Lunedì 28 marzo 2011La Notizia di Luciano Ligabue che torna in concerto al Campovolo sei anni dopo mi lascia addosso quella lieve sensazione di sberleffo che in Italia, di questi tempi, è ormai sempre più frequente. Sono stato al Campovolo la prima volta, e in quella faraonica ellissi di quattro palchi concepita dagli organizzatori, la dea bendata mi aveva pure concesso il lusso di una posizione privilegiata. Così pensavo prima che il concerto cominciasse. Poiché, fin dalla prima nota, la musica proveniente dall’impianto del mainstage di fronte a me ha cominciato a fare a pugni con l’eco, drammaticamente fuori sincrono, del palco vintage sistemato al capo opposto. A essere più precisi, da lì proveniva pure il coro sempre più alto e incazzato dei “qui non si sente, Luciano qui non si sente”, ed è inutile dire che quando il concerto si è spostato da quelle parti siamo stati noi a non sentire. Eppure non c’è bisogno di studi di acustica troppo approfonditi per immaginare che la propagazione omogenea del suono su una distanza così ampia è estranea alle capacità umane. “Allora il Primo maggio di Roma?” mi oppone sempre qualcuno. E posto che, per quel che vale il giudizio di uno su un milione, posso solo confermare che al Primo maggio di Roma ho sempre sentito da Dio, il paragone non reggerebbe in ogni caso. Perché il Primo maggio è gratis. E quand’anche l’ascolto fosse pessimo e la vista si limitasse a uno spicchio di maxischermo, nessuno sarebbe disposto a lamentarsi più di tanto. Diverso è chiamare a raccolta il proprio pubblico da tutta Italia, chiedere il pagamento di un cospicuo biglietto e poi non assicurare a tutti una fruizione accettabile, ma soltanto il proprio ingresso nel Guinnes dei Primati. Poi, a onor del vero, e in parziale difesa di Ligabue, bisogna dire che nella musica di oggi i record e i grandi eventi sembrano ormai l’unica cosa che conta davvero. Una giostra vorticosa di traguardi fantastici, fenomeni unici e opere memorabili che tutti (noi giornalisti compresi) contribuiamo ad alimentare. Basti pensare ai dischi di platino che si continuano a sbandierare omettendo che il limite per aggiudicarseli sia sceso dalle 500mila copie degli anni ’70 alle misere 80mila di oggi. E basti pensare al fenomeno del tour mondiali. Annunciati a decine ogni anno, sebbene a fronte dei due o tre artisti italiani che effettivamente vantano un pubblico straniero, il resto sia un inutile carosello di concertini per sparuti gruppi di italiani residenti all’estero. Ma vuoi mettere l’eco in Italia? Perlomeno per quei cinque minuti di celebrità concessi dagli altri dieci record quotidiani pronti ad arrivare. Fra i quali non mancherà mai: il disco musicalmente impeccabile eppure suonato “tutto in presa diretta proprio come fosse un live”, il sold-out fulmineo raggiunto in locali dalla capienza di un oratorio di paese, l’album numero venti in una discografia infarcita di edizioni delux, special, vinile-edizione-limitata dello stesso medesimo disco e il disco registrato nel nuovo studio di registrazione dal nome fighissimo che se guardi bene ha lo stesso indirizzo di casa dell’artista. “Vabbé, mi ha detto mio cuggino che sa un colpo segreto che, se te lo dà, dopo tre giorni muori” commento in genere io, parafrasando il buon Elio. Ma c’è sempre qualcuno che non coglie la battuta. Simone Arminio Vai agli altri editorialiCondividi |



Lunedì 28 marzo 2011