L'arrivo della bella stagione è alle porte. Pochi giorni, giusto due/tre settimane e arriverà l'estate. Non credo debba star qui io a spiegarvi come la bella stagione sia tale non solo per una questione metereologica, perché ognuno di noi, ognuno di voi avrà le sue belle esperienze personali lì a fare il proprio lavoro.
Per chi è ancora giovane, molto probabilmente, la bella stagione coinciderà con quell'innata idea di libertà che le vacanze scolastiche portano giocoforza con sé, le giornate passate a giocare a pallone, a far tuffi al mare,
e poi, i primi amori, quelli cantati in non so quante canzoni e immortalate in film e romanzi. Per chi è adulto, invece, la bella stagione coinciderà con i primi fine settimana lontani dalla città, sempre che non si viva in città come Ancona, con il mare lì a portata di mano, ma anche con la pianificazione delle vacanze vere e proprie, l'unico momento della vita, probabilmente, in cui veramente si riesce a staccare la spina dagli impegni che ci oberano tutti i giorni. È chiaro, uno potrebbe anche star lì a sottolineare come la bella stagione comporti aspetti meno simpatici, dalle prime epidemie di varicella all'asilo, ai cani abbandonati nelle autostrade, via via fino agli anziani costretti a cercare un po' di refrigerio, se non addirittura la vera e propria sopravvivenza, dentro i centri commerciali, santa aria condizionata, ma quella sarebbe un'altra storia.Insomma, parafrasando in senso inverso il vecchio inciso dei Righeira, l'estate sta iniziando, e non voglio star qui a parlare di quell'altro classico di stagione che sono i tormentoni estivi, brani che in qualche modo si prendono carico di cristallizzare una porzione di tempo ben più di fotografie o tatuaggi. L'estate sta iniziando, e come tutte le estati lo Stadio del Conero, quello della città che mi ha dato i natali, Ancona e nella quale ho passato i giorni del ponte del 2 giugno, festa della Repubblica nonché compleanno del sottoscritto, ha ospitato un concerto di Vasco Rossi, a suo modo un tormentone al pari di un qualsiasi brano riempista di Shakira o di Lady Gaga (ma con un po' meno sculettamenti e tacchi alti venti centimetri). Ma questo concerto, a ben vedere, ha offerto quest'anno almeno un paio di motivi ulteriori per essere ricordato. Una bella stagione più bella di altre. Il primo è che si è trattata della data zero del Tour di Vasco Rossi del 2011, al secolo Vasco Live Kom 011. Sì, come già è capitato nel passato prossimo, anche per questo 2011 Vasco Rossi ha scelto di partire dalla mia Ancona per toccare con i suoi concerti il Bel Paese. Lo ha fatto perché al capoluogo marchigiano Vasco è legato da grande affetto, ben lo sanno i suoi fans che, nel corso di tutti gli anni Novanta e soprattutto degli anni Zero si sono trovati a passare da quelle parti praticamente ogni anno, imparando a conoscere lo Stadio del Conero come uno di quei luoghi familiari che basta vederli e, manco fossero madaleine, ci cavano dagli anfratti della memoria ricordi che neanche pensavamo più di avere. Il secondo è che stavolta la scaletta del tour presenterà non solo le solite chicche tratte dal proprio repertorio che il Blasco è solito tirare fuori in ogni live, giocando tra i suoi classici imperdibili per i suoi fan e qualche rarità tirata fuori dal cilindro, manco si trattasse di un mago in cerca di conigli bianchi, ma buona parte della tracklist del suo ultimo album, Vivere o niente, album da otto settimane piazzato in testa alla classifiche di vendita con svariate centinaia di migliaia di copie già vendute e in qualche modo una prova, per molti necessaria, della permanenza in vita (si tratta di vita artistica, ca va sans dire) del nostro. Ammettiamolo, il rocker di Zocca è da anni una vera macchina da guerra quando si tratta di salire sul palco e scatenare il Dio del rock che abita in lui. Chiunque lo abbia visto anche solo una volta dal vivo sa di cosa parlo. Chi non l'ha fatto non sa cosa si perde, e non posso certo io spiegargli in poche righe la faccenda. Se il rock in italiano ha un senso, probabilmente, quel senso ha la faccia sorniona di Vasco Rossi, la sua voce roca, il suo sguardo ceruleo. Se il rock è davvero una celebrazione liturgica, di quelle che in qualche modo possono far venire alla mente messe pagane, è Vasco il pontefice di questa religione irriverente. Diversa è però da tempo la faccenda quando si tratta di entrare in studio di registrazione. Uno ha scritto Albachiara, Vita spericolata, Ogni volta o Stupendo, ci può pure stare che di canzoni immortali col tempo gliene vengano un po' meno. Che l'ispirazione si faccia più rara, meno puntuale e soprattutto meno prevedibile. Così nel corso degli anni, degli ultimi anni, Vasco ha pubblicato sempre più raramente nuovi lavori, spendendosi molto di più nei live di quanto non abbia fatto in studio di registrazione, preferendo dare il cento per cento su un palco magari anche per ovviare a questi momenti di stanca.
Ma Vivere o niente, come già il precedente Il mondo che vorrei, è un album decisamente interessante, di quelli che non ci fanno rimpiangere il tempo passato, ma anzi, ci fanno sentire uomini del nostro tempo. Male di vivere. Malinconia. Ironia irriverente. Rabbia. Senso di esclusione. Questi alcuni degli elementi messi sul tavolo da gioco da Vasco Rossi, in brani mai banali, a volte memorabili, in almeno un paio di brani immortali (qui parlo a partire dai miei gusti personali, ma Vivere non è facile e Manifesto futurista della nuova umanità, i primi due brani dell'album, secondo me sono notevoli, al punto che il resto, magari, potrebbe anche non esserci). Brani che saranno l'ossatura di questo nuovo tour che ha preso le mosse proprio da Ancona, sorta di città di adozione del nostro. Tour che non mi ha visto tra gli spettatori di questa data zero, né mi vedrà spettatore di una delle prossime date, perchè mentre Vasco saliva le scalette del mega-palco, lì allo Stadio del Conero, io stavo scaricando la macchina sotto casa mia, a Milano, dopo qualcosa come otto ore di code in autostrada, vaffanculo al ponte e a chi, come me, ha deciso di farlo. Io mi sono a lungo occupato di Vasco, con lui ho comiciato a occuparmi di musica nei libri, andando a ritagliarmi il ruolo di biografo e critico musicale che oggi occupa la maggior parte del tempo che passo al lavoro, ma l'idea di passare qualche ora in coda per arrivare al parcheggio, poi per arrivare alla cassa accrediti, e infine di starmene seduto lì, tutto pigiato nei seggiolini dello stadio, prima in attesa che il concerto abbia inizio, e poi in attesa che il concerto abbia termine, beh, questo non fa più per me. Sono troppo vecchio, io, anche se Vasco a ben vedere, ha quasi vent'anni più di me. E anche se, sempre a ben vedere, non avrò passato qualche ora in coda per arrivare al parcheggio, poi per arrivare alla cassa accrediti, e infine di starmene seduto lì, tutto pigiato nei seggiolini dello stadio, prima in attesa che il concerto abbia inizio, e poi in attesa che il concerto abbia termine, ma sono stato oltre otto cazzo di ore seduto in auto, in coda lungo la A14, prima, e la A1, poi, l'autoradio sintonizzata sulla musica fuori dal tempo (e non è un complimento) di Isoradio, che ogni cinque minuti mi ricordava che sì, in effetti, c'erano lunghe code in autostrada, come se fosse possibile non accorgersene. Mi sa che la prossima volta vado allo stadio, almeno posso mangiarmi il panino con la porchetta al baracchino nel parcheggio.
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Scritto da Michele Monina
Lunedì 06 Giugno 2011 00:00
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L'arrivo della bella stagione è alle porte. Pochi giorni, giusto due/tre settimane e arriverà l'estate. Non credo debba star qui io a spiegarvi come la bella stagione sia tale non solo per una questione metereologica, perché ognuno di noi, ognuno di voi avrà le sue belle esperienze personali lì a fare il proprio lavoro.
Per chi è ancora giovane, molto probabilmente, la bella stagione coinciderà con quell'innata idea di libertà che le vacanze scolastiche portano giocoforza con sé, le giornate passate a giocare a pallone, a far tuffi al mare,
e poi, i primi amori, quelli cantati in non so quante canzoni e immortalate in film e romanzi. Per chi è adulto, invece, la bella stagione coinciderà con i primi fine settimana lontani dalla città, sempre che non si viva in città come Ancona, con il mare lì a portata di mano, ma anche con la pianificazione delle vacanze vere e proprie, l'unico momento della vita, probabilmente, in cui veramente si riesce a staccare la spina dagli impegni che ci oberano tutti i giorni. È chiaro, uno potrebbe anche star lì a sottolineare come la bella stagione comporti aspetti meno simpatici, dalle prime epidemie di varicella all'asilo, ai cani abbandonati nelle autostrade, via via fino agli anziani costretti a cercare un po' di refrigerio, se non addirittura la vera e propria sopravvivenza, dentro i centri commerciali, santa aria condizionata, ma quella sarebbe un'altra storia.
Lo ha fatto perché al capoluogo marchigiano Vasco è legato da grande affetto, ben lo sanno i suoi fans che, nel corso di tutti gli anni Novanta e soprattutto degli anni Zero si sono trovati a passare da quelle parti praticamente ogni anno, imparando a conoscere lo Stadio del Conero come uno di quei luoghi familiari che basta vederli e, manco fossero madaleine, ci cavano dagli anfratti della memoria ricordi che neanche pensavamo più di avere.
Ma Vivere o niente, come già il precedente Il mondo che vorrei, è un album decisamente interessante, di quelli che non ci fanno rimpiangere il tempo passato, ma anzi, ci fanno sentire uomini del nostro tempo. Male di vivere. Malinconia. Ironia irriverente. Rabbia. Senso di esclusione. Questi alcuni degli elementi messi sul tavolo da gioco da Vasco Rossi, in brani mai banali, a volte memorabili, in almeno un paio di brani immortali (qui parlo a partire dai miei gusti personali, ma Vivere non è facile e Manifesto futurista della nuova umanità, i primi due brani dell'album, secondo me sono notevoli, al punto che il resto, magari, potrebbe anche non esserci). Brani che saranno l'ossatura di questo nuovo tour che ha preso le mosse proprio da Ancona, sorta di città di adozione del nostro. Tour che non mi ha visto tra gli spettatori di questa data zero, né mi vedrà spettatore di una delle prossime date, perchè mentre Vasco saliva le scalette del mega-palco, lì allo Stadio del Conero, io stavo scaricando la macchina sotto casa mia, a Milano, dopo qualcosa come otto ore di code in autostrada, vaffanculo al ponte e a chi, come me, ha deciso di farlo. Io mi sono a lungo occupato di Vasco, con lui ho comiciato a occuparmi di musica nei libri, andando a ritagliarmi il ruolo di biografo e critico musicale che oggi occupa la maggior parte del tempo che passo al lavoro, ma l'idea di passare qualche ora in coda per arrivare al parcheggio, poi per arrivare alla cassa accrediti, e infine di starmene seduto lì, tutto pigiato nei seggiolini dello stadio, prima in attesa che il concerto abbia inizio, e poi in attesa che il concerto abbia termine, beh, questo non fa più per me. Sono troppo vecchio, io, anche se Vasco a ben vedere, ha quasi vent'anni più di me. E anche se, sempre a ben vedere, non avrò passato qualche ora in coda per arrivare al parcheggio, poi per arrivare alla cassa accrediti, e infine di starmene seduto lì, tutto pigiato nei seggiolini dello stadio, prima in attesa che il concerto abbia inizio, e poi in attesa che il concerto abbia termine, ma sono stato oltre otto cazzo di ore seduto in auto, in coda lungo la A14, prima, e la A1, poi, l'autoradio sintonizzata sulla musica fuori dal tempo (e non è un complimento) di Isoradio, che ogni cinque minuti mi ricordava che sì, in effetti, c'erano lunghe code in autostrada, come se fosse possibile non accorgersene. Mi sa che la prossima volta vado allo stadio, almeno posso mangiarmi il panino con la porchetta al baracchino nel parcheggio.