Anime salve
Scritto da Giulia Zichella
Lunedì 10 Gennaio 2011 00:00
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Fabrizio De André su Popon
BMG Ricordi - 1996

L’album è l’ultimo registrato in studio da Fabrizio De Andrè. E solo per questo, avvicinarsi e parlarne non è semplice. Non lo è soprattutto per chi ha una venerazione quasi religiosa per quello che fu cantautore, profeta, intellettuale (nella migliore accezione del termine) e grande uomo di pensiero del nostro Novecento. Anime salve, 1996, produttore artistico Piero Milesi e coautore Ivano Fossati. Per molti è il testamento artistico di Faber e porta dentro sé le mille anime del cantautore genovese e le molte sfumature della sua capacità compositiva. Se volessimo fare un’analisi secondo una logica di geografia emozionale potremmo dire che in queste nove tracce ci sono i luoghi cari a De Andrè uomo, racchiusi tutti insieme, per l’ultima volta. C’è la Liguria con il suo mare, legati al ricordo preciso delle acciughe che, per scappare, saltano fuori dall’acqua e sembrano quasi formare una sfera sulla superficie. C’è ancora Genova nella splendida Dolcenera. Poi c’è la Sardegna, l’amore di una vita, con il racconto di quell’onore e quell’orgoglio delle famiglie contadine che così tanto De Andrè aveva amato e rispettato (Disamistade). Ancora, la Basilicata e i ricordi delle estati passate con la famiglia, e le anziane donne del materano “mastica e sputa, da una parte il miele, mastica e sputa, dall’altra la cera” di Ho visto Nina volare. C’è l’Italia in questo ultimo disco, ma c’è anche un po’ di quel Brasile che Fabrizio aveva imparato a conoscere con Caetano Veloso e c’è il popolo Rom (Khorakhanè), emblema di un non luogo, della vita che è viaggio e cambiamento e non staticità (fisica e di pensiero). A questo primo piano di significati se ne aggiunge un secondo: quello dei personaggi descritti nell’album. C’è la Prinçesa, una storia comune che diventa durezza e poesia insieme, per come De Andrè riesce a plasmarla, storia del transessuale Fernandino che “corre all’incanto dei desideri” e va a correggere la fortuna. Il brano si chiude con i cori in portoghese: a falta (il fallimento), o nojo (lo schifo), a formosura (la bellezza), viver (vivere). C’è l’uomo che sogna la sua Dolcenera e l’attende invano mentre Genova annega sotto l’alluvione del ‘70. C’è il pescatore ligure e quel mondo in cui De Andrè è cresciuto, c’è la sua solitudine forzata da un lavoro che lo lascia unico artefice del suo destino, insieme al racconto magico di un pezzo di vita trasformato, come spesso Fabrizio ha saputo fare, in una ballata popolare. C’è la famiglia sarda, la faida, la lotta, l’orgoglio mischiato a un onore smaccato; c’è la ragazza che si va a sposare (A cumba), personaggio anch’esso dal sapore popolar-tradizionale, cantata in genovese; c’è Nina, forse un’amica di infanzia del cantautore, un primo amore, la compagna di gioco, e l’immagine della ragazzina che si mischia ai sapori del luogo, a una pratica antica che in modo geniale racconta di quel mondo del Sud Italia che tanto De Andrè ha attraversato e vissuto; e infine il popolo Rom, quello descritto nella struggente Khorakhanè, il più bel manifesto di libertà e integrazione che mai nessuno ha saputo scrivere e cantare. Ad andare ancora più a fondo c’è il tema della solitudine, che pervade tutte le nove tracce e che trova il suo apice nel brano che dà il titolo al disco, profondamente commovente e cantato in maniera splendida da De Andrè e Fossati; un brano che, insieme a quello che lo conclude, sembra racchiudere non solo questo lavoro discografico ma anche molta della poetica deandreiana, appropriandosi di temi, atmosfere e linguaggi da sempre cari al cantautore. Smisurata preghiera chiude infine questo disco, l’ultimo lavoro in studio, e mette un punto, purtroppo finale e definitivo, alla vita artistica di Fabrizio. Dentro c’è tutto, il bisogno di rivolgersi al divino, la richiesta di riscatto di quegli ultimi che Faber ha sempre cantato, la meschinità delle maggioranze, la libertà non barattata con nulla, la disperazione di chi viene emarginato e messo agli angoli del mondo. De Andrè decide di lasciarci un ultimo monito, un ultimo insegnamento in vita, e scrive in poche semplici parole il suo ultimo atto d’amore profondo per le minoranze e per l’indipendenza, per quella “direzione contraria” in cui ha sempre vissuto. “Un discorso sulla libertà”, così De Andrè definì questo disco nell’ultimo concerto al Teatro Brancaccio di Roma nel 1998. Un discorso sulla libertà, da un uomo che, raccontando il nostro mondo sempre con lucida capacità critica e altissima forza poetica, libero lo è sempre stato.

Tracklist:
* Princesa
* Khorakhané
* Anime salve
* Dolcenera
* Le acciughe fanno il pallone
* Disamistade
* A cumba
* Ho visto Nina volare
* Smisurata preghiera

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