Marco Rinalduzzi, fiuto per la musica
Scritto da Roberta Balzotti
Mercoledì 02 Luglio 2008 15:10
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Marco Rinalduzzi su Popon
Chitarrista, compositore, arrangiatore, produttore, talent scout: la lista di qualifiche di Marco Rinalduzzi è davvero lunga. E dopo un periodo di pausa produttiva, trascorso a suonare e a far suonare chi avesse il piacere autentico di avvicinarlo, di recente il suo nome è tornato a circolare insistentemente grazie a una nuova produzione, quella che lo vedo fiancheggiare Ilaria, giovane cantante di XFactor. Con il pretesto di parlare di lei, lo abbiamo avvicinato, ma in realtà puntavamo ai suoi ricordi e alla sua esperienza.

Un colpo di fulmine con Ilaria?
Direi di sì. Due anni fa mi hanno portato in studio questa ragazzina sarda. Le ho detto: “Non produco più”. Poi ho cambiato idea, conquistato da quel suo essere artista, perché Ilaria non si sente un’artista ma è un’artista vera. E così ho cominciato a lavorare con lei per produrre il suo disco. E, quando lo stavamo ultimando, è arrivato “X Factor”. Il primo approccio è fondamentale. Ricordo Giorgia: aveva diciassette anni quando la sentii cantare una sera al Fonclea, un locale di Roma. Capii subito che aveva un potenziale senza fine (così prese Giorgia sotto la sua ala: compose con lei e con Massimo Calabrese le canzoni del primo album, ndr).

E con Alex Baroni come andò?
Mi portarono in studio una cassetta con incisa la canzone Quando l’amore se ne va. Restai colpito da quella voce, da quella capacità interpretativa. Da lì nacque la mia collaborazione con Alex e anche la nostra amicizia. Con lui c’era un legame forte, un rapporto fraterno: abbiamo fatto insieme tre dischi, duecento date; ha vissuto a casa mia per un anno e mezzo...

Trasmissioni televisive come Amici e X Factor e altri canali di diffusione tipo Myspace stanno cambiando il lavoro di scouting?
Sì, ma la musica è nei club, nei pub, nelle cantine. E i discografici lì non vanno. Dal ’92 al ’99 ho avuto un contratto d’esclusiva con una major per andare a scovare talenti. E’ nei locali che ho scoperto Zenima, Giorgia, Petra Magoni e tanti altri. La prova del nove per capire se uno è veramente valido e può avere futuro resta sempre l’ascolto dal vivo nei club. Lo senti cantare tre pezzi e se ti fa alzare il pelo delle braccia, quello è un arista, anche se prende una stecca.

Marco Rinalduzzi su Popon Componi, arrangi, lavori per il cinema, la televisione; hai una tua etichetta discogratica, “I Piloti”, e uno studio di registrazione all’avanguardia nelle campagne della Tuscia, ma tu nasci come chitarrista…
La chitarra mi ha portato a grandi esperienze con artisti italiani e internazionali, suonando nei loro dischi e nei loro concerti. E’ una lunga lista: va da Cocciante, con cui ho vissuto la mia prima tournée importante nell’81, a Sting, da Zucchero a Keith Emerson, tanto per citarne qualcuno.

E ogni tanto ti diverti con il tuo gruppo “Rinalduzzi & Friends”.
E’ stata un’idea di Antonio Pascuzzo, il direttore artistico del The Place di Roma. Mi ha detto: “Vedo gente onorata di suonare o aver suonato con te, perché non li raduni?”. E così ho messo su un gruppo base al quale durante le serate si aggregano amici. Ho già avuto ospiti Luca Barbarossa, Tosca, Gegè Telesforo, Ilaria.

Una curiosità: la chitarra alla quale sei più affezionato?
Sono due: una Yamaha elettrica semiacustica, comprata nel ’72, che ha girato il mondo, la porto sempre con me, c’ho fatto la guerra, e una Martin acustica del ’62 che fa parte della mia collezione. Ma questa non esce: la suono soltanto a casa o in studio.


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