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EMI 1979 Il disco che per titolo porta il suo nome, Pino Daniele lo ha registrato a Roma, a cavallo fra l’autunno 1978 e l’inverno 1979, in un luogo e un periodo che risultano utilissimi a comprendere le sfumature di cui è pregno questo album. Nel 1978 Pino Daniele non ha ancora compiuto ventiquattro anni, e ha già alle spalle un brevissimo passato come bassista dei Napoli Centrale e un album d’esordio, Terra mia, che lo ha imposto sulla scena musicale come giovanissimo portavoce di quella nuova musicalità napoletana (il "Neapolitan Power" di James Senese) già troppo stanca dei suoi centenari cliché. È lontano da Napoli in quei mesi, e la mancanza del vissuto quotidiano nella sua città contribuisce a spostare sullo sfondo quei temi partenopei che hanno caratterizzato i capitoli più epici del suo primo album, come Napule è e l'omonima Terra mia. Due canzoni che sono valse al giovane chitarrista uno stato d’adorazione da parte dei suoi concittadini e l'ingresso ufficiale nel panorama nazionale attraverso Renzo Arbore e il suo programama radiofonico cult, Alto gradimento. Ma Pino Daniele non fa in tempo a sedersi sugli allori: è in pieno fervore creativo e neanche un anno dopo ha già in testa dodici brani nuovi di zecca. Sono canzoni rigorosamente in dialetto napoletano, che pescano ancora nella tradizione cittadina ma che di melodico non hanno più nulla. Sono concitate anzi, spesso rabbiose, e risentono di quella malinconia dovuta alla lontananza dalla città, qui spesso sintetizzata nel suo mare: "Chi tene ‘o mare / s’accorge ‘e tutto chello che succede / po’ sta luntano e te fa’ senti comme coce / chi tene ‘o mare ‘o ssaje, porta ‘na croce" (Chi tene 'o mare ). Nostalgia, autunno, lontananza, mare: presupposti ideali per dare spazio, nei testi, alla propria anima. Una svolta intimista già al secondo album, ci si chiederà, non può sembrare prematura? No, se hai già pronto il tuo asso nella manica, che si chiama Je so’ pazzo e non ha bisogno di nessuna presentazione. E' una canzone di totale rottura: musicalmente perfetta, allegra, dissacrante e dalla personalità esuberante. Il suo b-side ideale sarebbe stato Chillo è nu buono guaglione, che nel disco arriva due brani dopo, a chiusura del lato A. Un brano che ai colori del Brasile (regalati dalle congas di Tony “Cico” Cicco e da un basso folgorante del grande Rino Zurzolo) associa un testo che è un'altra bomba contro la città e i suoi tabù: la storia di un trans che crede nell’amore vero e sogna una vita coniugale da persona normale. “Chillo è nu buono guaglione / però peccato ca è nu poco ricchione” dice il secondo verso, riuscendo a sintetizzare in due righe tutta l'ironia, la diffidenza e la bonarietà del Napoli-pensiero. Troppo avanti per le aspettative del tempo, e infatti Chillo è nu’ buono guaglione passò in sordina e Je so’ pazzo fu prontamente censurata dalla Rai: ne esiste una straordinaria edizione televisiva in cui la parolaccia del gran finale (quella più celebre e meno volgare di tutta la cultura italiana) è sfumata sul finale. Accortezza che crediamo inutile, poiché nel frattempo il brano era già diventato un inno nazionale, e gli italiani di fronte al televisore l’avranno di sicuro cantata tutti in coro. Nel lato B ecco altre due stelle destinate a illuminare la discografia di Pino Daniele anche di fronte agli scivoloni odierni: Ué Man!, in cui si gioca con l’anglo-napoletano poi ripreso nell'album successivo, Nero a metà, e Putesse essere allero, b-side (questa volta davvero) di Je so’ pazzo e straordinario capolavoro di "saudade" napoletana. “Putesse essere allero cu ‘nu spinello ‘mmocca e cu ‘e mmane dint’a sacca” canta Pino, mentre in testa non possono non passare le immagini del suo grande amico Massimo Troisi a zonzo per Firenze in “Ricomincio da tre”, di cui Pino Daniele un anno dopo scrisse la colonna sonora. Il resto del disco è puro blues partenopeo, con le chitarre classiche, acustiche, elettriche e gli arrangiamenti di Pino Daniele, il sax del “nero a metà” James Senese, il basso e il contrabbasso di Rino Zurzolo e le congas di Karl Potter (in Donna Cuncetta), per dimostrare che nel 1979 fra le capitali della musica internazionale c’è anche Napoli. Un momento catartico, da congelare e rilasciare poco a poco nel tempo, poiché visto da qui è appena un attimo prima che l’arrivo dei neomelodici facesse piazza pulita di tutto. Oggi Gigi D’Alessio docet e neanche Pino Daniele è più lo stesso. Ecco, allora, ho diritto a un bonus nostalgia? Se sì, lo spendo tutto qui: ridateci indietro la Neapolitan Power. Tracklist: * Chi tiene ‘o mare * Basta ‘na jurnata e sole * Je so’ pazzo * Ninnanàninnanoè * Chillo è nu buono guaglione * Donna Cuncetta * Il mare * Viento * Putesse essere allero * …E cerca ‘e me capì PopOn consiglia l'ascolto di Je so’ pazzo e Chillo è nu buono guaglione! Vai alla pagina di Pino Daniele Vai alle altre Recensioni Condividi |
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Scritto da Simone Arminio
Martedì 28 Settembre 2010 00:00
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