L'insostenibile leggerezza dell'essere un critico musicale, oggi
Scritto da Michele Monina
Lunedì 30 Maggio 2011 00:00
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La rubrica di Michele Monina su PopOn La settimana scorsa ho ricevuto una lettera, su Facebook. Succede a tutti tutti i giorni, immagino, infatti non sto qui a darvi uno scoop. Ma era una lettera che mi ha in qualche modo fatto ragionare, e che voglio usare come spunto per affrontare lo stato dell'arte oggi. Era una lettera di una giovane cantautrice salentina, che in toni non molto accomodanti mi ringraziava, sarcasticamente, per la prontezza con cui avevo ascoltato il suo brano, recapitatomi quasi due mesi prima come file, brano che non avevo in effetti ancora ascoltato e quindi commentato, e già che c'era approfittava, sempre con un certo sarcasmo, di questa lamentela per generalizzare e dire che era ovvio, in Italia, che le emergenti rimanessero tali, cioè emergenti e non emerse. In un periodo diverso della mia esistenza, probabilmente, avrei semplicemente cestinato (via software) il tutto, o avrei aperto una polemica di quelle che avrebbero occupato pagine sui giornali per cui scrivevo. Stavolta, invece, mi sono preso del tempo per rispondere. Ho sempre preso molto sul serio il mio ruolo, non seriosamente, questo è chiaro a tutti, ma con una certa serietà. Ho una vetrina, e ho sempre cercato di usarla per mettere in mostra l'arte di musicisti che, spesso, non hanno spazi. Non parlo solo di personaggi che poi in qualche modo ce l'hanno fatta, ma anche dei tanti che ci hanno semplicemente provato, a fatica, magari senza riuscirci.

Non mi sono mai fatto scrupoli a stroncare un grandissimo nome, anzi, a volte l'ho fatto quasi per partito preso, ma ho sempre cercato, al tempo stesso, di dare spazio a chi spazio non ce l'ha. E un giorno vengo accusato di essere uno del sistema, di quelli che non ha tempo per i piccoli, che passa il tempo a giocare a Farmville. Sì, perché poi di questo si è parlato, nel resto delle lettere che io e la tipa ci siamo scambiati. Lei si è detta basita dal fatto che io non avessi trovato il tempo per ascoltare una canzone, una non mille, mentre magari, come certi discografici, passavo ore a giocare a Farmville. Io le ho risposto che non ho tempo per giocare a Farmville (e onestamente, anche ne avessi, magari farei altro), e che in tutti i casi di canzoni nuove, di demo, di album inediti, ne ricevo una media di una cinquantina alla settimana, fatto che rende praticamente impossibile un ascolto di tutti. Lei mi ha risposto che, visto il tempo impiegato a rispondere, avrei tranquillamente avuto modo di ascoltare anche la canzone. La rubrica di Michele Monina su PopOn Io ho replicato che, magari, un po' più di garbo nel chiedere l'avrebbe sicuramente facilitata, in futuro, coi miei colleghi. Insomma, sia lei che io siamo rimasti sulle nostre posizioni. Ma a me ha colpito non poco l'essere accusato di essere uno come gli altri, uno inglobato nel sistema.

Perchè me lo chiedo spesso. Un po' meno spesso me lo chiedono, quasi sempre con intenti polemici. Ma io, in tutti i casi, me lo chiedo spesso già da solo, anche senza bisogno dell'aiuto degli altri. Chi me lo fa fare? Ho cominciato a scrivere di musica per caso, come quasi tutti quelli che fanno il mio mestiere. In Italia, del resto, il mestiere in questione non è riconosciuto da un albo, non esiste un titolo di studi che forma per questo, non c'è una qualche entità superiore che ti investe, ti proclama, ti elegge critico musicale. Uno diventa tale sul campo, scrivendo di musica per riviste, siti, scrivendo libri. Lo diventa e di colpo si trova a far parte di un mondo, quello della musica, cui ha sempre guardato con ammirazione, con passione. Incontra i cantanti, li intervista, familiarizza. Conosce i discografici, gli addetti ai lavori. Viene, a torto o a ragione, considerato uno di loro, un addetto ai lavori, appunto. Poi, ma qui il racconto cambia per ogni singolo critico musicale, comincia un proprio percorso, fatto di articoli, recensioni, editoriali o quel che è. Nel mio caso, visto che se non parlo di me, lo sapete, non son contento, ho cominciato il mio cammino proprio ponendomi al centro della narrazione (Vendola docet), figlio illegittimo di quei gonzo journalist alla Hunter Thompson, alla Tom Wolfe, alla Lester Bangs, che sulle pagine del Rolling Stone americano hanno fatto scuola. Mi sono posto al centro della narrazione, o meglio, ho messo al centro della narrazione un me stesso fittizio, di carta, e tramite quello ho costruito un immaginario, un mondo alternativo alla The Fringe. Il me stesso fittizio, quello che è finito, negli anni Novanta, dentro i miei pezzi, era uno cattivo, uno duro e puro, uno che non faceva sconti in un mondo di colleghi compiacenti, buoni, tutti belle parole e coccole.

La rubrica di Michele Monina su PopOn Io, il poliziotto cattivo, non ho fatto sconti, e da lì ho cominciato un percorso accidentato, pieno di grandi incontri, di brutti incontri, di soddisfazioni e di insulti. A quel punto, quando ormai era un fatto il mio essere un critico musicali, mi sono cominciato a chiedere come avrei potuto usare quel ruolo per fare qualcosa di utile, per dare un senso al mio percorso, allora ho cominciato a illuminare con la poca luce che avevo a disposizione artisti emergenti, indipendenti, gente che ritenevo di talento ma che il mercato non solo non riconosceva, ma neanche vedeva. Virus troppo deboli da meritare l'intervento degli anticorpi. A volte ci sono riuscito, altre volte ho cannato, altre ancora, ritengo di aver visto giusto, ma le mie intuizioni sono rimaste tali, inevase. Il brano di quella ragazza non l'ho ancora ascoltato. Non l'avrei fatto con lo spirito giusto, in tutti i casi, e del resto, ho appena controllato, ho qualcosa come milleseicento album nella pila di “quelli da ascoltare”, quindi la mia coscienza se ne può stare a posto (questo pezzo, evidentemente, dimostra il contrario). Questo scritto potrebbe anche fermarsi qui, con un po' di amaro in bocca, lo so, ma non sempre uno può ambire a bei finali. Invece finisce peggio, molto peggio di così, perché proprio mentre sto scrivendo apprendo che è scomparso uno degli artisti che, in qualche modo, più di ogni altro hanno ispirato il mio lavoro. Uno dei pochi rimasti ancora in vita: Gil Scott-Heron. Ecco, che la terra ti sia lieve Godfather!

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