Leggera, classica, operistica… ho avuto la fortuna di nascere in un periodo e in una terra in cui gli steccati tra i vari generi musicali non esistevano. Nel mio Salento, dove ho vissuto fino a 18 anni, ascoltavo le canzoni di Domenico Modugno e di Lucio Battisti, per poi passare alle arie d’opera di Giuseppe Verdi e di Giacomo Puccini. Nel mio paesino, Acquarica del Capo, o in quelli vicini, era festa grande quando arrivavano “i cantanti”. Ricordo l’emozione di ascoltare da vicino a Gallipoli, ad Alezio o in qualunque paesino del leccese, gente come
Peppino Di Capri, Ornella Vanoni, Michele, Dino, John Foster, Milva. Ma ci si emozionava anche quando arrivavano quegli altri cantanti, spesso non anoressici, che ci deliziavano con le arie de “La bohème”, “Il Trovatore”, “La Traviata”, “Aida”, “Il barbiere di Siviglia”, “Madama Butterfly”, “L’elisir d’amore”, “Turandot”… Con queste premesse, ancora oggi conservo la buona abitudine di godere di qualunque genere musicale, purchè sia ben fatto. Passo con grande naturalezza da Mozart a Jovanotti, da Donizetti a Pino Daniele.Nei giorni scorsi, al Comunale di Firenze, tempio del Maggio Musicale, ho assistito ad un’edizione della verdiana “Aida” di cui certamente si parlerà a lungo. C’erano tutte le caratteristiche dell’evento: le scene erano di Dante Ferretti (premio Oscar), la direzione d’orchestra del maestro Zubin Mehta, la regia di Ferzan Ozpetek. Soprattutto per quest’ultimo c’era grande curiosità, per il suo debutto alla regia di un’opera… e che opera! Non essendo un critico teatrale, non ho gli obblighi liturgici di assegnare pagelle a destra e a manca, magari partendo dall’odiosa frase: “L’edizione che ho visto anni fa era tutta un’altra cosa!”. Ho visto anch’io varie edizioni di questo capolavoro, ma, superato lo stupore iniziale, ho cominciato ad apprezzare tutte le novità apportate in quest’occasione. Celebrare la vittoria e sentirne l’ambiguità, raccontare il trionfo e denunciarne la parallela sconfitta, rispettare una partitura musicale e contemporaneamente farla propria. Sembrano tutte cose impossibili da realizzare, eppure ci sono riusciti i magnifici tre Mehta-Ozpetek-Ferretti. Assenti gli effetti quasi circensi di tante edizioni storiche (elefanti, sfilate interminabili di guerrieri, esibizione di bottini di guerra) più che all’ennesima “Aida” mi è sembrato di assistere al sogno di un’Aida. Le situazioni, come succede nei sogni, sembravano tutte amalgamate da una visione unica in cui si incontravano nello stesso momento gli estremi: la disperazione e l’estasi, la guerra e il pacifismo, l’erotismo e la morte. Ozpetek mi ha dato l’idea di essersi impossessato del punto di vista del destino, oscuro o esaltante, o l’una e l’altra cosa insieme. Indimenticabile resta la figura di una bambinetta che, proprio nel momento della marcia trionfale, riempie di suggestione l’intero palcoscenico col suo aspetto sperduto, la sua veste insanguinata, il suo sguardo pieno di interrogativi. Ozpetek, senza alzare la voce, con la sua solita misura, capace di smuovere i pregiudizi più radicati, mette in atto in questo modo un’efficacissima denuncia antimilitarista. La guerra, messa in discussione addirittura nel momento del trionfo, subisce una condanna definitiva, senza se e senza ma, in linea con una pietas reale, di cui si parla tanto, ma così poco praticata… anche in questi giorni! Non deve stupire l’approdo del regista turco ad una musica così alta. In tutti i suoi film la musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale. Ne “La finestra di fronte” resta indimenticabile quella Gocce di memoria cantata da una Giorgia al massimo delle sue capacità. Dopo la brillante “50mila di Nina Zilli, in Mine vaganti arriva Sogno di Patty Pravo a suggellare un film in cui si mescolano sapientemente dramma e comicità; per non parlare poi di quella Remedios di Gabriella Ferri che scatena una tempesta emotiva in un momento fondamentale del film Saturno contro. Il cast vocale dell’Aida fiorentina è tutto all’altezza della situazione. Non c’è nulla di sfocato; tutti i caratteri sono ben delineati. Personalmente ho apprezzato la credibilità anche recitativa dell’Amonasro di Ambrogio Maestri e la duttilità vocale della cinese Hui He, Aida, che ci ha ricordato che gli artisti che arrivano dall’Oriente forse non hanno la bellezza dei nostri timbri vocali, ma non hanno rivali per quanto riguarda l’impegno ed il rispetto per l’arte. Si può ascoltare un cd in macchina oppure in casa con un buon impianto audio, ma non c’è confronto: ascoltando quest’Aida mi convinco che solo in un bel teatro (come il Comunale di Firenze) la musica ti avvolge e ti appaga, come se ci facessi l’amore. E di amore ce n’è tanto, in tutte le forme, in questa rilettura di Ozpetek, fino alla scena finale, quella dell’addio dei due protagonisti sepolti vivi, nella quale la vera infelice sembra la principessa Amneris, che sopravvive senza amore, mentre, tra i riflessi della sabbia che li avvolge come una presenza consapevole, i due amanti lasciano la vita accomunati fino all’ultimo respiro da un erotismo assoluto, che esclude la disperazione. E qui ritorna a farsi sentire la mano del regista che chiede all’opera di Verdi di chiarire fino in fondo la definizione del rapporto esistente tra Eros e Thanatos. La migliore critica su Ozpetek regista forse me l’ha data mia figlia quando mi ha detto: “Ci sono tanti registi bravi… e sono importanti. Ma Ozpetek non è solo bravo… lui parla direttamente al cuore!” Anche in quest’Aida, aggiungo io! (Nella foto Ferzan Ozpetek) Vai alla pagina di Franco Simone Vai alle altre pagine del Diario di Simone Condividi |
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Scritto da Franco Simone
Venerdì 06 Maggio 2011 00:00
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Leggera, classica, operistica… ho avuto la fortuna di nascere in un periodo e in una terra in cui gli steccati tra i vari generi musicali non esistevano. Nel mio Salento, dove ho vissuto fino a 18 anni, ascoltavo le canzoni di Domenico Modugno e di Lucio Battisti, per poi passare alle arie d’opera di Giuseppe Verdi e di Giacomo Puccini. Nel mio paesino, Acquarica del Capo, o in quelli vicini, era festa grande quando arrivavano “i cantanti”. Ricordo l’emozione di ascoltare da vicino a Gallipoli, ad Alezio o in qualunque paesino del leccese, gente come
Peppino Di Capri, Ornella Vanoni, Michele, Dino, John Foster, Milva. Ma ci si emozionava anche quando arrivavano quegli altri cantanti, spesso non anoressici, che ci deliziavano con le arie de “La bohème”, “Il Trovatore”, “La Traviata”, “Aida”, “Il barbiere di Siviglia”, “Madama Butterfly”, “L’elisir d’amore”, “Turandot”… Con queste premesse, ancora oggi conservo la buona abitudine di godere di qualunque genere musicale, purchè sia ben fatto. Passo con grande naturalezza da Mozart a Jovanotti, da Donizetti a Pino Daniele.
Commenti
Un grazie a Franco Simone che ha descritto così bene un avvenimento tanto importante.
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