Mercoledì 22 febbraio 2012Anche se sui giornali e in Tv si continua a parlarne, crediamo sia tempo di lasciare che questa recente edizione del Festival di Sanremo diventi un ricordo, ma anche dimenticarla può essere una buona idea. Perché contrariamente agli elogi che lo scorso anno ho personalmente tessuto e anche in barba alla massima “squadra che vince non si cambia”, questo 2012 si è rivelata una pessima annata. Festival bocciato su quasi tutti i fronti. Pessima scelta artistico-musicale, pessimo spettacolo, pessima conduzione, pessimo risultato. Ma per non sembrare disfattisti, partiamo da quello che va sicuramente salvato e magari anche conservato. Il duetto tra i Marlene Kuntz e Patti Smith, per esempio, è senz’altro un flash che si riproporrà ben volentieri alla nostra memoria; al di là del prestigio della sacerdotessa del rock, a rapirci è stato il fascino che quel momento ha sprigionato. L’alternarsi delle voci della Smith e di Godano ci hanno finalmente offerto qualcosa di convincente e musicalmente credibile, e la versione della storica Impressioni di settembre resterà certamente tra le più intense mai ascoltate. Sulle canzoni in gara mi esprimerò, intanto nel calderone del salvabile inseriamo subito Rocco Papaleo e Geppi Cucciari, gli unici all’altezza di un grande spettacolo e assolutamente a loro agio su un palco così pretenzioso. Meglio del previsto anche Ivana Mrazova, tanto criticata prima e così poco considerata poi. Tutto il resto può essere decisamente archiviato, a partire da Gianmarco Mazzi, che non ha chiesto il rinnovo del contratto in qualità di direttore artistico (ma nessuno glielo ha neanche proposto) e che dunque finalmente esce di scena da Sanremo per approdare al mondo meno istituzionale di “Amici” (come se i motivi per viaggiare a debita distanza dal programma della De Filippi non fossero già tanti). Notizia che ci ha senz’altro sollevato il morale, non avendo quasi mai gradito le sue scelte, spesso rispondenti a favori e favoritismi che la sua posizione di uomo immischiato nella politica e, ancor peggio, nella discografia lo ha condotto a fare. Fuori uno. Archiviamo anche il buon Morandi, che apprezziamo e al quale siamo anche affezionati, ma davvero ha dato segno di una stanchezza che è stata per lui, quanto per noi, deleteria. Gli dobbiamo sicuramente la presenza al Festival di Roberto Vecchioni lo scorso anno e di Lucio Dalla ora, ma non è sufficiente per tenerlo ancora alla conduzione di uno show che necessita di prontezza ed energia. I nomi che non facciamo li riteniamo evidentemente non degni di nota in questa edizione, e poi parlare di farfalle e turpiloqui non è nel nostro stile, preferiamo soffermarci sulla musica. E lo facciamo ora. Anche qui partiamo dall’alto. Le canzoni che più abbiamo apprezzato sono sicuramente Un pallone di Samuele Bersani, E tu lo chiami Dio di Eugenio Finardi e Canzone per un figlio dei Marlene Kuntz. Le aspettative riposte su questi tre nomi erano alte ed era fin troppo facile deluderci, cosa che vivaddio non è avvenuta. Anzi teniamo a sottolineare che tutti e tre hanno fatto uno splendido Festival, Bersani per la sua coerenza, Finardi per la sua eleganza e fine interpretazione e i Marlene per non aver ceduto alla leggerezza di Sanremo. Scendiamo di un gradino e troviamo Nina Zilli (ribattezzata dal nostro Michele Monina Mina Zilli, per evidenti somiglianze interpretative) con la sua Per sempre, canzone che ci ha positivamente colpiti, ma sulla quale c’è poco da aggiungere. Un capitolo a parte lo merita senz’altro Arisa, che in questa sua terza partecipazione sanremese ha spiazzato tutti per aver preferito l’intensità di un brano come La notte allo swing che finora l’aveva caratterizzata. Arisa ha fatto un gran bel Festival, perché è riuscita a essere più convincente della sua canzone. Il brano su disco non rende come dal vivo, è molto più debole, meno sofisticato, nonostante l’eccelsa produzione di Mauro Pagani, che ha tutta la nostra meritata stima. A dargli il giusto effetto, alla fine, è stata l’interpretazione sofferta della stessa Arisa, evidentemente coinvolta. E che la cantante lucana sia stata tra le più intonate va detto, perché non sempre l’esserlo risulta una dote pervenuta su quel palco. Chi invece l’occasione se l’è fatta scappare dalle mani è stata senz’altro Chiara Civello, la canzone Al posto del mondo non lascia traccia, così come assolutamente sorvolabile è stata ogni sua performance. Pessima la scelta del duetti: quello con Shaggy resterà uno dei momenti più ridicoli di questa edizione e quello con Francesca Michielin uno dei duetti meno vantaggiosi, visto che l’ospite ha superato il big in tema di capacità e charme. Su Pierdavide Carone, invece, avevamo molti pregiudizi che sono caduti giù già alla prima esibizione. Il ragazzo è bravo, anche se alcuni punti della sua canzone (“venti euro di verginità”, “c’è un camionista da accontentare”) sapevano davvero di banale. La presenza di Dalla, limitata quasi solo alla direzione dell’orchestra, poi, è quasi passata inosservata e questo ci dispiace molto, ma forse l’aver presentato l’esibizione come duetto ha alzato l’asticella delle aspettative. Poi ci sono tutti gli altri, da Francesco Renga, che ha viaggiato molto al di sotto delle sue capacità, a Emma, che ha vinto con tanta personalità e una canzone retorica; da Noemi, il cui brano vale molto meno di lei, alla coppia D’Alessio Berté, che ha messo in piedi un’operazione commerciale di tutto rispetto, ma anche no. Per Dolcenera un po’ ci spiace, perché la critica (noi per primi) l’ha letteralmente massacrata, e se è vero che il suo pezzo martellante non era in fondo un granché, forse le andava dato almeno il merito di aver cantato bene, seppur nel suo irrecuperabile stile da urlatrice, e di aver messo su un duetto di alto profilo artistico con il Professor Green, con il quale davvero condivide un progetto. Sparare su Irene Fornaciari ci viene male, perché la sua dolcezza e affabilità ci impongono quantomeno delicatezza, allora usiamo questa pagina per dirle che prima di proporsi nuovamente al pubblico farebbe bene a trovare la sua strada, perché nessuno può credere in lei se a farlo non è prima lei stessa. Sorvoliamo sui Matia Bazar per non mancare di rispetto alla loro onorata carriera. Capitolo a parte, e breve, meritano i giovani che hanno partecipato a questa 62ª edizione di Sanremo, da loro nessuna grande sorpresa. Erica Mou, che ha vinto il premio della critica, la conoscevamo già e il brano che ha portato in gara non è neanche dei suoi migliori. Ci sono poi sembrati interessanti (e lo diciamo senza entusiasmo) i Bidiel e Celeste Gaia che, come da tradizione, sono stati prontamente eliminati dalla gara. Speriamo abbiano altre occasioni per dimostrare di più. Scende così il sipario su un’edizione trascurabile e affidiamo a queste pagine l’augurio che a prendere le redini della direzione artistica del Festival sia qualcuno di altamente competente, che abbia a cuore le sorti della musica italiana, ancor prima delle proprie. Se servono candidati, citofonare De Simone. Paola De Simone Vai agli altri editorialiCondividi |



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