Michele Monina, diavolo di un critico
Scritto da Gerardo Larosa
Venerdì 18 Settembre 2009 10:50
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Michele Monina su PopOn Scrittore, critico ed esperto musicale, con un passato da musicista ormai archiviato. Ma chi è veramente Michele Monina? Prima di tutto una persona che dice sempre quello che pensa e soprattutto pensa a quello che dice; sincero e schietto al punto giusto e, proprio per questo, in passato inviso ad alcuni nell'ambiente della discografia. Prendendo spunto dalla lettura del suo saggio C'è tutto un mondo intorno (No Reply), PopOn ha voluto dargli la parola. E così ecco svelati alcuni altarini, perché non è tutto oro quello che luccica, soprattutto nel mondo della musica.

Dalla letteratura alla critica musicale il passo può essere breve ma non obbligatorio. Il tuo com'è avvenuto?
È stato casuale. In realtà, il mio passaggio alla letteratura arriva dalla musica, nel senso che ho cominciato suonando e poi a metà degli anni Novanta ho iniziato a scrivere. Ho abbandonato la musica per una questione personale: preferisco lavorare da solo e per il musicista fare questo è pressoché impossibile, tranne che tu sia Prince. Ho pubblicato quasi subito il mio primo libro. Da lì il passaggio sulle riviste musicali è stato breve. Un mio racconto, uscito per una rivista di un locale milanese, Il Tunnel, fu letto da Luca Valtorta, a quei tempi caporedattore di Tutto Musica. Valtorta mi ha chiamato dicendo che voleva pubblicarlo su Tutto. Chiacchierando, poi, è venuta fuori la mia passione per la musica e così mi ha proposto prima di fare recensioni e poi articoli.

Era un racconto a tema musicale?
No, e a dire la verità anche piuttosto stupido. Era l'epoca - parlo di circa tredici anni fa – in cui i calendari di nudo femminile, tipo quello della Marcuzzi o della Ferilli, incominciavano a non essere più solo ad appannaggio di camionisti e meccanici, ma veri e propri oggetti di moda. Io raccontavo la storia di un nuovo tipo di lavoratore, colui che preparava le modelle “facendo inturgidire i capezzoli”. Nel frattempo ho fatto il consulente per diversi anni alla Mondadori Libri e ho iniziato a collaborare anche con Panorama. Il mio ingresso nel mondo del giornalismo è stato abbastanza casuale. Non ho mai ambito a scrivere su riviste e sono sempre stato chiamato a collaborare, anche perché sono fondamentalmente monogamo. Finché è durato ho sempre scritto per una o due riviste alla volta, mai concorrenti.

Chi è il critico musicale?
Il critico musicale, così come il critico d'arte e letterario, è colui che per mestiere affina il proprio gusto e cerca gli strumenti per poter contribuire sia al percorso di alcuni artisti sia alla scoperta di altri. Ne parlavo proprio alcuni giorni fa con alcuni lettori che mi hanno contattato. Il quesito è sempre lo stesso: “Perché quello che afferma un critico musicale deve contare più di quello che dice un qualsiasi ascoltatore?”. Il motivo è che il critico non si limita solo ad ascoltare musica, ma fa ricerca. Significa che legge tutto quello che riguarda la musica e la studia, anche se non credo debba essere necessariamente un musicista. Avere una conoscenza un po' più tecnica della musica però serve, anche perché un critico di fama potrebbe essere contattato da cantanti che gli chiedono pareri in corso d'opera. E lo stesso fanno le case discografiche, che gli sottopongono provini per capire se valga o meno la pena pubblicare un artista. Inoltre, potrebbe partecipare in veste di giurato alle selezioni per il Festival di Sanremo, come nel caso di alcuni colleghi. Io, in passato, ho svolto delle consulenze per alcune case discografiche, ma non ho mai fatto parte di giurie di qualità, perché per scelta sto abbastanza appartato. Mi interessa maggiormente avere rapporti più stretti con alcuni artisti.

Quando scrivevi per Tutto Musica, le tue critiche, a volte, erano pesanti, più coraggiose rispetto a quelle dei tuoi colleghi. In seguito, per contenere le tue stroncature, alla recensione negativa fu affiancata quella positiva. Raccontaci come andò.
Premetto che era abbastanza facile criticare pesantemente alcuni artisti. Ho cominciato a fare delle stroncature piuttosto dure in una rivista che non contemplava quest'idea. Tutto Musica era una specie di corrispettivo mensile di Tv Sorrisi e Canzoni, che fa delle “segnalazioni”, dei consigli per gli acquisti e ovviamente questi sono positivi. Loro ti dicono: “Questo disco merita, compralo”. Così mi sono fatto notare anche perché ero l'unico. C'è da dire che lo facevo anche con artisti presenti in copertina - è capitato, per esempio, con Ligabue e Jovanotti – e la cosa non è passata inosservata, soprattutto perché Tutto realizzava anche le copertine, a differenza di altre riviste che compravano altrove i servizi fotografici. Per questo si richiedeva all'artista un impegno non indifferente: ci si recava in una determinata location, impiegandoci anche una giornata intera, che non è poco quando si è in promozione. Adesso questo non succede più. Il fatto che si pubblicasse una recensione negativa del cantante che si era prestato a tanto era abbastanza singolare. La direzione del giornale, comunque, faceva una scelta. Potevano non chiedere a me di fare quelle recensioni. La verità è che queste funzionavano molto: lo dimostravano le migliaia di lettere giunte in redazione. Lo spazio del forum e del botta e risposta con i lettori è nato proprio per contenere gli insulti che arrivavano a me, ma anche i complimenti, è chiaro. Così la direzione ha deciso di giocare un po' con questa cosa, affidandomi le stroncature degli artisti in copertina. Allo stesso tempo, per non fare incavolare le case discografiche, ci mettevano di fianco delle recensioni opposte alle mie.

Michele Monina su PopOn Su XL di Repubblica la stessa idea è riproposta in maniera simile...
Anche se la cosa ora è abbastanza diversa. Su XL viene fatta per provocazione, soprattutto con artisti stranieri. Se parli male di Madonna è difficile che lo venga a scoprire. Io l'ho fatto con gli italiani, che dopo ti chiamavano pure. Considera che all'epoca Tutto Musica pubblicava dei cd in regalo, frutto di accordi con le case discografiche quindi c'era anche questo aspetto da tenere in considerazione. A me è successo di aver stroncato il primo disco di Avril Lavigne e il mese successivo era prevista, in allegato, l'uscita di un suo ep, cosa che naturalmente non è avvenuta. Quando quelli dell'entourage della cantante hanno letto la recensione negativa, l'accordo è saltato. La direttrice di Tutto, infatti, non riusciva a visionare tutte le recensioni, anche perché ne pubblicavamo circa cento al mese. All'inizio sono stato una spina nel fianco per il giornale, poi, piano piano, sono stato inglobato e il candore è venuto meno.

Quindi, un lato negativo è diventato per loro un punto di forza?
Sì, ma questo riguarda anche gli artisti, infatti nel momento in cui, dopo recensioni negative, ne parlavo bene, il mio parere valeva doppio. Se Vincenzo Mollica parlasse bene di te, non sarebbe una novità, visto che lo fa con tutti. Se qualcuno, invece, parlasse sempre male di te e dopo un certo periodo scrivesse una recensione positiva, la sua opinione varrebbe sicuramente di più.

Visto che siamo in tema, quanto sono egocentrici gli artisti?
Tantissimo. Premetto che sono egocentrico anch'io perché faccio un lavoro che è basato sul nome. Nei libri la prima cosa che leggi è il nome dell'autore prima del titolo e della casa editrice. I cantanti ovviamente hanno una platea enorme e quindi lo sono molto di più. Ma la cosa, in realtà, vale anche se vendono cinquecento copie. È gente che ha deciso di stare sul palco: la cosiddetta timidezza degli artisti io non l'ho mai vista. Loro vivono una vita diversa dalla stragrande maggioranza delle cosiddette persone normali, che la mattina vanno a lavoro, portano i figli a scuola o vanno a fare la spesa. Se trovi quelli che hanno la moneta da un euro per il carrello della spesa, rimani stupito, perché di solito se chiedi loro una cosa pratica, non la sanno fare. Hanno una percezione falsata della realtà.

Nel tuo saggio sulla musica italiana ne racconti delle belle. Un episodio in particolare mi ha incuriosito molto. Nel libro scrivi: “Tiziano Ferro durante un servizio fotografico si infilò un intero rotolo di scottex nelle mutande, perché, mi spiegò, il calzone di pelle rossa sfinisce, mentre quello nero no, e lui indossava ovviamente un calzone di pelle rossa decisamente troppo sfinente, a suo dire”. Succede anche questo nel tuo lavoro?
Sì, Tiziano Ferro lo intervistai per Tutto Musica. Premetto che quando si è seduto davanti a me, io ero la prima firma del giornale e lui non aveva ancora pubblicato il suo album d'esordio. Era uscito solo il primo singolo Xdono, ma non se n'era parlato minimamente. La sera prima che lo intervistassi, aveva avuto un doppio passaggio su Striscia la notizia e sulle Iene, che l'ha fatto diventare famoso. Infatti, da quel momento la canzone è diventata un tormentone. La cosa incominciò quando mi disse che lui non era cattivo, con frasi del tipo: “Dai, non mi trattare male, mi raccomando”, facendo capire che sapeva chi fossi. Poi quando ho spento il registratore, mi ha riferito delle cose che non potevo riportare nell'articolo, perché esistono delle regole secondo cui, se non si possiede la registrazione del parlato, è meglio non rischiare, non avendo le prove per dimostrare eventualmente la propria buona fede. Io ho voluto comunque scriverlo, in particolare questa cosa dello scottex, che era provabile perché c'era altra gente con me. Insomma, lui ha voluto fare il ganassa, come dicono a Milano, lo splendido, cioè non solo mi stava fregando ma me lo diceva pure. Il fatto che io abbia raccontato l'episodio è stato un modo per far capire al giovane Tiziano Ferro che, in questo mondo, fare i furbi non sempre funziona. Naturalmente poi lui, dopo essere diventato il cantante che vende milioni di copie, me l'ha fatta pagare. Ha quasi fatto saltare una copertina e mi ha bandito dalle sue conferenze stampa, come se fossi una sorta di nemico pubblico. Parliamo di otto anni fa. Penso che, probabilmente, se ci incontrassimo ora, non si ricorderebbe neanche dell'episodio.

Nonostante questo episodio, poi, la copertina fu realizzata?
Sì, ma questo avvenne successivamente. Dopo parecchi mesi, Tiziano Ferro era diventato famoso e il giornale ebbe l'idea di seguirlo per l'Europa e poi a Latina, dove avrebbe tenuto un concerto per la sua città. Durante tutta la settimana in cui la nostra giornalista l'ha seguito, l'ha sempre tenuta a distanza dicendo che non aveva ancora deciso se l'intervista l'avrebbe fatta. L'ha fatta, alla fine, ma ha chiesto e ottenuto che il giornale si scusasse per quello che poco tempo prima avevo scritto io. Non sono mai stato d'accordo con la direzione del giornale che ha accettato di chiedere scusa. Sono sempre stato dell'idea che se pubblichi una qualsiasi cosa scritta da un collaboratore, poi lo difendi fino alla morte. Allo stesso tempo non mi sono sorpreso di nulla, ma ho preso atto di questo.

Michele Monina su PopOn Artisticamente parlando, data la tua esperienza nel settore, qual è il cantante italiano più sopravvalutato dalla critica?
Ce ne sarebbero parecchi. Oggi direi Giusy Ferreri. È un'artista che, se fosse stato per me, non avrebbe pubblicato neanche un singolo.

Non pensi che sia troppo presto per dirlo?
No, non credo. Rispetto al passato vengono realizzati molti meno dischi e un tempo si aveva più tempo per capire se un artista avrebbe funzionato o meno. Adesso no, per questo credo che quel disco lì io non l'avrei pubblicato. In quell'album c'è solo una canzone che merita ed è L'amore e basta, che è rovinata da come la canta Giusy Ferreri. Però il pubblico l'ha comprato. È un discorso molto lungo: verrebbe da chiedersi perché il pubblico acquista determinati dischi, per esempio quelli dei partecipanti di “Amici” di Maria De Filippi, che non c'entrano nulla con la musica ma tanto con la televisione. Se dicessi che Marco Carta è stato sopravvalutato direi una fesseria, perché non ho mai letto una recensione positiva su di lui. Se poi sopravvalutato vuol dire che ha successo, allora ci metto anche lui insieme ad Alessandra Amoroso, Valerio Scanu e tanti altri. Ci sono artisti molto valutati dalla critica che io non comprerei. Tipo? Tipo Sergio Cammariere: fosse per me, canterebbe ancora nelle cantine. Sono gusti personali e provocazioni le mie, anche perché è difficile capire se una persona possa o non possa fare un determinato mestiere. Una cosa è certa: di tutti quelli che provengono da Amici o X Factor non ne salverei nessuno. Fortunatamente, a parte Giusy Ferreri, non c'è nessun altro perché nessuno si è salvato.

Parlando di tv, ricordiamo la tua partecipazione in veste di autore a “Stasera niente Mtv”, presentato da Ambra Angiolini. Come vedi la musica in televisione, allora?
Io non la vedo la musica in televisione. Secondo me non c'è un programma di musica decente in tv e, in genere, ci sono pochi programmi di musica. L'unico che mi viene in mente è “Scalo 76”, anche se non sempre originale. I reality show e i talent show non fanno musica. Chiedere a pinco pallino di fare una cover in due o tre giorni non c'entra con la musica. “Amici” è più focalizzato sul musical, provocando però danni irreversibili alla discografia. Non ha tirato fuori artisti perché quelli che partecipano al programma sono più che altro dei manovali del musical. A “X Factor” avrebbero dovuto sfornarli ma non si è visto niente. L'ultima edizione è stata orribile. I Bastard Sons of Dioniso dove sono, per esempio? La loro canzone era sentita e risentita miliardi di volte. Noemi è una bravina ma se vai ai Navigli il venerdì sera ne trovi altre dieci come lei. “Stasera niente Mtv” era un programma che provocatoriamente cercava di portare la musica in televisione. Sono stati nostri ospiti la PFM, Alberto Fortis, Nada, Branduardi, Drupi. La nostra idea era di chiamarli e farli duettare con artisti giovani di Mtv però, poi, il programma non è stato riproposto. Neanche Mtv porta la musica in tv: ormai manda solo i video dei reality show o di Lady Gaga, che andrebbe pure bene se il tuo obiettivo fosse lobotomizzare i tredicenni. Io la musica la cerco da un'altra parte.

In un periodo di crisi, anche la musica soffre. Come pensi reagirà il mercato discografico nei prossimi anni?
Credo che entro pochi anni non ci saranno più le case discografiche e, a parte il dispiacere per quelli che ci lavorano e perderanno il posto, questo evento sarà fonte di immensa gioia, perché queste hanno fatto e continuano a fare solo danni. Andrebbe trovata un'altra forma ma non saprei dire quale. Sicuramente non sarà quello che finora è stato il music business. La musica si scarica, non si acquista quasi più, anche perché il cd è un oggetto che fa abbastanza 'cagare'. Venti euro per un cd è decisamente tanto. Perché quando leggo una notizia in rete, questa è gratis e una canzone no? Gli editori online si fanno pagare attraverso i banner pubblicitari. Troveranno un modo per farsi pagare anche con la musica. E lo stesso vale per iTunes: se fanno pagare una canzone 0,99 centesimi, la gente preferisce comparsi un cd con quindici canzoni allo stesso prezzo, con il vantaggio di avere un libretto e una copertina veri. Con questo andazzo sicuramente i concerti faranno la differenza. Inoltre, sempre più spesso, gli artisti passano dalle major alle indipendenti per loro scelta: evidentemente nelle major qualcosa non funziona.

Hai scritto tre libri su Vasco Rossi, che ti hanno portato decisamente fortuna. Qual è il tuo rapporto con il Blasco?
È il rapporto di un giornalista che ha intervistato alcune volte un cantante. Diciamo che è un legame che non esiste. Credo che per un artista che da trent'anni rilascia interviste, io sia un mister X. Non lo sono, però, i due libri su di lui che hanno venduto di più in assoluto. Presumo che lui sappia chi sono io ma non ci frequentiamo. Vasco non è il mio cantante di riferimento, anche se ritengo che se fai questo mestiere in Italia, non puoi non occuparti di lui, il cantante che ha in assoluto più seguito e continua a vendere dischi e fare tournée con centinaia e migliaia di persone. Analizzarlo mi sembrava il minimo. Vasco Rossi è un fenomeno transgenerazionale. Forse solo i Nomadi sono come lui, ma con numeri nettamente inferiori. Se ti occupi di cultura popolare come me, è interessante capire la ragione per cui esiste un fenomeno come Vasco.

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