Non so se siete di quelli che seguono questi miei scritti con una certa continuità e fedeltà. Dirò di più. Non so neanche se esiste una sola persona, direttrice a parte, che legga tutti questi miei scritti ogni settimana. Non importa. Non ho problmei di autostima, non ho bisogno di conferme. Attaccavo parlando della fedeltà nella lettura di questa rubrica (o quel che è) solo perché oggi parlerò di un fatto che si ricollega a un aneddoto di cui ho parlato ormai svariate settimane fa. Ergo, se siete tra quanti seguono i miei scritti con una certa continuità
e fedeltà non ci sarebbe bisogno, ora, che io impiegassi del tempo a introdurvi di nuovo la questione che intendo affrontare. La faccio breve, mia figlia quest'anno ha fatto parte di un gruppo di bambine iscritte a un corso di musical nella sua scuola. Di questo gruppo ha fatto parte anche una bambina disabile. La cosa, in sé, non sarebbe un fatto degno di nota. E ci mancherebbe pure altro. Il motivo per cui, settimana fa ve ne ho parlato, non ricordo neanche bene come e perché, è che durante un incontro con genitori e bambine, in preparazione del saggio di fine anno, la bambina in questione si è dimostrata una delle più vispe del gruppo. Anzi, decisamente la più vispa, al punto che le altre bambine, dimostrando una volta per tutte come il razzismo sia una malattia che si prende solo da grandi, prima l'hanno minacciata di spegnerle la carrozzella elettrica se non l'avesse finita di sfrecciare avanti e dietro a tutta velocità, poi, visto che con le minacce non avevano ottenuto nulla, in effetti sono passate all'azione, spegnendo il motorino e costringendola all'immobilità. Un gesto talmente spontaneo e bello da avermi quasi commosso, proprio perché privo di un qualsiasi razzismo. Quella bambina è una bambina, esattamente come tutte le altre. Fa casino? O la smette o le altre la fermano, nel suo caso nel solo modo possibile, spegnendole la sedia a motore. E vaffanculo alle nostre sovrastrutture mentali, aggiungo io. L'altro giorno, però, stavo leggendo il Corriere online, quando incappo in una foto, pixelata, che mi ha richiamato alla mente un'immagine familiare. C'era Pisapia, il nuovo osannato sindaco di Milano, e al suo fianco una bambina, dal viso oscurato, seduta su una carrozzina a motore esattamente come la bambina del musical. Leggo l'articolo. Il giornalista attacca dicendo come lei, la bambina a fianco di Pisapia, sfrecciasse a velocità assurde per i corridoi di via Solferino, sede storia del Corsera. È lei, mi dico. Continuo a leggere. In effetti è proprio lei. La scuola che frequenta, leggo, è quella di mia figlia. L'articolo, però, non parla di quella bambina per la sua simpatia, né per il suo essere vispa, ma perché la sua famiglia, che evidentemente già non è stata esattamente baciata dalla fortuna (è vero, la bambina in questione è un gioiello di bambina, ma i problemi che una famiglia con una figlia disabile può incontrare, specie in Italia, sono davvero indicibili), è incappata in un qualche stronzo che, lo dico ben consapevole di non apparire uomo da prendere come esempio, mi piacerebbe molto incontrare per qualche minuto in un vicolo buio. Gli stronzi in questone, spiegava l'articolo, hanno ben pensato di bucare per quattro volte le gomme della macchina dei genitori della bambina, colpevoli, i genitori, di aver chiamato i vigili nel momento in cui hanno trovato una macchina che non era la loro nel posto riservato che il comune gli ha lasciato sotto casa. Non un comune posto per portatori di handicap, e in tutti i casi quelle macchine non rispondevano neanche a quella categoria, ma un parcheggio numerato, perché vista la malattia della bambina e l'apparecchiatura che la bambina necessità, la macchina dei genitori è una macchina particolare, che non può essere lasciata in un parcheggio qualsiasi. Così, arrivano i vigili, rimuovono per quattro volte le macchine lasciate in divieto di sosta, e per quattro volte i genitori si trovano la macchina rigata e con le quattro ruote tagliate. Risultato, niente scuola per la bambina in questione, reclusa in casa come un'arrestata, e spese notevoli dal gommista.
La bambina, però, che evidentemente non sarà stata baciata dalla fortuna, ma che ha tirato fuori una grinta da prendere, quella sì, come esempio, ha chiesto in modo perentorio a Pisapia di fare qualcosa di concreto per i disabili, a Milano. Roba non eclatante, ma pratica, come l'ascensore per accedere alle metropolitane, o gli scivoli nei marciapiedi. Milano, del resto, è la città in cui, chi ci abita ma non ci è nato se lo sarà sentito dire ogni due per tre, il senso civico è più sviluppato che nel resto di Italia. Prova ne è stata, ma sono di parte, proprio la sorprendente vittoria di Pisapia alle ultime elezioni, Davide che prende a sassate Golia, e lo fa fuori. Milano è la città dove la gente paga le tasse. La città dove la gente fa la coda ordinata alle Poste. La città dove la gente attraversa sulle strisce pedonali e le auto si fermano. Milano è però anche la città dove la gente buca le gomme delle auto con il permesso per parcheggiare nei posti numerati per i portatori di handicap.
Cambio di scena. Perché non voglio lasciarvi con troppo amaro in bocca.
Siamo sempre a Milano. Per la precisione nel mio palazzo. Questo è un palazzo strano. Di appena sette famiglie, nonostante sia in una zona piuttosto centrale di Milano, dà vita a una fauna degna di finire in un film di Pedro Almodovar. Ci sono tre signore di una certa età, vedove. Ci sono due famiglie con figli, di cui una è la mia. E ci sono due coppie di omosessuali. La prima di queste coppie è piuttosto distante dal prototipo di coppia omosessuale che la città di Milano è solita regalarci: piuttosto trasandati, maleducati e anche con una certa propensione alla scontrosità. Di loro vi ho parlato, tangenzialmente, tempo fa, quando mi lamentavo del fatto che fino alle tre di mattina ero stato costretto a sentire la musica martellante di una festa tutta a base di Raffaella Carrà. Non credo sia necessario aggiungere altro. La seconda coppia è appena arrivata. Sta nell'appartamento di fronte al mio. Un piccolo appartamento con un grande terrazzo. Appena arrivato hanno tirato su un gazebo, e hanno giustamente circondato il terrazzo medesimo con dei teli, per la riservatezza. In casa avevamo festeggiato l'arrivo di un nuovo nucleo familiare, perché un appartamento sfitto, i Ministri ce l'hanno insegnato, mette sempre una certa tristezza. Giovanardi, ci siamo detti, se ne farà una ragione. Poi però ieri sera la coppia ha deciso di dare un party. Un party che è cominciato verso l'una e mezza. Il gazebo è stato illuminato dalla luce di candele tremolanti, e fino a qui niente di male, e lo stereo ha cominciato a sparare musica ad alto volume. L'una e mezza di notte e musica ad alto volume, in un condominio, sono piuttosto inconciliabili. Ma noi viviamo a Milano, non in una città qualsiasi. Fosse successo ad Ancona, la mia città natale, la storia sarebbe andata così. Sarebbe partita la prima nota, seguita da qualche schiamazzo, io mi sarei alzato, mi sarei, forse, infilato una t-shirt, avrei suonato ai miei vicini, non appena questi avrebbero aperto, avrei fatto partire un diretto alla mascella, atto a fare male, mi sarei girato e la musica, magicamente, sarebbe sparita. Essendo Ancona non propriamente una città de-provincializzata, ed essendo i miei vicini omosessuali, facile che avrei aggiunto al cazzotto una qualche frase di natura omofoba, tipo “brutti recchioni, vi sembra l'ora di fare casino?”, ma il tutto avrebbe avuto il solo scopo di sottolineare l'inappropriatezza del far partire musica ad alto volume a notte tarda. Poi, è chiaro, sarei stato accusato di omofobia, e la faccenda avrebbe preso tutta un'altra piega, ma di fatto non ci sarebbe più stata musica inopportuna in piena notte. Invece sono a Milano, così nessuno, nel cortile, si è preso la briga di protestare, neanche con un colpo di tosse. Non l'ho fatto io, perché mia moglie ha temuto che sarei stato scambiato per il provinciale anconetano che accoglie male i vicini, e non l'ha fatto nessun altro, proprio perché qui nessuno invade la privacy degli altri. Nessuno tranne i miei vicini che mi hanno fatto sentire, preparatevi, Will Young alle due di notte. Ora, dico io, come cazzo si fa a far sparare al proprio stereo musica così brutta proprio quando intorno c'è un silenzio talmente profondo da sottolineare ogni singola nota? Il tutto poi, accompagnato dagli strilli del padrone di casa, uno che un minimo di talento per il canto, direi, ce l'ha pure, ma che evidentemente in quanto a repertorio lascia proprio a desiderare (e Dio voglia che il tipo, che evidentemente ancora non conosco bene, sia un prossimo cantante, cosa che io mi possa poi vendicare in fase di recensione). Will Young doppiato dal mio vicino, con in sottofondo le risate e le chiacchiere della coppia e dei loro amici, in prevalenza omosessuali e donne, direi dai discorsi affrontati.
Avendo ormai perso il sonno, infatti, mi sono concentrato sulla musica, e trattandosi di musica così brutta, il nervosismo ha contiunato ad aumentare esponenzialmente, canzone dopo canzone. Anche perché poi è stato fatto spazio a un cd compilation a base di "One" cantata di Mary J. Blige e altre amenità pop davvero deprecabili. Unica canzone che si è salvata nel mazzo, "Life on Mars" di David Bowie, bella anche a quest'ora di notte.
Nel mentre, io, me ne stavo lì, dietro le persiane, minacciando di irrompere nel simposio gaio per far smettere quello scempio. Mia moglie, però, sveglia quanto me, mi ha impedito ogni azione, perché non sarebbe stato educato interrompere i vicini alla loro prima festa. Mia moglie, lo avrete capito, si è milanesizzata molto più di me. Anche quando l'ho pregata di lascarmi gridare: “almeno cambiate disco, eccheccazzo”, non mi ha lasciato agire. Non sia mai che qualcuno pensasse che io sia un omofobo nella città che ospiterà il prossimo Gay Pride. E qui torniamo al discorso iniziale. Mia figlia e le sue amiche, giustamente, possono spegnere la carrozzina elettrica della loro amica disabile, per fermarla, nel momento in cui fa casino. Io, invece, non posso fermare i miei vicini gay che alle due di notte mi costringono a sentire Will Young, perché loro sono gay e io ci passerei per omofobo. Avessi risolto la cosa all'anconetana, per capirsi, e ci sarei passato io per stronzo. Qualcuno mi potrebbe far notare che, se nel raccontare questo aneddoto, io non avessi fatto riferimento all'orientamento sessuale dei miei vicini, il racconto ci sarebbe stato tutto, e io non avrei dato adito a nessun dubbio riguardo una mia presunta omofobia, e questo qualcuno avrebbe anche ragione, ma converrete con me che, tolto questo particolare, il mio ragionamento su quanto sia labile il confine tra maleducazione e razzismo sarebbe venuto meno in uno zot, tutti sareste stati schierati dalla mia parte e il mio aneddoto avrebbe perso ogni valenza sociologica. Il bianco sarebbe stato bianco e il nero nero. La storia non ha una sua morale. E c'entra anche poco con la musica, in effetti. Stamattina, domenica alle 8 e 30, mentre sto scrivendo queste parole sul computer, debitamente tirato giù dal letto dai miei figli che non erano neanche le otto (cioè dopo aver dormito neanche quattro ore), il mio stereo ha cominciato a sparare a volumi incresciosi i Dead Kennedys e gli AC/DC, perché io sono un eterosessuale che non dorme la notte ma che non lascia dormire i vicini la mattina, è piuttosto evidente. Milano, invece, con gli stronzi che bucano le gomme (sono serio) e gli stronzi che sparano Will Young alle due di notte (un po' meno), Pisapia o non Pisapia, resta la città di merda di sempre. Torna all'indice della rubrica |
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Scritto da Michele Monina
Lunedì 11 Luglio 2011 00:00
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Non so se siete di quelli che seguono questi miei scritti con una certa continuità e fedeltà. Dirò di più. Non so neanche se esiste una sola persona, direttrice a parte, che legga tutti questi miei scritti ogni settimana. Non importa. Non ho problmei di autostima, non ho bisogno di conferme. Attaccavo parlando della fedeltà nella lettura di questa rubrica (o quel che è) solo perché oggi parlerò di un fatto che si ricollega a un aneddoto di cui ho parlato ormai svariate settimane fa. Ergo, se siete tra quanti seguono i miei scritti con una certa continuità
e fedeltà non ci sarebbe bisogno, ora, che io impiegassi del tempo a introdurvi di nuovo la questione che intendo affrontare. La faccio breve, mia figlia quest'anno ha fatto parte di un gruppo di bambine iscritte a un corso di musical nella sua scuola. Di questo gruppo ha fatto parte anche una bambina disabile. La cosa, in sé, non sarebbe un fatto degno di nota. E ci mancherebbe pure altro. Il motivo per cui, settimana fa ve ne ho parlato, non ricordo neanche bene come e perché, è che durante un incontro con genitori e bambine, in preparazione del saggio di fine anno, la bambina in questione si è dimostrata una delle più vispe del gruppo. Anzi, decisamente la più vispa, al punto che le altre bambine, dimostrando una volta per tutte come il razzismo sia una malattia che si prende solo da grandi, prima l'hanno minacciata di spegnerle la carrozzella elettrica se non l'avesse finita di sfrecciare avanti e dietro a tutta velocità, poi, visto che con le minacce non avevano ottenuto nulla, in effetti sono passate all'azione, spegnendo il motorino e costringendola all'immobilità. Un gesto talmente spontaneo e bello da avermi quasi commosso, proprio perché privo di un qualsiasi razzismo. Quella bambina è una bambina, esattamente come tutte le altre. Fa casino? O la smette o le altre la fermano, nel suo caso nel solo modo possibile, spegnendole la sedia a motore. E vaffanculo alle nostre sovrastrutture mentali, aggiungo io.
La bambina, però, che evidentemente non sarà stata baciata dalla fortuna, ma che ha tirato fuori una grinta da prendere, quella sì, come esempio, ha chiesto in modo perentorio a Pisapia di fare qualcosa di concreto per i disabili, a Milano. Roba non eclatante, ma pratica, come l'ascensore per accedere alle metropolitane, o gli scivoli nei marciapiedi. Milano, del resto, è la città in cui, chi ci abita ma non ci è nato se lo sarà sentito dire ogni due per tre, il senso civico è più sviluppato che nel resto di Italia. Prova ne è stata, ma sono di parte, proprio la sorprendente vittoria di Pisapia alle ultime elezioni, Davide che prende a sassate Golia, e lo fa fuori. Milano è la città dove la gente paga le tasse. La città dove la gente fa la coda ordinata alle Poste. La città dove la gente attraversa sulle strisce pedonali e le auto si fermano. Milano è però anche la città dove la gente buca le gomme delle auto con il permesso per parcheggiare nei posti numerati per i portatori di handicap.
Cambio di scena. Perché non voglio lasciarvi con troppo amaro in bocca.
Siamo sempre a Milano. Per la precisione nel mio palazzo.
Avendo ormai perso il sonno, infatti, mi sono concentrato sulla musica, e trattandosi di musica così brutta, il nervosismo ha contiunato ad aumentare esponenzialmente, canzone dopo canzone. Anche perché poi è stato fatto spazio a un cd compilation a base di "One" cantata di Mary J. Blige e altre amenità pop davvero deprecabili. Unica canzone che si è salvata nel mazzo, "Life on Mars" di David Bowie, bella anche a quest'ora di notte.
Nel mentre, io, me ne stavo lì, dietro le persiane, minacciando di irrompere nel simposio gaio per far smettere quello scempio. Mia moglie, però, sveglia quanto me, mi ha impedito ogni azione, perché non sarebbe stato educato interrompere i vicini alla loro prima festa. Mia moglie, lo avrete capito, si è milanesizzata molto più di me. Anche quando l'ho pregata di lascarmi gridare: “almeno cambiate disco, eccheccazzo”, non mi ha lasciato agire. Non sia mai che qualcuno pensasse che io sia un omofobo nella città che ospiterà il prossimo Gay Pride. E qui torniamo al discorso iniziale. Mia figlia e le sue amiche, giustamente, possono spegnere la carrozzina elettrica della loro amica disabile, per fermarla, nel momento in cui fa casino. Io, invece, non posso fermare i miei vicini gay che alle due di notte mi costringono a sentire Will Young, perché loro sono gay e io ci passerei per omofobo. Avessi risolto la cosa all'anconetana, per capirsi, e ci sarei passato io per stronzo.