Guccini: Tornare in via Fabbri 43
Francesco Guccini su Popon
Bologna, 3 dicembre 2011

“Oh, avete sbagliato giorno, guardate che Paul McCartney c’è già stato…”. Se la ride Francesco Guccini, appena salito sul palco di un'Unipol Arena di Casalecchio di Reno (BO) in sold-out da settimane. Il caso infatti ha voluto che su quel palco, soltanto pochi giorni prima, avesse raggiunto gli stessi numeri anche il baronetto inglese, venuto in città con il suo jet privato e tutto il codazzo di gossip e beatlesiana sacralità. A vederla come il Maestrone, sarebbe perciò un mistero il fatto che la caccia ai biglietti del suo concerto bolognese abbia generato gli stessi isterismi di quella per McCartney e per i Radiohead che verranno ad agosto. Se è per questo, però, anche il pubblico è lo stesso degli altri due concerti messi insieme. Come tradizione vuole, sono accorsi alla corte di Guccini adolescenti emozionati, universitari ubriachi, trentenni disillusi, quarantenni romantici, cinquantenni nostalgici e poi i suoi coetanei, che di primavere ne hanno viste settantuno. Tutti miracolosamente accovacciati per terra, uno di fianco all'altro, e per una volta non conta l’età. Il secondo miracolo è la celebrazione di un dialogo che Guccini non mai interrotto con la sua città d’adozione, Bologna, che cinquant’anni fa lo vide arrivare in cerca d'avventure. “Arrivai qui nel ’61 - ricorda lui sul palco - quando la voglia di urlare che Dio era morto era così forte che mi scordai pure di iscrivermi alla Siae”. Il testo che segue, Noi non ci saremo, per anni infatti non fu registrato come suo ma sotto il nome di un fantomatico Pontiak.

È una delle tante piccole e divertenti leggende che Guccini snocciola sulla sua Bologna. Una città ormai persa nel tempo e nei ricordi, che per una notte vive il miracolo di tornare a essere quella “Parigi minore” riconsegnata ai presenti da una scaletta progettata chiaramente a sua misura. C’è Bologna, ovviamente, dimenticata da così tanto tempo che “ci perdonerete se la sbaglieremo”, avverte il Maestrone. E poi c’è Via Paolo Fabbri, 43, la casa dove Guccini ormai non vive più da anni, e dove però a sorpresa dopo il concerto tornerà a dormire perché così bisogna fare, così richiede il rituale. Come quelle ventimila persone accovacciate a terra in silenzio come fossero in un prato, anche se il posto in questione sarebbe più adatto alla calca di un concerto rock. In ogni caso guai a lamentarsi: “Cosa dovrei dire io – chiosa ironico lui - che son qua in piedi da due ore come un coglione?”.

Francesco Guccini su Popon
Il suo spettacolo non ha età, ed è scandito da brani ineguagliabili come Autogrill, Quattro stracci, Canzone di notte n. 2, Eskimo. Eppure Guccio un’età ce l’ha eccome, e su Cirano si sente male, sudando freddo e assottigliando la voce proprio sulle strofe più amate. Supera chissà come Dio è morto, poi chiede acqua e affronta La locomotiva a velocità esasperata, mangiandosi le parole per guadagnare al più presto la fine. Le prime file, che quel brano lo avevano chiamato per ore, adesso lo implorano di fermarsi, ed è una scena così insolita da lasciare spiazzati. O forse no, perché il rapporto tra Guccini e il suo pubblico, in fondo sui generis lo è sempre stato. Un tira e molla di innocui sfottò e amorevoli cliché. Come quel “Staibuonoteeeh!” urlato al solito scocciatore in vena di Avvelenata, capolavoro con cui il maestro ha litigato da tempo, e provate voi a fargli cambiare idea. La gente lo sa eppure la chiede, perché il gioco è proprio questo. Così anche stasera c’è chi si alza in piedi prima del tempo solo per sentirsi chiamare “miserabile”, chi fa la ola a ogni bicchiere di vino bevuto, chi scrive grandi cartelli che lui – imbarazzato dai complimenti – fa finta di non riuscire a leggere.

Istantanee memorabili che fanno il paio con le foto in bianco e nero delle sue canzoni più belle. Un atteso e piacevole rimando tra l'emozione e la risata, come nella presentazione che Guccini fa de Il pensionato, brano dedicato quarant’anni prima al suo anziano vicino di casa, che si svegliava quando lui andava a dormire, lo chiamava “professore” e gli parlava dei gatti e degli acciacchi del tempo. “Quando in quartiere si sparse la voce di questa canzone – racconta lui – i miei altri vicini di casa, quelli del civico 45, furono contentissimi: ma che bravo il professore, dissero, che ha scritto una canzone sul signore del numero 41. Io per scherzare promisi un brano anche a loro, poi nel cuore della notte mi svegliò una telefonata: sa professore, ci abbiam pensato a lungo, siamo lusingati ma non gradiremmo una canzone su di noi...". Il giorno dopo Francesco Guccini è di nuovo lì, tra quei due civici, in attesa di tornare sull'appennino Tosco-emiliano dove ormai abita. Accetta le foto un po' svogliato, ma sta benissimo e sul malore del giorno prima minimizza stizzito: “Avevo soltanto un gran caldo”. A chi lo chiama maestro rimbrotta ironico: “Maestro sarai te!”. Qualcuno allora risponde: “Ti chiameremo anche noi professore”. Lui ride, evento strano: per un attimo in via Fabbri anche il tempo si è fermato a ricordare.

Scaletta:
Canzone per un'amica
Lettera
Noi non ci saremo
Il frate
Amerigo
Il pensionato
Autogrill
Canzone per Piero
Farewell
Quattro stracci
Vorrei
Su in collina
Bologna
Canzone di notte n°2
Eskimo
Cirano
Dio è morto
La locomotiva


Scritto da Simone Arminio



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