C’era una volta una ragazzina che incantò l’Italia. Cantava, ma lo faceva in modo strano. Non somigliava a nessuno. Era energia pura, sentimento, forza. Era un’entità vocale, un po’ sgraziata, ma quel tanto che bastava ad esprimere un senso di assoluta libertà. Il fisico sembrava modellato per meglio definire quella voce. Lei era piccola, ma non sembrava un difetto. Sembrava, piuttosto, che il fisico si fosse rimpicciolito per mettere in maggior risalto il carisma di una voce sorprendente. Era graziosa come lo sono certe creature fantasiose.
Era talmente ben delineata nel suo personaggio che sembrava il frutto del progetto di una schiera di uomini di scienza impegnati a creare un personaggio pubblico in grado di conquistare tutti.
E tutti erano conquistati da quella voce che conteneva le tenerezze delle prime sofferenze d’amore, il ritmo che scandisce ogni manifestazione di gioventù, l’esplosione della voglia di vivere di un’intera nazione stanca, ma indomita, la necessità di una sofferenza come lasciapassare per i momenti che la vita regala sempre a quelli che sanno aspettare.
C’era energia e consapevolezza, umanità e ottimismo nella voce di Rita Pavone.Quanto ho amato quella sua emissione apparentemente sgrammaticata, anarchica, ma pronta a seguire tutti i suggerimenti del cuore. Già… il cuore! “Mio cuore, tu stai soffrendo. Cosa posso fare per te?...” Come le raccontava bene la nostra Ritina le pulsazioni del cuore e come era facile, alla prima delusione amorosa, riascoltare quel disco e capire che la sua non era più una singola voce, ma il coro di tutti noi che, ascoltandola, ci sentivamo rappresentati, raccontati con precisione da lei. Per tanto tempo quella voce ci ha trascinato tutti in un ballo vorticoso che, come in certe danze tribali, avevamo voglia non finisse mai. Ci bastava sentire risuonare frasi apparentemente scollegate, che, però, ubbidivano alle legge inesorabile del buon gusto. Ci inebriava quella mescolanza di senso e non senso, di geghegè e balli del mattone, di martelli da dare in testa a qualcuno e partite di pallone, di un pianissimo che diventava fortissimo, di amori unici che… “come te non c’è nessuno”! Ad un certo punto qualcosa ha cominciato a scricchiolare. Lascio agli storici della nostra musica popolare i particolari biografici. Per quanto mi riguarda, penso che un’artista come la Pavone vada amata, coccolata, preservata tutti i giorni. Sapere, per esempio, che la sua voglia di ripresentarsi al Festival di Sanremo non sia stata tenuta in considerazione per lunghi anni, mi dà un senso di disagio, come se fossi spettatore di una grossa ingiustizia. Gli artisti più sono grandi, più sono fragili. Non so cos’abbia spinto la nostra artista ad abbandonare le scene, ma credo che un maggior rispetto per la sua arte l’avrebbe indotta a non fare quella scelta. Per fortuna, qualche giorno fa, ho avuto una sorpresa graditissima: in un nuovo disco è ricomparsa lei, la solita Ritina. Il disco è quello di un bravissimo cantautore, Dario Gay, scoperto proprio da lei nei primi anni Ottanta. Il disco, dal titolo Ognuno ha tanta storia, ha molti meriti, ma è già prezioso per il solo fatto di contenere un duetto tra Dario e la sua collega-amica. Nel brano Domani è primavera Rita non canta più come ricordavo. Canta molto meglio. Al suo innato senso del ritmo, che contiene una stretta parentela col mondo del rock, ha aggiunto delle venature che sanno di vita vissuta, di voglia di rimettersi in gioco. Mi piacerebbe che, a questo punto, qualcuno, di quelli che hanno il potere nelle mani, di quelli che decidono che direzione far prendere ai mass media, costringesse la nostra Rita a tornare in televisione, nei teatri, nelle piazze, ovunque, perché è un peccato mortale avere a disposizione un’artista di questa portata e non godere delle sue capacità. E’ chiaro che, a questo punto, l’invito a tornare dovrebbe essere fatto solo con l’affetto, l’insistenza e anche un po’ di vergogna per il ritardo. Mi piacerebbe poter dire presto che… c’era una volta Rita Pavone e, per fortuna, in forma vocale smagliante, c’è ancora! Nella foto, tratta dal videoclip, Rita Pavone duetta con Dario Gay Vai alla pagina di Franco Simone Vai alle altre pagine del Diario di Simone Condividi
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C’era una volta Rita Pavone… e per fortuna c’è ancora!
Scritto da Franco Simone
Venerdì 04 Marzo 2011 00:00
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C’era una volta una ragazzina che incantò l’Italia. Cantava, ma lo faceva in modo strano. Non somigliava a nessuno. Era energia pura, sentimento, forza. Era un’entità vocale, un po’ sgraziata, ma quel tanto che bastava ad esprimere un senso di assoluta libertà. Il fisico sembrava modellato per meglio definire quella voce. Lei era piccola, ma non sembrava un difetto. Sembrava, piuttosto, che il fisico si fosse rimpicciolito per mettere in maggior risalto il carisma di una voce sorprendente. Era graziosa come lo sono certe creature fantasiose.
Era talmente ben delineata nel suo personaggio che sembrava il frutto del progetto di una schiera di uomini di scienza impegnati a creare un personaggio pubblico in grado di conquistare tutti.
E tutti erano conquistati da quella voce che conteneva le tenerezze delle prime sofferenze d’amore, il ritmo che scandisce ogni manifestazione di gioventù, l’esplosione della voglia di vivere di un’intera nazione stanca, ma indomita, la necessità di una sofferenza come lasciapassare per i momenti che la vita regala sempre a quelli che sanno aspettare.
C’era energia e consapevolezza, umanità e ottimismo nella voce di Rita Pavone.