressiona a ogni ascolto, anche a distanza di quasi quindici anni dall’uscita. “Scusa se non telefono, ma ho già il mio bel daffare a non morire”. Il resto, credo, sono solo chiacchiere.

Tracklist:

* La vita segreta
* Il canto dei mestieri
* L'amante
* L'abito della sposa
* L'angelo e la pazienza
* Labile
* Bella speranza (Ti telefono da una guerra)
* L'orologio americano
* Stella benigna (La ragazza senza onore)
* La scala dei santi
* Speakering

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